RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Debora Bernardi interpreta

Fedra

al Centro Zo di Catania

Antonio Caruso e Debora Bernardi.

Composta nel 1677 da Racine, e ispirata all'Ippolito di Euripide e alla Fedra di Seneca, Phèdre rappresenta senz'altro un momento cardine della storia del teatro, e nello stesso tempo uno dei più ardui e impervi banchi di prova per un'attrice.

Già l'individuazione di un diverso eroe eponimo per la stessa vicenda indica uno spostamento significativo sia della caratterizzazione dei personaggi, sia dell'ambito emozionale nel quale si muoveranno. Se infatti per Euripide si trattava della vicenda di Ippolito, colpevole di hybris nei confronti di Afrodite per averle preferito Artemide “disprezzando le nozze e astenendosi dai talami”, che viene a determinarsi come bersaglio della vendetta della dea, per Seneca e Racine l'asse si sposta su Fedra, semplice vittima occasionale in Euripide (“Quanto a Lei, Fedra, seppur con buona fama, morirà: alla sua rovina non darò una tale importanza da non far pagare ai miei avversari una pena che a me vada bene”, afferma Afrodite nel Prologo), che adesso diventa recipiente di una tempesta inaudita di passioni, vittima di Afrodite a prescindere da Ippolito, e dunque colpevole di un amore incestuoso, pur all'interno di una non colpevolezza di fondo perché, per dirla con Gorgia, tutto quel che le accade è voluto da una divinità.

Oltre a questi echi intertestuali, su Fedra si addensano altre fosche nubi: è sorella di Arianna e sorellastra del Minotauro, progenie già segnata da una lunga storia di delitti e parti mostruosi, e indirettamente connessa a Dioniso, che sostituì Teseo nel cuore di Arianna.

Personalità labirintica e inquieta, Fedra deve riempire di sé la scena e dominarla, dalla prima all'ultima battuta, lasciando che tutte le sue passioni e le sue angosce si dipanino, conducendo se stessa e lo spettatore al centro di un labirinto dal quale non sarà più possibile uscire se non grazie alla morte.

Avevamo già visto, anni addietro, la Fedra di Micaela Esdra, gravata da accenti ctoni che forse, insieme alla regia, offuscavano in senso cattolico la scultorea tragicità del personaggio, peraltro egregiamente resa dall'attrice, accenti che fornivano una chiave di lettura puntata troppo sul rimorso e sul pentimento, travisando in certo qual senso un'eroina nelle cui vene scorre lo stesso sangue di Medea, di Antigone, di Elettra.

Debora Bernardi ha invece restituito Fedra alla sua grecità, a quelle passioni tempestose il cui giudice non è il peccato nel senso cristiano, ma quel terribile tribunale presieduto dall'ideale di temperanza e razionalità che i greci chiamavano kalokagatìa, bellezza e bontà insieme, armonia, kosmos opposto a kaos.

E questo caos la Bernardi ha reso con tratti magistrali, senza un attimo di cedimento, usando la voce come uno strumento duttilissimo, in grado di trascorrere in un continuo gioco di crescendi e diminuendi, dalle zone più devastanti dell'invasamento erotico ai momenti più elegiaci e sublimi del ricordo, della nostalgia e dell'estasi amorosa.

Allo stesso modo la sua gestualità, volta a volta esasperata, ieratica, mollemente femminea, regale sempre, ha contribuito a ricreare una Fedra eminentemente tragica e al tempo stesso disperata e tormentata sino allo spasimo, come nessuna donna sarà mai.

Alessandra Palladino e Debora Bernardi.

Anche Teseo, interpretato da Antonio Caruso, ha offerto gli stessi tratti magistrali, sia nell'icasticità del gesto che nell'uso della voce, evidenziando il lento e inesorabile procedere dall'odio verso il figlio, al dubbio, sino alla certezza dell'atrocità commessa invocando su Ippolito l'ira di Poseidone.

Bravi anche Marco Tringali, che ha offerto un Ippolito freddo e scostante quanto bastava per far emergere ancor di più la passionalità esasperata di Fedra, Alessandra Palladino nei panni della nutrice Enone, Giuseppe Bisicchia in quelli di Teramene e Francesca Agate nel ruolo della giovane Aricia.

Va infine ricordata la coreografia di Gaia Giuffrida, che ha aperto e chiuso lo spettacolo, e soprattutto la sapiente regia di Guido Turrisi, la cui profonda cultura classica, unita alle scene di Piero Lo Monaco e ai costumi di Rosy Bellomia, ha saputo creare con pochissimi elementi un'atmosfera claustrofobica e angosciosa, dominata da un labirinto fosforescente sul quale si muovevano gli attori, vero e proprio snodo semantico di una vicenda che affonda le sue radici nei tabù più antichi e reconditi dell'umanità.

Giuliana Cutore

16/2/2010

Le foto del servizio sono di Martina Nasini.