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Tutte le visioni di Prokof'ev

Al Teatro dell'Opera di Roma torna

L'Angelo di fuoco

Affonda le proprie radici nel particolare misticismo introdotto da Nikolaj Kljúev nella Russia dei primi anni del Novecento l'allestimento firmato da Emma Dante per L'Angelo di fuoco di Prokof'ev, opera dalla storia travagliata e di rara esecuzione (l'ultima e unica rappresentazione romana risale al lontano 1966). La setta dei clysty (Cristi) alla quale il poeta apparteneva, usava promuovere riunioni dal carattere mistico-erotico, durante le quali i ballerini cadevano in trance e, così pare, si accoppiavano carnalmente. Un ambito che ebbe grande influsso sulla generazione simbolista e sullo scrittore Valerij Brjúsov, autore del romanzo dal quale è tratta l'opera. Forse per questo la Dante incarna Madiel', l'angelo del titolo, in un misterioso danzatore che nel corso dello spettacolo viene affiancato da un suo doppio, a evidenziare la coesistenza del bene e del male. La regista siciliana sceglie di esplicitare le allucinazioni della protagonista, così che la messa in scena diviene un unico, lungo incubo. La locanda del primo atto è una sorta di catacomba, mentre gli avventori divengono degli zombies dai movimenti scomposti. Una frenesia erotica percorre l'intera vicenda. Come nella Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, il cavaliere Ruprecht viene coinvolto in una dimensione allucinata dalla quale non esiste via di scampo. Renata esige l'ascolto della propria incredibile storia, legata all'incontro con l'angelo di fuoco, aprendo le porte ai fantasmi dell'inconscio. La Dante ha il merito di essere riuscita a veicolare quella particolare alchimia fra tragico e comico, che certamente caratterizza il mondo di Prokof'ev. Analogamente alla narrativa di Andrej Belyj, altro scrittore intriso di simbolismo il quale ricorda in modo impressionante il Ruprecht di Brjúsov, l'infatuazione settaria si traduce in un linguaggio ambiguo, molto vicino alle esagerazioni di un Gogol'. Le pennellate drammatiche dell'incubo vengono così stemperate in un registro affine al grottesco. Per questo il conte Heinrich, altra incarnazione di Madiel', assume le movenze meccaniche e scomposte di un pupo siciliano. Bella la scena conclusiva del secondo atto, il momento più alto anche dal punto di vista musicale, con il mago Agrippa trasformato in una sorta di dottor Frankenstein intento a muovere le proprie inquietanti creature. Di notevole impatto anche il finale dell'opera, dove Renata appare riccamente abbigliata come una Madonna sicula sotto la terrificante statua di un Cristo scheletrico.

Nel complesso la Dante traduce il parossismo sonoro, la scrittura di Prokof'ev incede con ritmo inesorabile concedendosi raramente all'arioso, in una ridda di immagini e movimenti che certo trovano fondamento nel libretto, punteggiato da continue invenzioni e intriso di sovrannaturale. Un atteggiamento barocco, a volte ridondante e didascalico, come quando si sottolinea la presenza delle spie dell'inquisizione portandole letteralmente in scena, al quale chi scrive avrebbe preferito, almeno in alcuni momenti, una maggiore capacità evocativa. Superflui ad esempio i siparietti fra un cambio di scena e l'altro, che nulla aggiungono alla sostanza dello spettacolo. Una regia della quale comunque non si può negare il carattere vivo e spiccatamente teatrale, supportata dai costumi di Vanessa Sannino, dalle scene di Carmine Maringola e dalle luci di Cristian Zucaro.

Alejo Pérez traduce con abilità il clima esasperato dell'opera, costruendo un arco narrativo di grande impatto emotivo. Una direzione attenta agli equilibri con il palcoscenico se si esclude il solo finale secondo, dove le voci erano un poco coperte dalle ampie sonorità orchestrali, ma in questo caso bisogna considerare i limiti ad esempio dell'Agrippa di Sergey Radchenko, corretto ma non particolarmente squillante. Ewa Vesin viene a capo dell'improba parte di Renata in maniera più che dignitosa, conferendo al personaggio quei toni schizofrenici e ondivaghi che le si addicono. Anche Leigh Melrose trasmette tutta l'ambiguità di Ruprecht, gli slanci salvifici per la donna continuamente sull'orlo del baratro e gli atteggiamenti infoiati che a tratti lo dominano. Apprezzabili nel complesso le parti di contorno. Mairam Sokolova si destreggia bene nel duplice ruolo dell'indovina e della Madre superiora, pur con qualche fissità vocale. Andrii Ganchuk, dal progetto Fabbrica Young del Teatro dell'Opera, è un Faust piuttosto imponente, al quale sta accanto il Mefistofele ben caratterizzato di Maxim Paster. Buono infine l'Inquisitore di Goran Juric, anche se il ruolo avrebbe richiesto un maggior peso vocale. Perché il problema in quest'opera è proprio quello di richiedere un numero elevato di interpreti, a volte chiamati alla ribalta in brevi occasioni. Una menzione speciale merita infine Alis Bianca, l'Angelo di fuoco del titolo, abilissimo nel piroettare e danzare attorno ai personaggi con grazia e levità miracolose, sfiorando il palcoscenico quasi fosse davvero un'apparizione immateriale.

Riccardo Cenci

31/5/2019

Le foto del servizio sono di Yasuko Kageyama.