RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

Un'esistenza rubata

Enrico IV

di Luigi Pirandello

Ugo Pagliai

La lunga e dolorosa intimità che Luigi Pirandello ebbe con la follia ha senza dubbio influenzato in maniera peculiare e significativa la sua arte, conferendole, grazie anche al soggiorno in Germania che gli offrì l'opportunità di entrare in contatto con la filosofia di Husserl, quel particolare carattere che Benedetto Croce stigmatizzò come intellettualistico e cervellotico.

In effetti Pirandello non è stato il solo, almeno nei primi decenni del ‘900, ad indagare le pieghe riposte della malattia mentale, la sua logica distorta e deviata, ma certamente è stato l'unico in campo artistico, dopo Freud, ad eviscerare quanto di schizoide, paranoico e comunque mentalmente deviato ci sia anche nel cosiddetto uomo normale.

Anche nell' Enrico IV, come in molte altre sue commedie, il paradosso della follia come sanità mentale in una società costituita da folli-normali, ma normali perché tutti sono prigionieri della stessa follia di conformismo e identificazione, viene eviscerato e decodificato in un gioco di rimandi infiniti, dove alla fine la follia altro non è che uno dei tanti modi di ribellarsi all'inautenticità dominante della società cosiddetta civile.

Ma chi è il folle in Pirandello? È l'uomo che un bel giorno decide di punto in bianco di uscire dalla normalità della follia quotidiana e di affrontare se stesso, i suoi desideri, le sue passioni, il suo sentimento del tempo, portando quest'analisi esistenziale sino alle estreme conseguenze.

Ed è proprio quello che fa il protagonista di Enrico IV, un giovane spensierato, ma forse non troppo, che, in occasione di una festa in costume, mascherato appunto da Enrico IV, con accanto la donna amata nelle vesti di Matilde di Canossa, viene sbalzato di groppa, batte la testa e… rimane lì, fermo e cristallizzato in un Medioevo di maniera, convinto di essere l'imperatore tedesco. Pazzo, dunque, clinicamente pazzo: si costruisce il suo medioevo, con servi e amici compiacenti, che stanno al gioco perché è pazzo. Ma dopo dodici anni le nebbie della clinica follia si diradano, lasciando il posto ad una realtà che è peggio della follia: per dodici anni la sua vita è stata come sospesa, dodici anni in cui gli amici e la donna amata hanno vissuto la loro esistenza, mentre lui ne ha vissuto una in prestito.

Ugo Pagliai e Paola Gassman

Continua allora a fingersi pazzo, godendo in certo senso del potere che gli dà la follia, sino a che quegli stessi amici non decidono di far di tutto, con l'aiuto di un medico per guarirlo. L'altalena tra follia-potere, sanità-impotenza giunge al culmine e il poveretto trafigge con la spada del suo costume da imperatore il traditore che ha sposato la sua Matilde. Il cerchio si chiude, e non gli rimane che chiudersi volontariamente in una follia dalla quale non potrà più uscire.

Sin qui la trama, che la compagnia di Ugo Pagliai ha fatto rivivere sul palcoscenico del teatro Ambasciatori di Catania con notevole misura ed equilibrio, offrendo un raro Pirandello privo di quei connotati allucinati e deliranti dei quali purtroppo si compiacciono spesso tanti attori, ponendo nello stesso tempo l'accento su una recitazione essenziale e disadorna, ma molto attenta ai passaggi di registro e alla caratterizzazione dei personaggi, che faceva vieppiù risaltare i lunghi monologhi del protagonista, interpretato da un Ugo Pagliai davvero strepitoso, all'apice della maturità artistica, che il numeroso pubblico ha lungamente applaudito alla fine dello spettacolo. Brava, pur nel suo consueto algido distacco, Paola Gassman nei panni della marchesa Matilde Spina, così come Roberto Petruzzelli, ottimo caratterista nei panni del medico, e Alessandro Vantini in quelli del borioso e insulso Belcredi, forse artefice della fatale caduta da cavallo.

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Verona Fondazione Atlantide Gat II e dal Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”, si è avvalso dell'ottima regia di Paolo Valerio, delle musiche di Antonio Di Pofi, ben adeguate al contesto storico della pazzia del protagonista, e delle scene di Graziano Gregori, scene che con le loro soluzioni essenziali sono riuscite ad amplificare il gioco follia-ragione, evidenziando al tempo stesso l'aspetto isolante ed agorafobico della pazzia di Enrico IV. I costumi di Carla Teti hanno fornito uno stacco efficace e semplice dal punto di vista scenico e mimetico ai passaggi dalla finzione scenica alla finzione nella finzione, guidando in certo senso lo spettatore nei meandri di un copione che, in mani meno esperte, non sarebbe certamente riuscito, come invece ha fatto, a coinvolgere il pubblico incatenandone l'attenzione sino all'ultima battuta.

Giuliana Cutore

29/11/2009