Gli strani casi del dottor Faust
All'atto del suo insediamento alla guida dell'Opéra national de Paris, Nicolas Joel aveva inaugurato il suo mandato con una nuova produzione di Mireille di Charles Gounod, quasi a voler sottolineare la centralità che il patrimonio musicale francese avrebbe assunto nel repertorio della massima istituzione musicale francese. Per questo, l'annuncio che la nuova stagione si sarebbe inaugurata con Faust aveva suscitato legittime aspettative, suffragate dalla scelta di presentare un nuovo allestimento, che avrebbe soppiantato quello, ormai leggendario, firmato da Jorge Lavelli nell'ormai lontano 1975 e ripreso dal 1992 in poi, varie volte, anche all'Opéra Bastille.
Ma se la patinata, elegante produzione di Mireille aveva convinto anche i più convinti detrattori dell'opera di Gounod, Faust è stato accolto da un meritato, unanime insuccesso, dovuto ai troppi errori di distribuzione. Un completo fallimento, per cominciare, si è rivelata proprio la nuova produzione, firmata dal regista Jean-Louis Martinoty su scene di Johan Engels, costumi di Yan Tax e luci di Fabrice Kerbour. All'arrivo in sala, un imponente rideau de scène accoglieva gli spettatori: su un grande globo terrestre, immerso tra le nubi dei cieli, stava appollaiato uno scheletro dall'aria interrogativa. Una visione inquietante, premonitrice del gusto per il sovraccarico che avrebbe connotato, poi, l'intero spettacolo. All'alzarsi del sipario, la scena risultava infatti interamente occupata dalla biblioteca del dottor Faust, dominata da un enorme crocifisso dorato. In sé suggestiva, l'idea il mondo di Faust è costituito unicamente dai suoi libri, unico orizzonte d'attesa di un personaggio privo di contatti con il mondo reale risultava tuttavia appesantita dalla congerie di simboli affastellati nel gabinetto di lettura del protagonista: perché oltre a mappamondi, alambicchi e cannocchiali trovavano spazio il rinoceronte sormontato da una piramide di Luigi XV, un plastico che lo scopriremo dopo, nel terzo atto rappresenta il giardino delle Esperidi, un manichino anatomico, l'omuncolo dentro un utero artificiale, un cranio disegnato con un neon rosso e, all'interno, la scritta RIEN dal programma di sala apprendiamo poi che si tratta di una copia di Crâne, un'installazione luminosa di tale Jean-Michel Alberola e ancora capitelli greci e plinti di colonne e due scale a chiocciola e, insomma, un intero bric-à-brac di ardua identificazione. Ma non finisce qui, poiché l'interprete di Faust, Roberto Alagna, doppia in playback un anziano tenore il pur glorioso Rémy Corazza che, durante tutto il primo atto, impersona il personaggio nella sua versione come dire? canuta. Poi, però, interviene Méphistophélès e oh prodigio! l'utero artificiale, opportunamente illuminato, si schiude per lasciar sortire Alagna in t-shirt dorata e pantaloni attillati, giovane e pimpante, pronto a fare conquiste!
 Il catalogo delle inutili atrocità perpetrate dal regista, evidentemente, non finisce qui. Basterà citare l'intera kermesse del secondo atto, nel corso della quale si assiste alla selezione di aspiranti miss, mentre dall'alto cala un enorme scheletro cinto di una corona di rose scarlatte. E però Faust, che in fondo in fondo è un gentiluomo, non bada alle apparenze, evita di scegliere una procace pulzella e s'innamora dell'inappetibile Marguerite, tutta casa e chiesa. Si tacerà del prosieguo, ma non del finale, assolutamente esilarante. Perché quando Marguerite decide di accogliere l'invito alla redenzione, un boia mascherato, che scopriremo essere Valentin all'uopo risuscitato, le appresta una ghigliottina alla quale la peccatrice rivolge avidamente il capo: e fa bene, perché il moncone, prontamente raccolto, viene portato in processione dentro una teca dorata, con gran seguito di prelati ed ecclesiastici che inneggiano a maggior gloria della fanciulla, santa subito.
Tutto questo per dare un'idea, seppur pallida, di uno spettacolo sbagliato, controproducente, privo di idee, riscattato solo in parte da un disegno luci che anima l'unico grande ambiente della biblioteca di Faust, suggerendo prospettive ed atmosfere suggestive. Ed è forse la scena della chiesa, nel secondo quadro del quinto atto, a beneficiarne più delle altre, se non altro perché finalmente Martinoty imbocca la strada di una semplicità scabra ed efficace, finalmente emozionante.
Purtroppo non era questa l'unica ragione delle perplessità suscitate dalla produzione, perché a quanto sopra descritto occorre aggiungere la plumbea direzione orchestrale di Garrett Keast, che si alternava sul podio ad Alain Altinoglu. Perché se per dirigere Gounod come gran parte del teatro musicale del secondo Ottocento occorre in primo luogo saper raccontare, qui si era in presenza di una visione annacquata ed insipida dell'opera, con tempi impassibilmente lenti, dinamiche uniformi, un equilibrio che nuoce tanto al gusto delle nuances quanto all'entusiasmo pompier, che talora occorre assecondare. Anche il coro, istruito da Patrick Marie Aubert, sembrava perdersi senza una guida efficace, e se risultava encomiabile nel maestoso concertato finale del IV atto, il valzer della brise légère soffiava di piombo, pesante come un macigno.
 Il cast vocale era capeggiato da Roberto Alagna, che indubbiamente oggi è il miglior tenore francese in circolazione. Il ruolo di Faust gli si adatta indubbiamente a meraviglia: l'eleganza di un fraseggio a un tempo accuratamente cesellato ma sempre straordinariamente spontaneo, il fascino seducente del timbro, la squisita nonchalance con cui padroneggia il personaggio non possono non suscitare legittima ammirazione. E però rimane un non trascurabile dettaglio: può dirsi compiuta la definizione di Faust quando il do della cavatina del terzo atto pericolosamente si rompe? L'arcano incanto di Salut, demeure chaste et pure risiede tutto nel gioco del legato, nella curva melodica che culmina al termine del brano: se l'ultima nota si spezza gran parte dell'effetto naufraga, nonostante l'indubbio interesse di una prova di gran classe. Ma a lasciare perplessi era anche la Marguerite di Inva Mula, che due anni fa era stata una straordinaria Mireille. Si tratta di una cantante di altissimo livello, capace di dar vita tanto ad una straordinaria sortita dalla Chanson del Re di Thulé fino alla pirotecnica, sfavillante Air des bijoux, autentico banco di prova della sopranilità tardottocentesca francese quanto nella gran scena della prigione, affrontata con rara, raccolta intensità di accenti. Ma, anche nel suo caso, sembra esser venuto meno lo smalto di un tempo, le mille screziature di un timbro ambrato e iridescente, oggi appannato.
Sugli scudi era invece il Méphistophélès di Paul Gay, che forse non possiede le note gravi del suo ruolo, e però brilla per una presenza scenica mercuriale, sempre imponente, efficacissima. Di rilievo anche il Valentin di Tassis Christoyannis, baritono di notevole potenza e ricercata presenza vocale, notevole nello splendido concertato del IV atto. Il resto non aveva storia: né il Siebel sfocato e piagnone di Angélique Noldus, né la corriva, grossière Dame Marthe di Marie-Ange Todorovitch, mezzana sempre sopra le righe. Dopo il Faust in forma di concerto che ha inaugurato la stagione del Liceu di Barcellona, rimane da chiedersi se il capolavoro di Gounod sia ancora oggi rappresentabile: le ultime esperienze sembrano negarlo. Clamorosamente.
Giuseppe Montemagno
6/11/2011
Le
foto del servizio sono di Charles Duprat/Opéra National de Paris.
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