Una Sonnambula di pianura a Pavia

Il Circuito Lirico Lombardo raggruppa quattro teatri di tradizione (Sociale di Como, Fraschini di Pavia, Grande di Mantova e Ponchielli di Cremona) che ogni anno, grazie ad un'intelligente politica di condivisione dei costi, riescono a produrre e far circolare quattro o cinque opere liriche, con risultati spesso soddisfacenti dal punto di vista qualitativo. La Sonnambula, nuovo allestimento curato dal regista Stefano Vizioli, con scene e costumi di Susanna Rossi Jost, è approdata al Teatro Fraschini (splendida sala del Bibiena del 1773 con pianta a campana) per la sua tappa pavese il 29 e 31 ottobre. Chi scrive era presente alla seconda recita.
I numerosi spettatori non più giovanissimi che hanno assistito allo spettacolo assicurano che si tratti di un allestimento “com'erano sempre una volta”, con scenografie ingenue ma attente a seguire (quasi) alla lettera le didascalie fornite dal librettista e movimenti registici semplici e lineari. Il sottoscritto, che non ha ancora compreso se per lui sia stata una fortuna o una sfortuna non aver vissuto quell'epoca, ed è abituato, mentre attende l'apertura del sipario, ad aspettarsi qualsiasi cosa, può testimoniare che, nella baraonda delle regie moderne, uno spettacolo tradizionale rappresenta comunque una certezza: magari non sarà geniale, ma garantisce l'intelligibilità della vicenda e dà piena ragion d'essere ai sentimenti dei personaggi ed alla musica che se ne fa interprete, permettendo un pieno apprezzamento dello sviluppo drammaturgico-musicale. Pregi, questi, che ha avuto anche La sonnambula lombarda, nella quale, occorre riconoscerlo, non è mancato un piccolo colpo di genio registico, nell'atteggiamento di Elvino nei confronti di Amina allorché la crede infedele: il giovane, nel finale I e nell'aria all'apertura del secondo atto, alterna le coccole alla rabbia, illustrando fisicamente quella lacerazione interiore che così bene Bellini ed il suo librettista hanno saputo definire nella cabaletta «Ah perché non posso odiarti». Allo spettacolo non ha nuociuto la trasposizione di qualche decennio in avanti rispetto all'epoca di Bellini; mentre ha lasciato qualche perplessità una forse ingenua disattenzione circa la collocazione geografica: è infatti vero che le didascalie di Romani non nominano mai esplicitamente la montagna, ma l'ambientazione «in un villaggio della Svizzera», la via «scoscesa, sassosa», il ranz des vaches ed altri dettagli ancora definiscono indubbiamente La sonnambula come opera alpina; e sull'importanza dell'ambientazione alpina sono state scritte di recente parecchie pagine, da Emanuele Senici (Landscape and Gender in Italian Opera. The Alpine Virgin from Bellini to Puccini, Cambridge, University Press, 2005) e in ultimo anche dal sottoscritto, che al tema ha contribuito con un breve saggio (Immagini delle Alpi nel melodramma del primo Ottocento, in Metamorfosi dei Lumi 5. Il paesaggio, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2010, pp.113-126). A Pavia, invece, l'assenza di qualsiasi paesaggio montano (che pur avrebbe ben coronato le scenografie naïf), i covoni di mais, e i contadini che scendono dal barcone che percorre un ruscello navigabile, che tanto ricorda un naviglio, sembrava spostare l'azione nella pianura lombarda. Un “avvicinamento” estraneo alla poetica dell'Ottocento romantico, che vedeva proprio nelle Alpi svizzere il luogo della purezza e dell'ideale, sufficientemente lontano dalla quotidianità degli ascoltatori da rendervi possibile una vicenda come quella della Sonnambula.

Jessica Pratt ed Enea Scala
Purtroppo, il “come si faceva una volta” ha riguardato anche alcuni dettagli della prassi esecutiva, e segnatamente il taglio discrezionale di alcuni “da capo” nelle arie e nei duetti. Sempre per stare al “come una volta”, Jessica Pratt non è un soprano d'aspetto tisico. Ciò non ha certamente nuociuto agli spettatori pavesi, perché la Pratt (che, per quanto formosa, non è certamente brutta), dal punto di vista vocale ha saputo dare un'interpretazione compiuta al personaggio di Amina, pur se in un'alternanza non risolta di scolastico e sublime: il sublime, che ha toccato nei momenti più inaspettati, come il recitativo d'esordio, in cui il «tenero accento» prescritto dalla didascalia mai si era percepito in maniera così commovente; lo scolastico, in cui ha rischiato di scivolare in alcuni dei momenti più attesi dagli ascoltatori (come il primo cantabile, o alcuni passi dell'aria finale), nei quali la sua espressività ricordava quella di un pesce lesso. Ineccepibili sono però la sua preparazione tecnica e la portata dello strumento che ha a disposizione, e le auguriamo che, con maggiore attenzione interpretativa, possa eguagliare in tutta la partitura quei vertici che ha raggiunto nel secondo quadro del I atto, nel quale, supplendo anche alla mancanza di voce del basso, ha tenuto la tensione a livelli altissimi per tutta la scena del sonnambulismo (riuscendo a far sentire agli spettatori tutta la potenza emotiva, seppur trasognata, di quell'amore che pulsa anche nel sonno) ed il finale I.
Mancanza di voce del basso, si diceva: è stato, questo, il principale neo di un'esecuzione che, per il resto, era più che ragguardevole per un teatro di provincia, e non avrebbe certamente sfigurato su palcoscenici più rinomati. A Alexej Yakimov, nel ruolo del Conte Rodolfo, va riconosciuta l'abilità nello scendere alle note più gravi, ma la sua presenza vocale è stata, più che sgradevole, impercettibile. Il soprano Marina Bucciarelli, interprete di Lisa, dotata di una voce calda che tende a divenire esile nei passaggi più acuti dell'aria del II atto, è stata capace di caratterizzare con efficacia la figura leggerina dell'ostessa. Resta da dire di Elvino, Enea Scala, bella voce chiara e squillante ma al contempo dotata di una certa corposità, da tenore lirico pieno. La tecnica, nel suo caso, è ancora da affinare e alcuni passaggi da ammorbidire, ma il bel timbro, il carisma interpretativo e la regia intelligente lo han favorito nel tratteggiare un Elvino schietto, in particolare nell'esprimere la disperazione che lo sovrasta al momento dell'aria del II atto. L'orchestra I Pomeriggi Musicali e il coro AsLiCo hanno offerto una prova dignitosa, il direttore Massimo Lambertini, al di là dei tagli e dei tempi talvolta un po' rapidi (stretta del finale I), ha fatto il suo dovere, e al Circuito Lirico Lombardo occorre riconoscere il merito d'aver osato mettere in scena Bellini, autore sul quale oggi si dimostrano timorosi teatri con risorse finanziarie ben più ingenti.
Marco Leo
17/11/2010
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