RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

L' Elisir(e) pignorato

 

L' Elisir d'amore fu. Siccome rappresentato, con tutti i tagli aperti. Compreso quello, ancora sanguinante, degli ufficiali giudiziari i quali, a fine rappresentazione, requisiscono l'incasso secondo le disposizioni del giudice. Pignoramento a favore dell'ex direttore artistico, licenziato nel 2008 ed ora in causa col teatro.

Ma dal contingente prosaico passiamo al meraviglioso mondo di questo Elisir, andato in scena presso il teatro Carlo Felice di Genova, domenica 30 gennaio 2011 (la prima il 20 gennaio). Letizia Vitelaru (Adina), Manuel Pierattelli (Nemorino), entrambi annunciati dalla voce in sala e non previsti nel cartellone della giornata. Quindi Gonzalo Ezequiel Moya (Belcore), Andrea Porta (Dulcamara), Anna Bordignon (Giannetta). Il cast è stato il frutto di una selezione voci nuove, organizzata dal massimo teatro genovese sotto la supervisione di Bruno De Simone, avvenuta a dicembre e di cui a gennaio si raccolgono i frutti.

Frutti di un albero sempreverde (fino ad ora) del giardino immaginario della cultura italiana (sì, la cultura!) dove il Carlo Felice, una volta tanto, funge da terreno (fertile?) e De Simone da provvido ed inesausto giardiniere (che ha cantato da Dulcamara in questa edizione). Frutti degli alberi della bellissima, sempiterna (per forza di cose, visti i tempi) e altrettanto sempreverde scenografia di Lele Luzzati che, con i suoi alberi mobili, a formare ora l'ampio giardino ora il folto boschetto (ove si cela il carrozzone di Dulcamara), è stato il sesto personaggio.

In mezzo a questo giardino delle meraviglie si è svolto uno spigliato, fantasioso e trasognato Elisir d'Amore. Merito di tutto il cast, che ha scongiurato la noia dell'usato, per dirla con Rigoletto, sempre dietro l'angolo quando si tratta di un'opera di cartello come l' Elisir d'amore di Donizetti.

Da Pierattelli e Vitelaru, dapprima trattenuti dall'emozione, tangibilissima nel «Quanto è bella e quanto è cara» dell'uno e nel «Della crudele Isotta» dell'altra. Poi, sempre più sciolti e veramente amabili (e bravi) con le loro voci seducenti e sicure. Leggermente brunita nei bassi (lui) sgargiante negli acuti precisi (lei). Pierattelli, ancor più nella parte con sicurezza e visibile divertimento, sia nella ubriachezza («Caro elisir sei mio!») dopo le prime sorsate del bordò-elisir, sia nella «Furtiva lagrima» strepitosa (applausi scroscianti, numerose quanto inascoltate richieste di «bis») con voce vellutata. Esecuzione bellissima ed intelligente, degna dei migliori tenori di cartello. Allo stesso modo la Vitelaru, spigliata nell'affrontare Belcore («Vedete di quest'uomini»); visibilmente meravigliata e, nello stesso tempo, indispettita quando scopre Nemorino contornato da un nugolo di belle ragazze («Credea trovarlo a piangere»); vivace e ammiccante nel duetto con Dulcamara («Una tenere occhiatina»); tenera e quasi disperata nel «Prendi: per me sei libero».

Credibilissimo il Belcore di Moya e il suo drappello. Fanfarone al punto giusto, con bella voce duttile e presenza scenica “della parte”. Vero sciupafemmine sbruffone, ancorpiù quando Dulcamara lo addita come esemplare umano della «più brutta creatura», nel finale.

La Giannetta di Anna Bordignon, anch'essa con bella voce e briosa presenza, guida il gruppo delle ragazze («Non fate strepito») e poi si amalgama con le stesse nel divertentissimo “corpo unico” che il coro femminile cuce attorno a Nemorino (strapazzandolo un po'). Irresistibile qui, l'entrata di Dulcamara, ciondolante, coi pennacchi del coloratissimo costume di Santuzza Calì («E deggio credere! Vi Piace?»).

Dulcamara, appunto, interpretato in maniera sgargiante, come il costume che indossa, da Andrea Porta che si presenta con «ch'io son nato “genovese”» nell' «Udite, udite» del primo atto. E' una interpretazione da “Dulcamara giovane”, quando ancora la pinguedine non lo ha assalito e, capitando in quel villaggio, sperimenta la carriera da ciarlatano. Vivace, spigliato, sempre in movimento, sornione al punto giusto con voce bella, molto più matura di quando, qualche anno fa, chi scrive ebbe la possibilità di ascoltarlo sia in Trombonok ( Viaggio a Reims ) sia in Don Alfonso ( Così fan tutte ) nonché in una lezione sul canto lirico tenuta presso il Liceo Artistico “Paul Klee” di Genova.

Un bello spettacolo, infine. Ben adempiuto, dall'attenta e precisa orchestra diretta da Christopher Franklin, dai costumi bellissimi, dalla regia di quell' “animale da palcoscenico” che è Filippo Crivelli e dalle scenografie, di cui si è già parlato, colorate e funzionali.

Uscendo da teatro, nell'aria fredda dei “giorni della Merla”, commentando cantanti e regia, si ha una certezza: questo è l'unico modo che ha il Carlo Felice per rispondere e risolvere il problemi da cui è stato travolto in questi ultimi tempi. Cioè predisporre un programma artistico di tutto rispetto, sfidando dove c'è da sfidare. Ha realizzato una selezione di voci nuove ed è venuto fuori questo «Elisir mirabile». Bene! E allora.. perché non pensare alla commissione di un'opera nuova? Sfidando la crisi e la sfiducia nella cultura? Illusione! Chimera! Utopia! Forse.

Dove trovare i compositori? Il massimo teatro genovese ha, in questo settore, sicure conoscenze ben più attinenti e informate dello scrivente. Ma, se mi posso permettere, potrei impostare un “catalogo” di mozartiana memoria adducendo tre nomi: Andrea Basevi, Paolo Paolini, Bruno Coli. L'opera nuova giova alle maestranze e si porta dietro, per forza di cose, nuovi scenografi, nuovi costumi, giovani cantanti. Nuove idee. Ad augusta per angusta!

Francesco Cento

1/2/2011