RECENSIONI
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Aci, Galatea e Polifemo

di Georg Friedrich Händel in una pregevole edizione della Dynamic

L'amore di Polifemo per Galatea è il tema dell'XI idillio di Teocrito, in cui il Ciclope, trasformato in un pastore sentimentale, cerca invano di conquistare la ninfa con doni e lusinghe. Nelle Metamorfosi di Ovidio si narra di come Galatea respingesse le profferte del Ciclope perché innamorata del pastorello Aci. Quest'ultimo susciterà la gelosia di Polifemo che pazzo di gelosia lo uccide, schiacciandolo con un masso. Galatea, per tenere in vita il suo amore, ottiene dagli dei che il sangue di Aci venga trasformato in una sorgente e così lui stesso divenuto dio fluviale, potrà poi scorrere al mare e ricongiungersi a lei.

Georg Friedrich Händel dedicò al mito una sua partitura che sarà preceduta storicamente da una sola importante creazione sullo stesso soggetto, cioè dalla deliziosa pastorale eroica in tre atti più un prologo Acis et Galatée di Jean-Baptiste Lully su libretto di Jean Galbert de Campistron, risalente al 1686, che però aggiungeva ai tre personaggi anche Nettuno, dio del mare.

L'opera di Händel Aci, Galatea e Polifemo, di fatto una Serenata a tre voci, fu commissionata al musicista tedesco da Donna Aurora di Sanseverino duchessa di Laurenzano e venne eseguita il 19 luglio del 1708 a Napoli durante la festa delle nozze della nipote della duchessa, Beatrice Tocco, con Tolomeo Saverio Gallo, duca di Alvito. Autore del libretto fu lo stesso segretario della duchessa, Nicola Giuvo che si ispirò alla nota vicenda mitologica.

Gli alti pregi musicali della composizione vengono evidenziati con estrema intelligenza da Danilo Profumo nel libretto che accompagna il DVD realizzato dalla Dynamic al Teatro Regio di Torino nel giugno del 2009: «…Dal punto di vista squisitamente musicale la partitura sembra adeguarsi allo stile imposto da Scarlatti: il linguaggio musicale nobile; assenza del coro; tutte le arie col il da capo, ad eccezione dei concertati Proverà lo sdegno mio e Dolce caro; i recitativi sono tutti per voce e basso continuo, tranne tre, che sono accompagnati e che sottolineano i momenti drammatici più importanti della composizione: Ma qual orrido suono, per l'entrata in scena di Polifemo, Or poiché sordi sono del cielo, per l'uccisione di Aci e Ferma!, vero finale dell'opera. Gli affetti che nascono dalla recitazione drammatica trovano naturale conseguenza nelle arie dalla strumentazione ricca e articolata, basata sul principio del concerto grosso in cui agli archi si aggiungono flauti, oboi e trombe, o si contrappone il cembalo solo come nell'aria di Aci De l'aquila l'artigli.

L'orchestra della Cappella della Pietà de' Turchini, diretta con massima eleganza da Antonio Florio, ha saputo cogliere tutte le più minute sfumature della partitura, esibendo anche una gamma di sonorità sobrie e controllate. Il soprano Ruth Rosique (Aci) ha messo in campo una voce duttile e luminosa, in alcune arie piena di struggente pathos. Il mezzo soprano Sara Mingardo (Galatea) domina senza alcuna difficoltà e con estrema nonchalance alcune arie davvero ardue e altamente virtuosistiche affidate alla sua tessitura. Il versatile basso Antonio Abete (Polifemo) si rivela un cantante di razza, dalla voce bronzea, tenace e possente non priva di morbida estensione e plastica agilità. La regia di Davide Livermore si è rivelata assolutamente estrosa, originale ed a tratti geniale poiché ha raddoppiato ogni personaggio con un mimo (Cristina Banchetti in Aci), (Luisa Baldinetti in Galatea) e (Sax Nicosia in Polifemo) che con i gesti accentuava e potenziava l'emotività già traboccante della musica. Una specie di doppio o forse di ombra che vibrava all'unisono con l'originale.

Giovanni Pasqualino

31/10/2010