RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Radio d'epoca

in mostra permanente a Catania

In una sala folta di intervenuti, l'appassionata parola del noto presentatore radio televisivo Renzo Arbore, non poteva essere più appropriata presentazione, nelle recenti settimane, alla inaugurazione, nei locali del centro fieristico “Le Ciminiere”, della mostra permanente della radio d'epoca, allestita mercè la collezione di Francesco Romeo, su iniziativa della Provincia regionale di Catania, che del luogo è proprietaria. Lodevole e meritoria iniziativa poiché, come lo stesso Arbore –che della radio fu un protagonista, negli anni Settanta- precisava, il messaggio da questa diffuso oggi giunge dovunque ed a chiunque, attraverso i telefonini ed i computers, però fino a qualche decennio fa era trasmesso attraverso apparecchi sovente ingombranti, pure a volte veri e propri giojelli della tecnica e della genialità dei creativi, in Italia ed all'estero, i quali meritano di figurare in collezioni private, come quella in mostra, e di essere studiati a livello didattico, sostanzialmente culturale. L'iniziativa non è originale, poiché esistono da qualche lustro dei musei pubblici (a Verona, a Macerata Feltria) e privati (a Bologna, il collezionista ha ivi la radio di donna Rachele Mussolini) che in Italia valorizzano gli apparecchi radiofonici d'epoca: mancava però in Sicilia un intervento degli enti locali, in codesto segmento culturale.

Infatti la radio è la nostra storia, orgoglio prettamente italiano. Tutti sanno o dovrebbero che l'inventore di essa, Guglielmo Marconi, che fu pure il creatore del telegrafo poco prima della fine del XIX secolo e delle onde micro e delle radiotrasmissioni (il radar), sin dagli esordi bolognesi, è nostra gloria nazionale: inoltre non si deve dimenticare, sebbene la brochure accompagnatoria della mostra, che rimane in permanenza alle Ciminiere e merita più di una visita, da parte delle scuole come dagli appassionati, essendo inoltre ad ingresso gratuito, raffiguri il Marconi, che egli negli anni precedenti la prima guerra mondiale dovette sperimentare le proprie invenzioni negli Stati Uniti ed in Inghilterra, nazioni più ricettive alle sue scoperte (e remunerative sotto il profilo economico, laddove i governi italiani dell'epoca non ne ravvisavano l'utilità). Fu il regime fascista, appena insediatosi, assistendo nel 1922, con la collaborazione proprio di Marconi che era anche divenuto cittadino inglese, alla nascita della radio statale britannica, la BBC, ad invitare l'inventore romagnolo (che al Fascismo aderì senza riserve, tanto da esser nominato Presidente della Reale Accademia d'Italia) ad applicare in Patria le radiodiffusioni: per cui il 6 ottobre 1924 era creata L'URI, Unione Radiofonica Italiana, dalle stazioni di Torino e Roma. Fortemente finanziata dal Fascismo, questa società (dietro la quale erano lo stesso Marconi e Costanzo Ciano, poi Presidente della Camera, alto dignitario dell'epoca e padre del tragico Galeazzo) si trasformava nel 1927 nell'EIAR, avendo il Duce intuito l'importanza fondamentale per la propaganda del mezzo radiofonico e creando appositamente, agli inizi degli anni Trenta in una Nazione sostanzialmente contadina, l'Ente Radio Rurale il quale ebbe l'obbligo di costruire apparecchi radio dalla foggia spartana, robustissimi e la cui presenza era imposta in ogni zona, anche sperduta, d'Italia. Così la voce del regime giunse dovunque. E se all'estero l'esempio italiano era subito imitato dalla Germania nazionalsocialista (oggi ricercate sono le radio popolari del Fùhrer), l'America già vedeva il fiorire della radiodiffusione privata.

La radio ha accompagnato passo dopo passo i momenti più importanti della vita delle nazioni, prima dell'avvento delle TV e dei collegamenti multimediali, i quali hanno sconvolto l'universo dei popoli, creando novelli parametri, almeno in Occidente: per l'Italia, dalla conquista dell'Impero nel 1936 alla seconda guerra mondiale, colle trasmissioni dei combattenti, gli anni Trenta e Quaranta furono essenziali. Il 25 luglio del 1943 cade il Fascismo, ed è la radio a trasmettere il comunicato, agli sbigottiti italiani al fronte ed in Patria: segue il proclama di Badoglio, “la guerra continua”. Badoglio stesso poi darà l'annuncio dell'armistizio, l'otto settembre: mentre il disco colla sua voce è trasmesso, la nazione precipita nel caos.

Le voci della radio più popolari all'epoca erano Nunzio Filogamo, nativo di Palermo ed animatore dei leggendari “Quattro moschettieri” nonché di innumerevoli trasmissioni, dalla inconfondibile cadenza, Silvio Gigli inventore del radio quiz (poi copiato dalla TV) e Nicolò Carosio, radiocronista sportivo. Le Orchestre quelle di Angelini, Barzizza e Petralìa. Solo nel 1944, in piena occupazione, nasceva la RAI, e negli anni Cinquanta, diviene celebre in radio Corrado, con “Rosso e nero”: la “Corrida” verrà solo negli anni Settanta. Anche la melodia napoletana, oltre la musica leggera italiana e le sinfonie e le opere liriche, ebbe notevole spazio in quel tempo: oggi scomparsa, la ‘voce' della radio ha trasportato Sergio Bruni e Mario Abbate, oltreché Alberto Rabagliati (che propagandò l'amore attraverso il radio apparecchio negli anni Trenta, colla canzonetta “Quando la radio, trasmette da Torino, vuol dir stasera, ti aspetto al Valentino…”) e Nilla Pizzi, indimenticata “Vola colomba” nei giorni di Trieste occupata. Venticinque anni fa alcuni di questi ‘divi' dell'epoca furono riuniti da Renzo Arbore in televisione per i sessanta anni della radio, in una nostalgica serie di rievocazioni: il medesimo canale nazionale radiofonico (ora Radio 1) trasmise una serie di puntate, domenica mattina, in omaggio all'evento. Nel 2004, il collezionista Romeo che oggi con munificenza espone i suoi ‘giojelli' alle Ciminiere, li mostrò, pochi, nei locali dell'ex cinema Midulla, nel quartiere Angeli Custodi di Catania: ricordandosi l'ottantesimo dalla nascita della radio italiana, e la morte in quello stesso anno, per mere esigenze di economìa, dei canali radiofonici secondo e terzo in frequenza AM (sono rimasti solo in FM), riducendo pertanto l'ampiezza di ascolto dei vecchi apparecchi radio.

I quali congegni in mostra alle Ciminiere (alcuni dotati di giradischi, in artistici mobili come era d'uso) si fermano cronologicamente agli anni Cinquanta, comprendendo dalle prime radio a minerale di galena, a quelle a valvole (o ‘valvoloni', dalle dimensioni enormi); tra le case produttrici più celebri, la Magnadyne, la Ducati (poi passata alle motociclette), di cui è esposto il radiogrammofono che fu presente, quale simbolo di miglioramento economico, nel film “Abbasso la miseria” del 1946, con Anna Magnani e Nino Besozzi, la radio Ducati del 1941 unica con il brevetto per il mobile dalle linee modernissime jeri come oggi; altri famosi apparecchi della CGE e della Geloso, insieme ad un vasto numero di spiegazioni, le quali del resto lo stesso collezionista, ivi presente, è ben lieto di fornire ai visitatori. Non hanno adeguato spazio le radio a transistori, sebbene (nate nel 1959) inizino ad avere oggi una propria storia: verrà anche il tempo della valorizzazione, per loro. La mostra è visitabile dal lunedì al venerdì nelle ore antimeridiane, il martedì e giovedì dalle 15 alle 17. Sarebbe auspicabile suggerire di recarvisi con il mezzo, molto rapido ed a bassissimo costo, della Metropolitana: dalla stazione Borgo a quella FS, da cui in pochi minuti si giunge, a piedi, alle Ciminiere, vi si impiegano al massimo sette-dieci minuti. Ciò naturalmente vale per coloro che intendono muoversi con tranquillità e senza indulgere, specie al mattino, alla oramai acclarata, automobilistica schiavitù. Per immergersi in un mondo, quello della radio d'epoca, che ha sì velocizzato le comunicazioni, non certo però al ritmo disumano di oggi.

Francesco Giordano

27/4/2009