L'altro figlio di Luigi Pirandello
al Brancati di Catania 
L'associazione Città Teatro ha messo in scena al Brancati di Catania L'altro Figlio di Luigi Pirandello, un atto unico scritto dal grande agrigentino nel 1923, e ispirato all'omonima novella, a sua volta inserita dai fratelli Taviani nel film ad episodi Kaos.
Il lavoro, pensato essenzialmente per le scuole, è stato proposto al pubblico in unica serata il 26 marzo, riscuotendo un buon successo, in particolare per l'ottima sinergia realizzatasi tra l'aspetto più autenticamente drammaturgico e quello coreutico. Le coreografie di Silvana Lo Giudice, affidate al corpo di ballo di Città Teatro Danza, hanno infatti sottolineato congruentemente lo straniamento dalla realtà della protagonista, punteggiandone la sofferenza di madre e di donna violata, con movimenti tesi a evidenziare la sua ossessione dominante: la ricerca di una risposta dai figli veri, emigrati in America, risposta che non giungerà mai, e che lei continua ad affidare a lettere, scritte da Ninfarosa (Valentina Ferrante), e che consegna ai compaesani che emigrano, nella speranza, sempre frustrata, che possano portarle ai figli. Una speranza negata a priori dall'inganno di Ninfarosa, che ormai non si prende più nemmeno la briga di scrivere, ma si limita a vergare pochi scarabocchi su un foglio per togliersi presto dai piedi la povera donna, sempre più sola e disperata.
E sul tema dell'emigrazione come sradicamento e deprivazione dai legami affettivi ha insistito l'acuta regia di Orazio Torrisi, guidando il corpo di danza ad interagire con la protagonista in un vortice di movimenti mirati a respingerla, a ricacciarla nella sua solitudine, esistenziale ed isolana ad un tempo. Sulla stessa linea, quasi a costituire un cortocircuito di significati, anche le scene e i costumi di Giuseppe Andolfo, ispirati ad una Sicilia misera, oscura, dove solo lo scialle bianco di Ninfarosa, moglie anche lei di un emigrante mai ritornato, ma ben rassegnata, gettava qualche sprazzo di luce, stridendo al contempo dolorosamente con i grigi stracci della protagonista.
Le ormai iconiche valige marroncine di cartone degli emigranti concretavano ulteriormente il tema dell'emigrazione, tema sul quale Torrisi ha fatto benissimo a insistere: si tratta infatti di un elemento registico oggi più che mai valido, e davvero adatto al pubblico scolastico, in una situazione storica quale quella odierna che impone il ripensamento sul fenomeno dell'emigrazione in maniera quanto mai lucida ed obiettiva, al di là di tanti facili razzismi e dei molti bizantinismi (o equilibrismi?) politici.
Le musiche di René Aubry e di Michael Nyman hanno contribuito a rendere quasi palpabile l'atmosfera angosciosa, plumbea e priva di qualsiasi spiraglio di luce nella quale si concreta la disperazione di Maragrazia, donna la cui serena esistenza di madre viene infranta da uno stupro orribile che la lascerà madre di un figlio che sentirà sempre falso, pur se, pirandellianamente, molto più sensibile ai legami carnali dei due figli veri, ormai lontani e dimentichi anche della loro madre.
Debora Bernardi, nelle vesti della protagonista, ha interpretato con grande maestria un ruolo ambiguo, sempre in bilico tra l'aspetto “verista” del personaggio e quello “pirandelliano”: la sua mimica eccellente ha reso questo perenne oscillare scolpendoselo sul viso, ma soprattutto nella gestualità, significante in ogni momento, sia nel suo giacere sul palcoscenico, indifesa e immobile nel suo dolore, o raggomitolata su di sé come una bestia ferita a morte. Attrice eminentemente tragica, ha affidato alla voce, sempre nitida e sicura anche nei passaggi più laceranti e straziati, tutto il dolore di una madre, e certo pure quello di tante donne violate e calpestate nella loro dignità. E l'orrore della violenza cieca è emerso sia dinanzi all'altro figlio, impersonato da Emanuele Puglia, sia nella sua confessione a Pirandello, medico-cronista della vicenda, interpretato da Giovanni Santangelo, coinvolgendo lentamente lo spettatore fino a farlo precipitare in uno sbigottimento cieco, che ricordava da vicino certi inquietanti passaggi dei personaggi sofoclei, il cui dramma si materializza pian piano, quasi evolvendosi dinanzi agli spettatori.
Giuliana Cutore
29/3/2011
La foto del servizio è di Giuseppe Messina.
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