Quella madeleine della danza francese… 
«Je m'appelle Roland Petit.» Pluf. Nel buio dorato della sala del Teatro Massimo Bellini di Catania, la voce di Roland Petit fende l'oscurità, piomba morbida e suadente sugli ascoltatori, si appresta a raccontare una straordinaria parabola artistica. «Je suis chorégraphe.» Pluf. Nel silenzio della memoria, la voce di Roland Petit affonda come una madeleine, soffice ed untuosa, pronta a dilettare i palati più esigenti, a soddisfare il desiderio di golosità coreografiche, di voluttuose delicatezze sulle punte. Lo aspettavamo in molti, il Maestro di Villemomble, protagonista di una Serata che il Teatro Massimo Bellini di Catania gli ha dedicato, nell'ultimo scorcio della stagione lirica, sorridente preludio all'incipiente primavera. Benché in ottimo stato di salute, il celebre coreografo – che pare non gradisca i viaggi in treno – è stato presente solo in voce ed in spirito allo spettacolo, di cui ha presentato i singoli pezzi. Con un'unica eccezione, infatti, non si trattava di coreografie in sé concluse, bensì di un'accattivante, raffinata antologia di alcune tra le pagine più celebri dei suoi balletti, di un excursus attraverso un sessantennio di storia della danza, che il coreografo francese ha segnato con la sua calamitante presenza sin dal Dopoguerra. Nella dimensione memoriale della serata – già esperita da Maurice Béjart nei vari numeri del suo privatissimo quanto esclusivo Journal – il tributo a Petit sgrana perle di danza contemporanea, che si succedono con grazia ed eleganza. Per questo, snodo centrale della serata è stato Le Jeune homme et la Mort, testo simbolo della poetica petitiana, autentico manifesto di quell'inquietudine, di quel mal de vivre che l'Esistenzialismo qui affida al torbido, seducente incontro di un ragazzo, per di più artista, con l'estrema visitatrice. Ridotto all'essenziale, l'impianto scenico di Georges Wakhevitch condensa i simboli originariamente immaginati da un'intuizione librettistica di Jean Cocteau: un letto disfatto, un tavolo sgangherato, intorno al quale si affrontano i due protagonisti, un drappo rosso avvolto intorno al capestro, a quel nodo scorsoio che lei premurosamente intreccia per lui. E su tutto «lo splendido, il sordido, il nobile e l'ignobile», un microcosmo che sembra uscito dalla penna di Baudelaire e che trova accenti di soggiogante, vigorosa tragedia nell'orchestrazione di Ottorino Respighi della Passacaglia in do minore di Bach. La disperata drammaticità di Mick Zeni – un jeune homme capace di rivaleggiare per intensità espressiva con i quattro grandi interpreti del ruolo, Babilée, Noureev, Baryšnikov e Le Riche – efficacemente si specchia nella sfrontatezza perversa di Marta Romagna, irresistibile mantide nel travolgente, inarrestabile cammino verso la perdizione.
Ma lo spettacolo – che certo beneficia del valore aggiunto dell'Orchestra del Teatro, diretta con grinta e qualche eccesso di convinzione dalla bacchetta esperta di Nicolas Brochot – prende il volo sin dal primo, breve ma intenso pas de deux, Léda et le Cygne, ancora su musiche del Kantor di Eisenach, in cui la forza del mito si coniuga con l'eleganza del gesto nella lirica interpretazione di Benjamin Pech ed Eleonora Abbagnato. Appartiene, questo brano, ad uno dei balletti più interessanti di Petit, Ma Pavlova, dedicato alla celeberrima ballerina russa Anna Pavlovna Pavlova, musa di Fokin, e per questo immaginato come un appassionato omaggio agli inizi del Novecento, uno dei tempi d'oro della danza. Dallo stesso balletto era ricavata la Méditation – sulle note del più celebre brano di Thaïs di Massenet – che esaltava leggerezza e lirismo della ballerina palermitana, solidamente accompagnata da Lienz Chang.
 Nel corso dello spettacolo le due coppie di ballerini si alternano in base alle loro doti espressive. I due ballerini dell'Opéra di Parigi – Pech elegantissima, svettante étoile, la Abbagnato vibrante, liliale première danseuse della compagine francese – sono nuovamente impegnati in uno dei più suggestivi pas de deux di Proust ou les intermittences du cśur, un balletto che risale al 1974 ma che Petit ha ripreso – complice la sontuosa, sobria essenzialità del décor di scene e costumi disegnati da Luisa Spinatelli – nel 2007. Da questo titolo i due ballerini hanno interpretato il finale del primo atto, quel La regarder dormir in cui il giovane Proust idealmente intrappola l'oggetto dei suoi sogni, l'evanescente Albertine, consegnandola ad un immaginario erotico intensamente vissuto, intrecciato nelle mille liaisons che annodano due corpi uniti nello spazio come nello spirito. Ma ancora più riuscito – se possibile – è l'altro pas de deux ricavato dal medesimo balletto, Morel et Saint-Loup ou le combat des anges, in cui l'attrazione morbosa, fatale, che irretisce i due personaggi vive in una scrittura a specchio, che spesso divide la scena in diagonale e si sublima nell'incessante attrazione verso la luce come, in parallelo, nella calamitante vocazione verso il buio, cui Pech e Zeni attendono con rara, partecipe unità d'intenti.
Ai due primi ballerini scaligeri, Mick Zeni e Marta Romagna, era pure riservata la domestica, struggente teatralità del finale de L'Arlésienne, che Petit ha licenziato nel 1974 sulle musiche di scena scritte da Georges Bizet per l'omonima pièce di Alphonse Daudet. È con occhio affettuosamente voyeuristico che il coreografo osserva la prima, impossibile notte di matrimonio di Frédéri e Vivette. E se della fanciulla evidenzia l'intimo, silenzioso tormento di chi si vede rifiutata, del primo registra gli sbalzi d'umore, l'insorgere della follia, le assillanti, fantasmatiche apparizioni di quella femme fatale che gli ha rapito l'anima: fino a spingerlo nel gorgo del suicidio, sostenuto dal trascinante crescendo della celeberrima Farandole.
Accanto ai pas de deux , interpretati con straordinario successo dalle coppie di ballerini, non si possono tacere gli interventi riservati a quell'autentico «petit génie» che è Luigi Bonino, ‘profeta' della danza di Roland Petit, vigile custode della sua scrittura coreografica e, da alcuni anni a questa parte, preparatore dei suoi balletti. Quelli a lui dedicati sono piccoli, grandi capolavori di ironia: la Danse avec la poupée, da Coppélia di Delibes, in cui il bizzarro dottor Coppélius trascina in un valzer vorticoso… la bambola creata con le sue mani; o ancora due brevi, folgorati assoli, tratti da Charlot danse avec nous (1991), in cui il ballerino piemontese incarna la maschera di Charlie Chaplin con quella grazia sorridente, con quel garbo commovente che, prima di lui, sono stati solo di Charlot. E se Je cherche après Titine diventa beckettiana metafora di una ricerca esistenziale destinata alla solitudine, Les Petits Chaussons – sulle note di Luci della ribalta – descrivono gli impossibili voli di un paio e di scarpine e di un tutù in cerca di un'anima.
Festosamente giubilatorio, il finale vede tornare tutti i ballerini sulla scena – prima Bonino e la Abbagnato , poi anche Chang, Romagna, Pech e Zeni – per ballare Cheek to cheek (basato sul celeberrimo song di Irving Berlin, “ Heaven, I'm in heaven ”): insieme non solo per evocare il fascino senza tempo del music-hall, l'eleganza sorniona e un po' blasée che era stata di Fred Astaire e di Ginger Rogers; ma anche perché, quando la musica finisce, quando la scena rimane vuota, ti rendi conto di aver toccato il cielo con un dito, complice la luminosa, sorridente joie de vivre che trasmette la danza di Roland Petit.
Giuseppe Montemagno
27/5/2010
Le foto del servizio sono di Giacomo Orlando per il Teatro Massimo Bellini di Catania.
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