RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

Quel sottile ponte gettato

tra Bach e Schumann…

Nel titolo alle note di sala leggiamo: “Ma si può davvero suonare Bach al pianoforte?”. Interrogativo doveroso, che risolleva l'annosa questione su cui, da sempre, si arrovellano gli addetti ai lavori del mondo musicale, siano essi musicologi, interpreti, critici ecc.. ecc…

In realtà la risposta è presto data, suggerita da più di un secolo di storia dell'interpretazione pianistica dedicata alle musiche del sommo Kantor. Storia perfino documentabile da quando esiste l'incisione su disco. Ma tralasciando per un attimo le scelte dei grandi interpreti che dal passato ad oggi hanno in qualche modo “sdoganato” il Bach pianistico (e ce ne è voluto di tempo, prima che Bach non fosse più considerato out in sala da concerto) e a voler essere davvero pignoli si potrebbe mettere in discussione l'autenticità di qualsiasi esecuzione di qualunque autore precedente a Debussy e Ravel o, a voler essere proprio larghi, dall'ultimo Brahms in giù. Il pianoforte, a differenza del violino o di altri strumenti, si è evoluto attraverso differenti stadi, raggiungendo la forma e le qualità definitive, che noi tutti oggi conosciamo, soltanto a cavallo tra i secoli XIX e XX. Ne consegue che i fortepiano suonati da Mozart e Beethoven pur essendo, ovviamente, i legittimi progenitori del pianoforte moderno, hanno con esso lo stesso grado di parentela che intercorre tra l' homo abilis e l'uomo moderno. Discendono da quello, ma non sono la stessa cosa. Ciò vale anche per il pianoforte romantico, quello, per intenderci, utilizzato da Chopin, Schumann e Liszt. Il lettore capirà bene, dunque, che la questione diventerebbe più complessa di quanto non sembri. E se gli interpreti avessero ragionato così avrebbero dovuto escludere dal loro repertorio la stragrande maggioranza della musica che si ascolta da quando Liszt inventò il recital, salvo eseguirla su strumenti originali. Per fortuna così non è stato e il pianoforte moderno ha fatto emergere ancor più le segrete meraviglie di opere concepite molto prima che lui nascesse. Le pagine eseguite da Nicholas Angelich al Teatro Massimo di Catania confermano quanto detto sopra. La concezione interpretativa del pianista statunitense tende, o almeno così mi è parso di capire, a isolare in una isoletta felice il classicismo viennese, rappresentato qui dalle Variazioni in fa minore di Haydn. Una dimensione idilliaca che niente può turbare, ed anche quando la scrittura si fa più drammatica, essa viene risolta con un certo distacco emotivo, ribadendo la bellezza classica del brano. Per contro, Angelich sembra scorgere nel Barocco (nella fattispecie la Suite in la minore di Bach) un segno anticipatore del Romanticismo (nel nostro caso la Kreisleriana di Schumann). Il Classicismo viennese, dunque, costituisce uno iato tra due mondi che in fondo non sono poi così distanti. Nel Barocco Angelich vede l'irrazionalità fantastica, l'anelito dell'indefinito, la tensione verso la scoperta dell'inconscio. E per far questo si serve di una dinamica diversificata, con effetti di crescendo e diminuendo progressivi e repentini che sembrano simulare il respiro dell' anima mundi di platonica memoria. È un Bach fatto di luci e ombre, quello di Angelich, con effetti in chiaroscuro che ne fanno il Caravaggio in musica. Non nascondo che una simile interpretazione lascia spazio a molte perplessità. Un Bach così ricco di esasperazioni dinamiche di stampo romantico a lungo andare rischia di stancare, o almeno questa è l'impressione personale provata da chi scrive. Tuttavia, non si può negare la lucidità con cui Angelich porta avanti il suo progetto, una coerenza interpretativa che, a prescindere da giudizi estetici personali, finisce col suggestionare chiunque l'ascolti. Questa interpretazione bachiana sfocia con logica conseguenza in Schumann. Un trait d'union, o meglio ancora un vero e proprio ponte levatoio che, scavalcando il “guado” del Classicismo, permette ai due mondi di incontrarsi. Ma, ovviamente, con inevitabili differenze. Infatti, mentre le dinamiche utilizzate in Bach sembrano prefigurare fortemente Schumann, non si può dire lo stesso per il fraseggio. Tanto ritmico, regolare e pulsante, secondo il costume consolidato dalla tradizione, quello di Bach, quanto plastico, spesso frammentario, ricco di rubati e a tratti sognante quello di Schumann. E mi sorprende aver letto che, per alcuni, il concerto di Angelich sia stato contraddistinto da assoluta padronanza tecnica ma con poca anima. Se ripenso al secondo intermezzo della seconda fantasia della Kreisleriana, con la sua partenza stentata che a poco a poco prende vita fino a delineare compiutamente la sua forma, o alla nobile e allo stesso tempo tenera semplicità con cui viene declamato il tema di Clara, che investe di sé tutto il brano, senza stucchevoli sentimentalismi, non si capisce in cosa sia mancato l'approccio emotivo di Angelich al polittico. Semmai, dovendo fare una critica sull'esecuzione di Schumann, essa verterebbe proprio sul lato tecnico. Angelich mi sembra, infatti, più a suo agio nell'agilità di dita, ove è richiesta leggerezza e precisione, mentre mi sembra non convinca sempre del tutto nell'agilità drammatica, ossia quei passaggi in cui alla velocità viene combinata forza d'esecuzione. La Kreisleriana di Schumann, come tutti i lavori romantici di ampio respiro, abbonda di simili episodi, risolti da Angelich più con leggera scioltezza che con drammatica convinzione. Naturalmente stiamo andando a cercare il pelo nell'uovo e la resa drammatica del Nostro riesce comunque a trasmettere le intenzioni volute. La conferma che l'interprete esprima il meglio di sé quando a primeggiare sono grazia ed eleganza, arriva con i due bis chopiniani. Due piccoli gioielli padroneggiati con la raffinatezza e la classe che solo un vero artista possiede.

Benedetto Ciranna

27/4/2009