Recital di Leonora Armellini: musiche di Chopin
Siracusa, Salone Carabelli, 7 novembre 2010 L'innocenza del bardo e l'assenza di dolore. Non avevo mai ascoltato Leonora Armellini prima d'ora. Ne avevo sentito parlare, questo sì, eppure molto, ma senza poter constatare direttamente le impressioni altrui. Nell'anno delle celebrazioni chopiniane, anche l'Asam di Siracusa ha organizzato un recital commemorativo interamente dedicato al compositore polacco e ha invitato (a mio avviso una felice intuizione) questa giovanissima interprete, reduce da una brillante prestazione al concorso Chopin di Varsavia, conclusosi lo scorso ottobre. La Armellini è stata eliminata alle semifinali del concorso. Un risultato eloquente, che inorgoglisce da un punto di vista strettamente nazionalistico, soprattutto se si considera il fatto che ad oggi l'unico italiano presente nell'albo dei vincitori dello Chopin è Maurizio Pollini (trionfo a soli diciotto anni nell'edizione del 1960) e che i pianisti nostrani che hanno ottenuto un piazzamento nella storia del concorso sono solo due: Corrado Rollero, con il quarto posto dell'edizione del '90 e Alberto Nosè, con il quinto posto nell'edizione 2000. Ricordo le perplessità espresse alcuni anni fa da un mio collega di Musica. La recensione riguardava la registrazione del Secondo concerto e dell'Andante spianato e grande polacca brillante effettuate da una Armellini allora quindicenne. Perplessità che ruotavano attorno al concetto di precocità in musica. Storia antica, che ha sempre dato adito a polemiche e quindi sempre di moda. Ora, come ho già detto, non ho mai ascoltato la Armellini prima, e quindi non conosco questa registrazione. Tuttavia, in base a quanto letto allora e a quello che ho finalmente potuto valutare di persona, sono profondamente convinto che in questi tre anni ci sia stata una inequivocabile e, aggiungerei, inevitabile maturazione nel suo stile interpretativo, senza la quale non sarebbe mai potuta arrivare alle semifinali del concorso di Varsavia.
 Ma ripercorriamo brevemente il curriculum della Armellini: diploma a dodici anni, diploma dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia a diciassette (entrambi conseguiti col massimo dei voti e lode), svariati masterclass con rinomati concertisti quali Lilya Zilberstein, Pietro De Maria ed Elisso Virsaladze e infine, dopo numerose vittorie in diversi concorsi, il raggiungimento delle semifinali nel trofeo che ogni pianista sogna. Un percorso rettilineo, netto, che potrebbe indurre molti a gridare al miracolo. Potrebbe, ma non è così. Chiunque sappia anche solo un pochino delle cose di musica sa benissimo che oggi ci sono al mondo molti diciottenni agguerritissimi (spesso anche più giovani) che suonano splendidamente bene, con una tecnica sicura e precisa, dotati di bel suono e di tutte quelle qualità essenziali in questo mestiere (perché di tale si tratta, un mestiere) e che figurano nel manuale del buon concertista. Molto spesso questi talenti non mantengono le promesse e si perdono strada facendo. Lo steso Pollini, dopo aver vinto lo Chopin, attraversò un periodo di crisi e dovette rimboccarsi le maniche e lavorare sodo studiando per anni e ampliando il repertorio prima di trovare la sua vera identità. Il problema, dunque, è sempre uno: capire fin dove un talento giovanissimo potrà arrivare e se sarà in grado di rinnovarsi.
Tornando a Leonora Armellini, credo sia superfluo dire che siamo in presenza di un indiscusso talento musicale, al quale ben si lega il premio speciale assegnatole al concorso per “l'eccezionale musicalità e bellezza del suono”. E malgrado, come ho detto, ci sia stata una notevole crescita stilistica rispetto al disco di qualche anno fa, penso che ancora qualcosa sfugga a questa giovane interprete, quel qualcosa che separa il grandissimo talento di belle speranze dal grandissimo interprete che potenzialmente potrà essere in grado anche di rileggere la storia. Le qualità primarie del pianismo della Armellini sono evidenti sin dalla scelta dei brani eseguiti: la Terza ballata, la Terza Sonata in si minore, la Polacca-fantasia e l'Andante spianato e grande polacca brillante. Tutti lavori, eccezion fatta per l'op.22, appartenenti alla fase tarda della produzione chopiniana. Brani, i primi tre, scritti tra il 1840 e il '45 in cui lo Chopin parigino riflette nostalgicamente sul passato, sull'infanzia e l'adolescenza vissuta a Varsavia. Brani frutto di sogni, ricordi, rimpianti e pervasi dall'amara consapevolezza che ciò che è stato più non è e non sarà mai. In questo panorama di ricordi dolci-amari, di vagheggiamenti, la Armellini si trova a meraviglia, dispensando una poesia di grande intimismo e trasmettendo fedelmente il candore giovanile con cui Chopin rievocava quelle sensazioni. Non a caso tra le ballate ha scelto la terza, la più meditativa e con meno contrasti, quella che gli ha permesso di mettere in mostra le sue eccelse doti nella bellezza del suono, nella cura del fraseggio e nel porgere la ballata come si trattasse di un'antica fiaba pastorale, dominata da paesaggi bucolici. Una leggenda idilliaca di virgiliana serenità. La cura e la bellezza del suono, anche quando la sonorità si rinforza, è una costante nel pianismo della Armellini in tutti i brani interpretati e questo è un dato da sottolineare con piacere rispetto a certe durezze che si riscontano nei vincitori di concorsi.
Nella sonata funziona il primo tempo (dove interpreta al meglio il recupero del cantabile paravocalistico di Chopin), lo Scherzo, eseguito splendidamente nelle parti estreme e con religiosa devozione in quella centrale, e ancora nel terzo tempo, dove all'intimismo e alla reiterata fissità di un tempo ipnotico corrispondeva l'immagine della Armellini ripiegata col busto in avanti quasi a voler cercare conforto e sicurezza dal suo strumento e partecipare di questa intimità in tutt'uno con esso. Il quarto tempo, invece, non ha convinto. Organizzato in una struttura molto dinamicizzata internamente, esso presenta un tema che ritorna tre volte, ognuno ingigantito da una scrittura che lo rallenta progressivamente. Il tutto dovrebbe portare ad un senso di accrescimento dell'intensità emotiva che, nelle intenzioni della Armellini, è mancato del tutto. La Polacca-fantasia, brano fra i più complessi e, a mio avviso, il più originale che Chopin abbia mai scritto, presenta diverse novità che si sposano benissimo con la tecnica e lo stile della Armellini, che qui ha potuto evidenziare le novità armonico-timbriche (un vero e proprio ponte gettato alla musica che verrà) e i tipici stilemi della più piacevole, più tenera, più commovente maniera di Chopin. Un'opera di sintesi e di rottura al contempo, interpretata dalla pianista padovana con lucida attenzione per le avvisaglie impressionistiche e per l'innocenza del sentimento trasmesso. L'Andante spianato, abbiamo detto, è l'unica opera distante cronologicamente rispetto alle altre. Tuttavia, seguendo la linea di pensiero di coloro i quali vedono nell'ultimo Chopin un ritorno alla prima maniera e considerando le caratteristiche (anch'esse) fortemente liriche e nostalgiche del brano, ci accorgiamo subito che si tratta non solo di una scelta sensata, ma che è altrettanto sensato trasfondere nell' Andante lo stesso intimismo, cosa che la Armellini puntualmente fa con la grazia e la commozione d'intenti profusi negli altri brani. A questo punto, se il recital si fosse concluso qui, avrei dovuto parlare solo dell'innocenza del bardo, per sottolineare la natura particolarmente poetica del suo modo di suonare. Una poesia fatta di candore, leggerezza, che tiene i toni volutamente bassi e colloquiali e si tinge appena di indugi malinconici. Ma i tre bis proposti mi hanno fatto avere una visione più ampia del pianismo della Armellini, confermando i pregi (moltissimi) e denunciando alcune pecche, poche ma importanti.
I due Studi op.10 nn.4 e 12 e il Notturno op.27 n.1 in do diesis minore rappresentano poetiche molto distanti rispetto ai brani di cui abbiamo parlato sin ora. I due studi esigono forza drammatica, o per meglio dire, un'agilità drammatica considerevole in cui forza, impeto e velocità d'esecuzione vanno di pari passo. Il primo dei due rientra ancora nella tecnica del biedermeier ma può essere visto anche come culto per Bach e il Clavicembalo ben temperato, nei cui Preludi troviamo, in nuce, autentici studi chopiniani. Il celebre studio soprannominato rivoluzionario rappresenta una delle pagine più ardentemente accese di tutta la produzione del polacco, in cui lo stato d'animo del patriota lontano da casa trova il suo sfogo più rabbioso alla notizia della caduta di Varsavia in mano ai russi. La Armellini manifesta una certa circospezione nell'affrontare queste pagine. Correttamente eseguite, certo, con la solita bellezza di suono, ma con una linea di condotta fin troppo controllata. Mancava lo sgomento, il senso di angoscia, la reazione rabbiosa all'ingiustizia subita. In altre parole, mancava la sofferenza. Una sofferenza manifesta, esplicita e diretta che colpisce come un pugno allo stomaco nello studio in do minore (“Rivoluzionario”) così come la sofferenza celata, raccolta, funerea del Notturno in do diesis minore. Già l'inizio del brano, con quell'atmosfera cupa di oscuro presagio, contiene il dolore che esploderà nella parte centrale con tutta la sua forza. Nella Armellini questo dolore è assente. Nessuna sofferenza, nessuna lacrima traspare da queste pagine, risolte con intimità, concentrazione e il tempo sospeso, ossia le armi migliori di cui la pianista è in possesso. Ma questa volta non bastano. Da sole non sono sufficienti a illustrare la desolazione di un'anima tormentata. Lo stile di Leonora Armellini in questo momento non può che essere, dunque, in fieri. Una pianista dotata di un talento eccezionale che nell'interpretazione di Chopin naviga, per ora, in acque sicure consolidate dalla tradizione. Soltanto il tempo saprà dirci se sarà in grado di costruirsi uno stile ancor più personale. La capacità di soffrire e di trasmettere il dolore è cosa che probabilmente si acquisisce con l'età e quindi la Armellini avrà tutto il tempo per dimostrare quel quid in più che, se ben sfruttato, potrebbe portarla molto lontano. D'altronde, le premesse ci sono tutte. Benedetto Ciranna
10/11/2010
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