RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

L'inafferrabile essenza di Proust

 

Quando Roland Petit, trentacinque anni or sono, decise di dedicarsi a quel monumento della letteratura europea che è À la recherche du temps perdu, non lo fece certo con lo scopo di tradurre per la danza il grande romanzo. Aveva, piuttosto, il desiderio di tornare alle pagine della grande letteratura, quella che svela «le più belle storie di balletti che si possano sognare». Dopo Goethe, Mérimée e Hugo, Proust ou les intermittences du cœur era dunque l'ultimo capitolo da portare sulla scena, non già con il desiderio di una restituzione fedele all'originale, bensì nell'intento di cogliere quei profumi, quei colori, quelle atmosfere di cui trasuda il romanzo: «Proust, c'est une essence qui m'est chère», Proust è un'essenza che mi è cara, ha dichiarato il coreografo. Nel riprendere lo spettacolo, due anni or sono, Petit ha puntato su un impianto volutamente frammentario, due atti suddivisi in tredici scene, il primo dedicato ad alcune immagini del ‘paradiso' proustiano, l'altro all'‘inferno' dei suoi personaggi. Tredici quadri che, per la maggior parte, declinano una serie di appassionati, elegantissimi pas de deux, liberamente ispirati alle pagine più celebri del romanzo. Moderno interprete della danza classica, Petit ha così mietuto un nuovo, meritato successo, riproponendo il balletto a Palais Garnier in una veste se possibile ancora più sobria, essenziale, epurata, forte della raffinata impaginazione scenica (scene di Bernard Michel, costumi di Luisa Spinatelli, luci di Jean-Michel Désiré) approntata per l'occasione.

Si comincia dunque nel salotto di Madame Verdurin (Stéphanie Romberg), all'insegna di quel «fare clan» secondo i canoni di uno snobismo alternativo a quello della Duchessa di Guermantes, ma non per questo meno elitario e mondano. L'Heure exquise, una delle più celebri mélodie di Reynaldo Hahn – qui interpretata dal baritono Vladimir Kapshuk – fa da sfondo sonoro alla prima delle riunioni che incorniciano l'azione. La trama musicale, poeticamente intrecciata nel corso del balletto, fa riferimento ad alcune grandi pagine della musica fin de siècle, tutte a vario titolo legate al grande romanzo: non è un caso se i momenti più efficaci siano quelli in cui, prescindendo dall'apporto di scene e costumi, tutto si risolve in momenti astratti dall'azione, eppure a questa inscindibilmente legati. È il caso del II quadro, affidato a Laura Hecquet e Christophe Duquenne e dedicato alla Piccola frase di Vinteuil, unanimemente riconosciuta nella Sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César Franck; e, nel secondo atto, a quell'Incontro fortuito nell'ignoto, un memorabile pas de quatre (Peggy Dursart, Allister Madin, Mickaël Lafon, Erwan Le Roux) sullo sfondo di un inestricabile viluppo. Ma sono, appunto, nuvole passeggere, frammenti che si propongono di evocare, più che di raccontare. In questo contesto si inquadrano I biancospini – essenza, com'è noto, diventata di notorietà internazionale proprio grazie a Proust – o ancora quel Fare catleya, dal nome della più nota orchidacea, che, nel dizionario tutto privato di Odette (Eve Grinsztajn) e Swann (Alexis Renaud), allude alle primizie della passione tra i due amanti; e, infine, quelle Jeunes filles en fleur, tra cui trascorre la liliale Albertine (un'intensa, struggente Isabelle Ciaravola), che per il giovane Proust (Hervé Moreau, vibrante di romantica slancio) diventa oggetto di un amore esclusivo quanto impossibile.

Dell' enfer proustiano è invece protagonista Monsieur de Charlus (un disperato, straziante Manuel Legris, al suo congedo ufficiale dal corpo di ballo parigino). Perché in lui c'è la ricerca di una sessualità repressa, inesprimibile, che lo porta prima a riconoscere nella libertà del giovane Morel (Stéphane Bullion) l'arcangelo salvatore, quindi nell'intelligenza di Saint-Loup (Florian Magnenet) l'eroe che darà sfogo ai demoni che lo angosciano. Uno scontro tra la luce e l'ombra, tra il bianco e il nero, tra l'inarrestabile precipitare nel vizio e l'insopprimibile anelito alla virtù, che si chiude quando esplode la Guerra , liturgia ad un tempo sanguinosa e purificatrice. Così tutto si conclude su Quell'idea della morte in cui un enorme specchio, inclinato sullo sfondo, riflette parte della sala nella scena. La meccanicità burattinesca del corpo di ballo cinge la Duchessa di Guermantes (ancora la Romberg , d'aristocratica eleganza), «contemplatrice della mondanità», in cui l'autore ravvisa quell'immagine della morte, che ormai impietosamente lo bracca. Sulle note celebrative del primo Wagner di Rienzi , rutilanti e un po' pompier, si estingue il ritratto di un'epoca, una «lettura danzata», come l'ha definita Edmonde Charles-Roux, capace di restituire le intermittences dell'anima di un'intera generazione d'artisti.

A Roland Petit va il merito di averla immaginata e scritta, con la limpida verità drammaturgica che, da sempre, ne contraddistingue le creazioni. Ed è per questo che, alla prima, è stato commovente vedere l'intero corpo di ballo fargli corona per tributargli un meritato applauso. O, forse, anche qualcosa in più: un caloroso abbraccio, un tributo alla memoria del passato, un omaggio alla fantasia del presente.

Giuseppe Montemagno

15/6/2009