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Lupu e Bergman:
ovvero la staticità temporale come criterio di ricerca. Palermo, Teatro Politeama, 17 novembre 2008
La storia dell'interpretazione musicale è piena zeppa di figure iconoclaste. Artisti le cui scelte musicali suonano più come volontarie provocazioni, col solo scopo di cercare il nuovo a tutti i costi. Ma quando si parla di Radu Lupu l'iconoclastia non c'entra. Al contrario, assistiamo al tentativo di un uomo di musica di rileggere fenomeni conosciuti con un'ottica diversa da quella, diciamo così, tradizionale. Ed è proprio questo lo scopo della storia dell'interpretazione: attraverso letture differenti arrivare ad una comprensione sempre più vasta e completa dell'opera e dell'autore in questione.
Per quanto riguarda Lupu e il suo recital palermitano, i fenomeni conosciuti di cui sopra sono Beethoven e Schumann. Beethoven occupa la prima parte di programma con tre sonate (le due dell'op.14 e la Patetica); Schumann irrompe dopo la pausa con l' Arabesque op.18 e la Fantasia op.17. Lupu decide di accostare un brano celeberrimo di ciascun autore (la Patetica per Beethoven, la Fantasia per Schumann) con altri meno frequentati, soprattutto in sala di concerto. Scelta coraggiosa la sua, ancor più per la scelta delle due sonate op.14; brani più “salottieri”, certo non idonee per chi vuol da subito scaldare gli entusiasmi del pubblico. Ma non è questo ciò che importa a Lupu interprete. La cosa non stupisce se si considera che parliamo di un uomo che da circa quindici anni non rilascia interviste e vive in un isolamento artistico di pura riflessione interiore. Riflessione che si trasforma in totale isolamento quando si siede sulla sedia, da lui fortemente voluta al posto della usuale panchetta (scelta dovuta, ho poi saputo, a problemi di schiena), e inizia a suonare. Il binomio dell'op.14, come già rilevato, non possiede per sua natura proprietà che lo rendono particolarmente accattivante per il grande pubblico. Si tratta di due deliziose sonate gioviali, dalla serenità direi quasi pastorale. Lupu, incredibilmente, proietta subito l'ascoltatore in una dimensione che definire irreale sarebbe perfino riduttivo. Tempi lentissimi, sonorità dimesse, episodi dilatati a dismisura, quasi a creare una visione distorta della realtà. Un atteggiamento del genere Lupu l'aveva già avuto con la Patetica registrata in quel celebre disco, contenente tre sonate beethoveniane, uscito nel 1973 (completavano il disco le sonate op. 27 n.2 e op.53, ossia Al chiaro di luna e Aurora ). Immaginavo di ritrovare qualcosa del genere nella Patetica , ma di certo non nelle “piccole” sonate dell'op.14. Nella Patetica, a dire il vero, questo aspetto è presente solo nel Grave iniziale e nell' Andante . Il resto del brano viene eseguito in modo magistrale, soprattutto l' Allegro di molto e con brio, anche se con dei rapporti dinamici che profumano troppo sospettosamente di romanticismo. Ascoltando l'esecuzione di Palermo, ho notato che poco o nulla è cambiato nella visione di Lupu rispetto a quanto fatto in sala d'incisione. L'unica cosa vistosamente differente si trova nello stacco di tempo del Grave, un po' più mosso rispetto ad allora, pur mantenendo intatti i piani delle sonorità. Una sonorità smorta, qui come allora, che suggerisce l'idea di un Beethoven che rinuncia alla lotta col destino (archetipo entrato ormai nell'immaginario collettivo), ammettendo la sua desolata rassegnazione alla sconfitta. Lupu, quindi, sembra tracciare l'idea di un Beethoven col segno meno davanti, che nega se stesso, dando ragione a chi sostiene che il Maestro di Bonn, in fondo, era un pessimista che faceva di tutto per convincere se stesso ad essere ottimista. L' Andante rappresenta un altro elemento chiave per comprendere la natura profonda di questo Beethoven secundum Lupu. Anch'esso giocato su sonorità spesso al limite dell'inudibile, diventa quasi un Adagio, con effetti paraimpressionistici, ricreando persino il clima crepuscolare delle ultime raccolte pianistiche brahmsiane (pagine di cui, tra l'altro, Lupu è interprete sommo).
Dopo aver ascoltato questo Beethoven, con Schumann non si poteva pensar altro che di sprofondare negli abissi. E così è stato. Una interpretazione dell' Arabesque di insolita raffinatezza e introspezione, con un momento magico nella coda finale: mai sentito un pianoforte cantare in modo più commovente e curato in nessun altro recital pianistico. Un raro esempio di edonismo del suono. La Fantasia, invece, ha generato alcune perplessità. Come è noto, questo brano racconta l'amore di Schumann per Clara Wieck (la futura signora Schumann). Una sorta di dichiarazione d'amore messa in musica in puro stile romantico. Evidente, quindi, che passionalità e trasporto emotivo la facciano da padroni. Tuttavia con Lupu più che di amore dichiarato sarebbe meglio parlare di amore sussurrato, tanto dimessi appaiono i toni con cui si accosta al testo. Anche in questo caso i tempi sono dilatati spasmodicamente, con una volontà precisa di eliminare ogni punto di riferimento formale (già così poco definiti in Schumann). Risultato, rendere enormemente difficile l'ascolto agli spettatori, totalmente persi in questo intricatissimo dedalo. Ora, analizzata storicamente, la scelta ha un suo indubbio valore, sia formale sia concettuale: Intendere la Fantasia come una immensa improvvisazione meditata che storicamente rompe gli schemi della tradizione (formale); Considerare che il brano narra sì l'amore di Robert verso Clara, ma che era un amore ostacolato strenuamente dal padre di lei, Friedrich Wieck, quindi irrealizzabile (concettuale). Questo potrebbe spiegare i toni dimessi e l'atmosfera di generale stanchezza che emerge dall'interpretazione di Lupu. Come in Beethoven, quindi, Lupu legge in Schumann un'altra forma di sconfitta, rappresentata dalla consapevolezza dell'irraggiungibilità della donna amata. Sembra quasi proporci la versione in musica del ciclo dei vinti. Ma la sua ricerca va oltre il Verismo. Approda ad una spiritualità che a ben pochi è dato conoscere. Il gioco pianistico di Lupu è tra i più raffinati e ricercati che ci possano essere. Se ne è già parlato a proposito dell' Arabesque, dove raggiunge il culmine.
Ma questo fattore è il marchio di fabbrica del pianista Lupu, il quale ne fa un uso che alla lunga rischia di diventare un abuso. Ci sono alcuni pianisti, o musicisti in genere, che attribuiscono eccessiva importanza al lato virtuosistico delle proprie esecuzioni, stando ben attenti a non sbagliar nulla e ad essere impeccabili sul lato puramente tecnico, col rischio di risultare eccessivamente piatti, meccanici, senza suscitare la benché minima emozione. Lupu, al contrario, si potrebbe definirlo un virtuoso del suono, che mi sembra sia il vero punto di partenza di ogni sua interpretazione. Quindi, volendo dare un parere sintetico, direi che pur provando smisurata ammirazione e apprezzamento per il modo in cui tratta la materia sonora in sé, mi lascia perplesso sull'applicazione della stessa ai brani degli autori interpretati, pur avendo cercato di intravvederne le possibili motivazioni culturali.
Vorrei concludere questa disamina su Lupu facendo un'ultima riflessione, che svelerà finalmente al lettore il motivo del titolo scelto. All'inizio ho insistito sui tempi notevolmente lenti staccati da Lupu in quasi tutti i brani eseguiti durante il concerto. Questo ha portato ad una reiterata fissità, ad una staticità nel naturale fluire del discorso musicale che mi ha riportato alla mente il cinema del regista svedese Ingmar Bergman. Le sue pellicole presentano la stessa staticità temporale riscontrata nella dizione musicale di Lupu, spostando spesso la narrazione in una dimensione quasi atemporale. Lupu e Bergman, due artisti che, in campi diversi, sfruttano lo stesso espediente per la loro personale ricerca. Quella di Bergman è tutta tesa all'individuazione di tracce, segni che possano avvicinarlo ad una epifania del divino. Per Lupu, invece, verte a individuare significati nascosti nelle opere interpretate, ottenendo spesso una spiritualità mistica. In fondo, i loro obbiettivi, non sono poi tanto differenti!
Benedetto Ciranna
20/11/2008
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