RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

La figlia del reggimento

al Donizetti di Bergamo

Così come, dovendo restaurare un dipinto antico, l'operatore deve munirsi di tutti gli strumenti necessari (bisturi, solventi, raggi gamma) a rimuovere le antiche incrostazioni depositatesi sul manufatto e che impediscono ai fruitori di leggerne le originali campiture cromatiche; allo stesso modo i curatori di questa Figlia del reggimento si sono adoperati per ripristinare le originali tinte cromatiche e il ristabilimento dell' autentica immagine sonora che il tempo aveva inesorabilmente offuscato.

Il 3 ottobre 1840 ebbe luogo, alla Scala di Milano, la prima della Figlia del reggimento . Donizetti, nonostante avesse curato personalmente la trasposizione dell'opera, non fu presente alla prima perché dovette ritornare a Parigi: urgeva La favorite!

Dalla tiepida accoglienza milanese fece immediatamente contrasto una rapida, quanto capillare, diffusione dell'opera nel resto d'Italia, con le conseguenti interpolazioni testuali e, nel tempo, l'appesantimento delle parti orchestrali. Per tacere degli interventi censori, o libertari, a seconda di come l'opera attraversava la Penisola. Approssimandosi il 1848, per esempio, con l'alleanza tra la Francia e il Piemonte, la presenza dei soldati savoiardi, di cui è farcita l'opera (quasi un Tiramisù), andava «de jure», mentre in altre occasioni, come nel 1846, al Teatro Valle di Roma, l'opera è ambientata in Svizzera ma con i soldati francesi invasori.

Quando l'opera arrivò al Teatro Nuovo di Napoli, nell'estate del 1841, dove perdurava l'usanza dell'opera comica con dialoghi recitati, fu realizzata una nuova traduzione del libretto, curata da Andrea Passaro, più affine alla francese Fille du régiment, madre e maestra della Nostra. E a metà degli anni Quaranta, in una edizione del Teatro Le Fenice di Napoli, la figura di Ortensio fu trasformata in “basso napoletano”.

Tirando le somme, la partitura della Figlia del reggimento utilizzata per le rappresentazioni teatrali della fine dell'Ottocento e di tutto il Novecento (comprese le incisioni discografiche) è molto lontana da quella elaborata da Donizetti nel 1840. Nella sostanza, la Figlia del reggimento è la trasposizione, realizzata da Donizetti stesso (tramite Callisto Bassi), secondo le «convenienze» dei teatri italiani, della Fille du régiment (andata in scena all'Opéra-Comique, l'11 febbraio 1840). La trasformazione da “opéra-comique”, con dialoghi parlati a “opera comica” con recitativi, comportò (come da prassi) tagli, spostamenti, prestiti, composizione di nuovi brani. Scomparvero, fra l'altro, i couplets (della Marchesa e di Marie). Mutuata dal Gianni di Calais (Napoli, 1828) fu inserita, per il tenore, «Feste? Pompe? Omaggi? Onori?» che, ahimé, non regge il confronto con «Pour me rapprocher de Marie» soppressa.

L'opera conobbe una crescente popolarità che riempì, nel tempo, spartito e prassi esecutiva di sedimenti e concrezioni; da ciò il lavoro di ripulitura di cui sopra. Secondo questa logica è nato lo spettacolo che si è andato a rappresentare la sera del 20 novembre scorso presso il Teatro Donizetti di Bergamo.

La brillante esecuzione, dai giusti ed accurati timbri orchestrali sottoposti, anch'essi, a scrupolosa riflessione interpretativa, è stata diretta magistralmente dal maestro Alessandro D'Agostini. Questa messa in scena, ammirata da chi scrive “dall'alto dei cieli” (con acustica sopraffina) della galleria del Tearo Donizetti, ha numerosi pregi. Non ultimo un lavoro particolarmente accurato sui personaggi, realizzato dal regista nel significativo impegno di sdoganare l'ingombrante peso della madre/ Fille francese, ognora fastidioso nei confronti della cadetta italiana.

L'ottimo lavoro di Andrea Cigni si è espresso su vari livelli, anche trasversali, di interpretazione. Dapprima sottolineando come Maria appartenesse esclusivamente al mondo schietto, aperto e umano del reggimento (leggi “la sua famiglia”). Nello stesso tempo, la sua ruspante baldanza non le impedisce di innamorarsi sinceramente di Tonio, quindi di scoprire la sua femminilità o la mesta soavità di cui è capace quando scopre che dovrà abbandonare per sempre i suoi cari (soldati). Un «Convien partir» cantato in maniera magistrale da Yolanda Auyant.

In seconda istanza, l'approfondimento della regia si è accentrato sul tenore, questo Tonio che, durante tutto l'arco dell'opera, matura man mano che il suo amore per Maria si accresce e si conferma, riuscendo a risolvere le difficoltà che continuamente gli si presenteranno. Dapprima giovanottone incerto nei suoi improbabili sogni guerreschi («di salir sino ad essere generale / allor come si fa? La vivandiera / più non mi converrebbe…»), poi più cosciente del suo amore, fino a farsi soldato e librarsi nel «Qual destino qual favor». Taglio aperto (col bisturi di cui sopra), dai curatori che hanno recuperato la musica predisposta da Donizetti (ma non utilizzata per la prima milanese del 1840) e che ha dato modo all'agguerrito Gianluca Terranova di cimentarsi nell'impervio brano e bissarlo (bontà sua) dopo scroscianti applausi e ovazioni. Infine sicuro di sé, con tanto di spalline, che arriva (con tutto il Reggimento) a liberare Maria da quell'ambiente retrivo e stantio dell'alta nobiltà (scena mirabilmente mimata e che avrebbe fatto la gioia di un intero reparto di geriatria d'una qualsiasi clinica universitaria) che non apparteneva alla mentalità e al mondo dei due giovani. Infine, l'amore vince. Compreso quello di madre (qui la brava Dionisia Di Vico, Marchesa di Lauffen, giusta nella caratterizzazione) che («Ceda alfin l'orgoglio») acconsente alle nozze liberando la figlia, e acquistando in umanità, da quella società decrepita cui l'aveva destinata. E dalla quale bisognava guardarsi, se perfino il notaio, rimarcando il nome «Maria», lo cita come in West Side Story.

Altro interessante apporto, alla giusta lettura dell'opera, è stato realizzato a livello scenografico. “Dall'alto dei cieli” della nostra postazione, con una lettura perfino “topografica” del palcoscenico, un altro personaggio ha diritto di citazione: l'orsacchiotto di peluche. Dapprima morbido trastullo, variamente utilizzato tra le bianche Alpi, sul palcoscenico del primo atto. Nel secondo atto, mastodontico pupazzo teso a sottolineare l'atmosfera da “casa giocattolo”, in cui Maria, secondo le iniziali intenzioni della zia/madre, dovrebbe vivere: un mondo lezioso e finto che non appartiene al carattere schietto e libero di Maria. Un mondo falso, dove perfino la posticcia fasciatura di Sulpizio (Francesco Paolo Vultaggio) trova credito e giustificazione. Il grande giocattolo sarà, infine, smontato (a vista) e utilizzato da Maria e Tonio quale “palco” della loro felicità. Sul traballante (enorme) ninnolo, un Tonio ormai pienamente maturato potrà cantare, con accanto la felice vivandiera, «Su questo sen riposati», espressamente composto da Donizetti per questa sua Figlia italiana.

Se il recupero dell'edizione originale della Figlia del reggimento è riuscita pienamente, si impone, in ogni caso, la domanda se e fino a che punto sia preferibile “questa” edizione a quella, sempre in auge, della Fille du régiment francese da cui la Nostra discende direttamente. E della quale, da vera Figlia, ne mantiene e, qua e là, rimarca certe caratteristiche somatiche legate ad un DNA (musicale, cromatico, espressivo e di prassi esecutiva), eminentemente gallico. Una manufatto italiano dal quale spuntano, in ogni momento, le penne del bipede d'oltralpe.

Francesco Cento

4/3/2010