Non possumus
(tacere quae vidimus atque audivimus)
Ho sempre grosse difficoltà quando non posso parlare bene di uno spettacolo. Purtroppo per questo Poliuto ricorre una di queste occasioni. L'opera di apertura del Festival Donizettiano a Bergamo, onestamente, non è stata gran che e spiace dirlo, dal momento che in questo stesso teatro abbiamo potuto vedere e sentire ben di meglio.
La scelta dell'opera è già un ostacolo di per sé: il Poliuto è nato sotto una cattiva stella fin dal quel 1838 in cui Donizetti cercò, con enormi fatiche, di rappresentarlo a Napoli, dove si scomodò il re in persona per impedire l'andata in scena della prima. Certo oggi non ci sono quei problemi di censura che ebbe invece il Nostro quando voleva far rovesciare l'ara Iovis a Poliuto, ma restano le difficoltà drammaturgiche di un tema, quello religioso, che per quanto attuale, è di ardua spettacolarizzazione. Il pubblico del melodramma vorrebbe sempre amore e passione, accetta l'amor patrio e la guerra, tollera le beghe religiose, a meno che si tratti di pagina biblica con azione di popolo, purché siano ben nascoste da argomenti più interessanti. Difatti, in quelle opere in cui capita, il tema religioso è sistematicamente posto in secondo piano, a far da sfondo alla più pregnante vicenda amorosa: pensiamo alle numerosissime liasons ambientate tra cristiani e musulmani, dove i primi sono buoni e i secondi sono cattivi: alla fine il/la protagonista di fede islamica abiura (se destinato a felicemente concludere la relazione con il/la protagonista cristiano) o soccombe (in caso contrario) e tutti sono soddisfatti al calare del sipario. Meno frequenti le ambientazioni dei melodrammi con antagoniste altre religioni: l'esempio più facile è senz'altro Norma, dove la diversità di fede tra Pollione e Norma è una banalissima scusa che sta alle spalle della loro questione sentimentale.
Nel Poliuto è tutto più complicato, perché la relazione d'amore tra Paolina e Poliuto segue e non guida la questione religiosa, la gelosia di Poliuto per la relazione prematrimoniale di Paolina è immotivata e il problema viene risolto tutto sommato senza troppi problemi (basta l'abiura, mentre altre eroine in situazioni analoghe pagheranno ben più caro prezzo). Il vero nodo è eliminare i cristiani, anche se fra questi c'è il rivale in amore di Severo, al quale comunque Paolina si è già categoricamente negata. Colpirne cento per educarne uno? Forse per questo strano paragone a rovescio il regista ci ha imposto una fosca ambientazione fascista? Rendere scenicamente questa importante differenza non è per niente semplice e l'odierno regista non mi pare sia riuscito nell'intento.
A questo va aggiunto (fatto certo non secondario) che molte pagine del Poliuto richiedono tecnica sopraffina, agilità vocali acrobatiche, energia emissiva autorevole: spiace dire che non si è sentito nulla di tutto questo, sul palco orobico.
L'impatto scenico, infatti, non è stato dei più felici: la regia ha scelto di ambientare un opera in peplum nel Ventennio, salvo spargere qua e là segni di romanità (che potevano starci, in effetti). Così i cristiani hanno tutti vestito l'orbace, i protagonisti la divisa da gerarca e la povera Paolina, in un'opera dove c'è una solitaria protagonista femminile, è stata costretta a tenute maschili a dir poco mortificanti. Non si capisce perché i cristiani (che, è vero, soccombono, ma rappresentano i “buoni”) siano stati travestiti da fascisti (che dovrebbero essere “cattivi”), gli equites da gerarchi mentre la cohors indossava la toga, lo scudo e il giavellotto d'ordinanza. La scena dell'arrivo di Severo ci ha tenuti tutti in angosciosa attesa di un saluto romano, che vivaddio non c'è stato, ma i prodromi c'erano tutti. Sorvoliamo sui gladiatori a torso nudo, sulla statua di Giove semisepolta e sullo specchio appeso per fingere la catacomba: non si può, invece, sorvolare sull'incomprensibile scena posta a sfondo del secondo atto, con quel salotto a vetrate post-moderne e il camerata che serviva il tè coi pasticcini. Probabilmente sbaglio, ma non riesco ad apprezzare una regia il cui significato mi debba essere spiegato. So che molti melomani non condividono la mia impostazione, io però credo fermamente che un'opera rappresentata a teatro vada valutata nel suo insieme. Devono esserci la recitazione e il canto, la scenografia e i costumi, la regia e la direzione. Non sono d'accordo con quanti ritengono la regia e la messa in scena un aspetto trascurabile, da tenere in nessuna considerazione se i cantanti sono bravi. Non è una rappresentazione in forma di concerto, né ascoltiamo l'opera alla radio: quando si va a teatro deve esserci tutto e, francamente, il manipolo di balilla e avanguardiste che si accalcava sul palco, per essere trascurato, avrebbe richiesto cantanti superlativi.
Purtroppo così non è stato. La protagonista, Paoletta Marrocu, che ebbi modo di elogiare in passato, per la verità in interpretazioni completamente diverse (ricordo con piacere una Tosca areniana, di ormai parecchi anni fa), era in palese difficoltà, in un ruolo a lei inadatto e che non la valorizzava minimamente (ribadisco: ulteriormente mortificata da costumi maschili che si potevano benissimo risparmiare). Non di molto meglio l'antagonista Severo, interpretato da Simone Del Savio. Il protagonista, Gregory Kunde, partito a fatica, riesce a tirarsi su grazie alla tecnica e all'esperienza nel secondo atto, raccogliendo un meritato applauso per l'aria Fu macchiato l'onor mio, ma mi sento di dire che quello è stato uno dei pochi momenti di corale entusiasmo del pubblico. Non molto, per tre ore di spettacolo.
Non v'è molto da dire, a questo punto, dei comprimari, che da soli non potevano certo modificare l'esito infausto dell'opera. Vigorose critiche (condivisibili) al direttore, Marcello Rota, che fatica a riprendere l'esecuzione dopo gli intervalli, fischiato da un pubblico forse ingeneroso, ma motivatamente insoddisfatto.
Chiara Plazzi
10/10/2010
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