RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Di quanti esseri al mondo hanno anima e mente, noi donne siamo le creature più infelici

Medea

con Debora Bernardi

La tradizione greca conosce due varianti fondamentali del mito di Medea, la maga della Colchide discendente del Sole e nipote di Circe: una più antica, secondo la quale Medea avrebbe involontariamente ucciso i figli nel tempio di Era Akraia a Corinto, nel tentativo di renderli immortali, e quella più recente, forse introdotta proprio da Euripide, dove l'infanticidio viene direttamente legato alla vendetta per il tradimento di Giasone. Le due varianti confluiscono poi in maniera singolare in Apollodoro: il filologo ateniese riferisce infatti dapprima la versione euripidea, aggiungendo i nomi dei figli di Medea, Mermero e Fereta, ma aggiunge un passo: «Si dice anche che Medea, fuggendo, abbandonò i figli, che erano ancora adolescenti, ponendoli come supplici sull'altare di Era Akraia…»

Medea è dunque un personaggio quanto mai complesso e sfaccettato, ed estremamente ostico al misogino mondo greco che, pur soggiacendo di fatto al suo fascino inquietante, non può non tentare di espungerla da sé, relegandola in quel malefico magico femminino dove aveva già trovato posto Circe; Medea è innanzitutto una barbara, e lo stesso Euripide rimarca questa caratteristica, facendo dire a Giasone, schiantato dalla morte dei figli, che mai una donna greca avrebbe compiuto un simile crimine. È una strega, ma di stirpe divina: nipote per parte di padre del dio Sole, la tradizione arriva ad attribuirle come madre Ecate, ancestrale divinità preolimpica, dotata di immensi poteri sul cosmo, accordateli dallo stesso Zeus. Tutto concorre a far di lei una diversa, e di questa sua condizione la maga è ben conscia, e dolorosamente, così come è cosciente del suo animo indomito e feroce, un animo (l'omerico ambivalente thumós) che sembra sovrastarla come una cieca e quasi schizoide forza che la possiede: «… il furore dell'animo, causa delle più grandi colpe nei mortali, è più forte della mia volontà».

Né basta, perché Medea condivide, volente o nolente, la condizione femminile comune a tutto il mondo greco, come ben emerge dalle parole della nutrice: è donna, e deve subire tutto dall'uomo, perché non ha i mezzi per ribellarsi.

Alla luce di questa estrema difficoltà del personaggio, non si può non plaudire alla scelta coraggiosa di Guido Turrisi, che ha deciso di inaugurare proprio con Medea la stagione 2011-2012 della rassegna teatrale Percezioni, ospitata come sempre al centro Zo di Catania, e comprendente quattro titoli, due a cura della compagnia "Gli Stravaganti", Medea e La Venexiana, e due a cura dell'associazione teatrale "Buio in Sala", L'importanza di chiamarsi Ernesto e Così è (se vi pare).

Da sinistra: Santo Santonocito, Alessandra Cacialli e Debora Bernardi.

La tragedia euripidea è stata proposta al pubblico in una versione che prevedeva inserti del lavoro omonimo di Seneca, dove l'aspetto stregonesco di Medea trova più spazio che in Euripide, l'abolizione del coro delle donne di Corinto (del quale però alcune battute fondamentali sono state affidate alla nutrice) e della presenza fisica dei due figli della maga, trasformati in simboliche assenze la cui epifania teatrale si consumerà nel sangue che zampilla alla fine del lavoro, tingendo di rosso l'affranto Giasone.

Fedele al suo stile registico scarno ed essenziale, volto a lasciare che siano gli attori a empire di sé la scena, catalizzando l'attenzione con una recitazione dove anche il minimo gesto ha una sua significante pregnanza, Turrisi è riuscito a rendere tutte le possibili sfaccettature di Medea, proiettandola in certo senso (ma qui l'aver affidato il ruolo a Debora Bernardi ha avuto un peso decisivo) verso quella che sarà la sua gemella romantica, eroina nella quale l'estrema lotta di Medea con se stessa troverà un ben altro epilogo: Norma.

Proprio per questo motivo ci siamo volutamente soffermati all'inizio sulle varianti del mito: la Medea di Turrisi e della Bernardi è riuscita a rendere palpabili non solo le contraddizioni della maga, ma anche le sue potenzialità inespresse, quel dinamismo interiore che la guideranno, attraverso la Velleda di Tacito e la Norma di Soumet, ancora dominate dalla ferocia barbara, ad un personaggio umanissimo come Norma, che non trova eguali nel mondo del melodramma.

Naturalmente, per riuscire a rendere questa enorme e dinamica complessità scenica, occorreva non solo un regista capace di comprendere come pochi gli echiani echi dell'intertestualità, ma anche un'interprete che sapesse far vibrare in sé ogni corda di questo impervio personaggio, dosando ogni accento, ogni grido, ogni gesto, ogni sguardo. E Debora Bernardi è riuscita a compiere tutto questo: la sua Medea è una strega, un'esule, è la figlia di Ecate quando la sua voce acquista toni cupi, quasi ctonii, ma è anche è soprattutto una donna mortalmente ferita, e ferita al punto da odiare, soffocando a malapena ogni tenerezza, il suo ruolo più sacro, quello di madre. Eppure la tenerezza emerge nei suoi silenzi, nella voce che si fa esile, e sembra piangere senza lacrime: Soffro in vederli e soffro se io non li vedo, canta Norma dei suoi figli, e la Medea della Bernardi maledice, odia, ma soprattutto soffre. Soffre, e quando ha recitato l'intenso monologo che precede il delitto, chi scrive ha sentito nei suoi accenti, rotti qua e là in un supremo controllo della voce, l'eco futuro dell'accorato dolore di Norma che canta Teneri figli

Accanto a Debora Bernardi ha recitato con pari maestria Alessandra Cacialli, nel ruolo della nutrice, rendendo con grande immedesimazione e con pathos sincero l'orrore di chi intuisce ciò che sta per compiersi e si sente impotente a scongiurarlo. L'estrema dolcezza della Cacialli ha di volta in volta fatto emergere ancor di più la cupa disperazione di Medea; l'accorato affetto per la padrona dell'anziana nutrice ha costituito la punta di diamante della recitazione della Cacialli, scolpendosi sul suo viso in una mimica magistrale.

Giuseppe Bisicchia è stato un buon Giasone, fedele al suo ruolo di eroe in un certo senso negativo, soccombente dinanzi alla ferina personalità di Medea: ottima la dizione e la gestualità, e particolarmente meritorio l'aver intuito il ruolo di spalla che in questo lavoro hanno tutti i personaggi maschili.

Bravi anche lo stentoreo Santo Santonocito nel doppio ruolo (evidenziato da una maschera) del Pedagogo e di Creonte, re di Corinto, e l'elegante Massimo Giustolisi in quelli di Egeo e del Nunzio.

I costumi di rosea studio, insieme alle scene di Piero Lo Monaco e alle luci e alla fonica di Aldo Ciulla e Luigi Galatioto hanno contribuito a dar vita ad uno spettacolo di altissimo livello, cui il folto pubblico ha tributato entusiasti e meritatissimi applausi.

Giuliana Cutore

8/11/2011