RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

La Primavera in autunno

L'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI (OSN) battezza il mese di ottobre 2020 con il terzo «Concerto d'autunno», un appuntamento tutto dedicato ai primi anni Quaranta dell'Ottocento tedesco. Mentre l'Italia scopre Giuseppe Verdi, che compone il Nabucco tra il 1841 e il 1842, negli stessi anni in Germania due musicisti amici tra loro danno vita a due partiture che segnano in modo indelebile il Romanticismo mitteleuropeo.

Il primo è Robert Schumann. Il suo sogno di sposare Clara Wieck si è concretizzato da poco, il matrimonio va a gonfie vele e la sua precaria salute mentale gode di una felice parentesi di stabilità. Così, dopo un esperimento giovanile di sinfonia lasciato allo stato di abbozzo e molta musica pianistica o da camera, nel gennaio 1841 abbozza in soli quattro giorni, dal 23 al 26, la sua prima sinfonia compiuta, orchestrandola in cinque settimane e terminandola il 20 febbraio. L'idea nasce dalla lettura di una lirica di Adolf Böttger, Nella valle si leva la primavera. Inizialmente Schumann associa titoli programmatici ai quattro movimenti della composizione – Risveglio della primavera; Sera; Allegri compagni di giochi; Addio alla primavera –; ma poi li scarta in funzione di una lettura più astratta; ciò nondimeno, il programma poetico del brano era già circolato, e in breve la Sinfonia n°1 in si bemolle maggiore Op.38 viene associata al suo sottotitolo di Frühlingssymphonie, o Sinfonia di primavera.

Chi avrebbe potuto dirigerla meglio, se non il suo fraterno amico Felix Mendelssohn-Bartholdy, il 31 marzo di quello stesso 1841 al Gewandhaus di Lipsia? Lo stesso Mendelssohn che, un anno dopo, porta a termine una serie di musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Mendelssohn, cresciuto in un ambiente colto (dove Goethe era letteralmente di casa, tanto per dire), conosce il Bardo fin da bambino grazie alle traduzioni di August Wilhelm Schlegel e Ludwig Tieck; folgorato proprio dal Sogno già nell'adolescenza, nel 1826, a diciassette anni (!), compone su di esso un'ouverture per pianoforte a quattro mani, che orchestra e pubblica come Op.21. Ma è come se non avesse dato pieno compimento alla sua ispirazione. L'occasione arriva diversi anni dopo, quando, nel 1843, il re di Prussia Federico Guglielmo IV, intenzionato a mettere in scena una pomposa rappresentazione del Sogno, commissiona a Mendelssohn, su suggerimento di Tieck che proprio in quei giorni si trovava a corte, una apposita “colonna sonora”. E Mendelssohn, l'uomo giusto per la richiesta giusta, non fa altro che recuperare l'Ouverture Op.21 e inanellare, dopo di lei, altri brani (nel cui organico figurano, oltre all'orchestra, anche un soprano, un mezzosoprano e un coro femminile) atti a illustrare e commentare in musica i passi salienti del testo shakespeariano. Nasce così il Sogno di una notte di mezza estate Op.61, di cui viene presentata in concerto una suite di cinque brani: 2) Scherzo. Allegro vivace; 5) Intermezzo. Allegro appassionato; 6) Notturno. Andante tranquillo; 9) Danza dei contadini. Allegro di molto; 7) Marcia nuziale. Allegro vivace, questi ultimi due invertiti rispetto alla scansione originale per dare maggior risalto al pezzo sicuramente più conosciuto di tutta la produzione mendelssohniana.

A salire sul podio, giovedì primo ottobre 2020, il pesarese Michele Mariotti. I doverosi distanziamenti imposti per ragioni di sicurezza, visto il periodo, non consentono di espandere l'orchestra oltre la capienza di un palcoscenico, quello dell'auditorium Arturo Toscanini di Torino, che è stato già ampliato ricorrendo all'espediente di rimuovere le prime cinque file di poltrone in platea. Ma anche così, si dispone di un'orchestra “a dodici primi”, dimensione che, coincidenza o meno, ben si adatta alla scelta dei brani eseguiti, anche filologicamente. Come è sconsiderato eseguire le Quattro stagioni di Vivaldi con cento archi (alla Von Karajan) o Bruckner con un organico cameristico, così è importante bilanciare le forze orchestrali a seconda dei brani da eseguire. Mariotti riesce a coinvolgere il pur non numeroso pubblico (anche qui, per cause di forza maggiore, con le persone a due posti una dall'altra) in una serata dal sicuro impatto emotivo. Si comincia con lo Scherzo dal Sogno di Mendelssohn, purtroppo non nitido nell'attacco dei legni e non così leggero come ci si aspetterebbe da una danza di folletti; ma si prosegue migliorando con il bifronte Intermezzo, volante e coinvolgente nella prima parte, quasi pastorale nella seconda, con il pregevole refrain di corni e fagotti nel Notturno, morbido ed elegante, e con la vivace spigliatezza della Danza dei contadini, spigliatezza che contagia dapprima l'incipit della Marcia nuziale che segue, risultando un poco affrettato, ma che poi si fa da parte per far attestare il brano su una cifra di più rilassata magniloquenza, che conduce l'esecuzione ad esito felice.

Ben eseguita anche la Prima Sinfonia Op.38 di Schumann. La fanfara che apre l'Andante un poco maestoso, motto che lascerà traccia di sé anche nell'apertura della sua Seconda Op.61 (e chissà, forse potrà essere servito da ispirazione a Cajkovskij per l'attacco della sua Quarta Op.36), è vagamente indecisa, tentennante; ma quanto ripaga il contrasto con l'Allegro molto vivace, dove viene a prendere corpo l'appassionato estro compositivo schumanniano, che qui, nel movimento intitolato in un primo momento Risveglio della primavera , scioglie un inno alla spinta vitalistica della stagione, richiamando l'etimo dell'inglese spring, con quel primo tema inafferrabile, mobilissimo nel suo fluire di quartine di semicrome dopo l'inciso ritmico iniziale che serve da motore propulsore a tutto il brano. Ed è questo spirito che Mariotti infonde nella direzione di questo movimento. Un movimento, che, per superare le colonne d'Ercole del sinfonismo beethoveniano, doveva battere una strada diversa dal contrasto dinamico tra due temi. Così, messo da parte il secondo, lo sviluppo diventa una trasmutazione continua del primo (procedimento analogo a quello che Chopin sperimenta nella sua Sonata Op.35, di poco precedente).

Molto convincente il Larghetto, dal suono pieno e dall'afflato sospiroso, un'oasi cantabile dove tuttavia l'intenso lavorio complementare dell'orchestra attorno al tema, che sapientemente Mariotti evita di inabissare sotto il canto, permette di percepire l'inquietudine solo in apparenza dissimulata che serpeggia per questo brano. Da segnalare anche il corale di tromboni e le ultime battute agli archi, con il loro senso di sospensione e di aspettativa, che si scarica sullo Scherzo, notato Molto vivace. O meglio, che dovrebbe scaricarsi: ché la lettura di Mariotti si fa composta, educata, per così dire, e non lascia fuoriuscire dalla pagina la forza, tanto nel tempo quanto nel sentimento, che nello Scherzo viene compressa e non aspetta altro che liberarsi. Ma così, il Finale risalta nella sua allegrezza senza esacerbarne la dinamica, restando in un contesto di equilibrio, forse il distintivo che meglio rappresenta l'esecuzione di Mariotti. D'altro canto Schumann stesso voleva che questo finale non si eseguisse troppo gaiamente, poiché rappresenta pur sempre, stando ai titoli iniziali, l'Addio alla primavera: una primavera che, finendo, ci dà agio di entrare nell'estate, in una stagione dal rigoglio ancora maggiore: ma pur sempre un addio.

Christian Speranza

7/10/2020

La foto del servizio è di PiùLuce.