RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


I notturni della Forza del Destino

La forza del destino è un'opera quasi interamente notturna: leggendo le didascalie si evince che notturni sono, per intero, il primo e il secondo atto; il terzo per una buona metà (la scena iniziale ed il lungo duetto della sfida); e l'ultima scena del quarto. Non è dunque nei suoi fondamenti errata la scelta di Stefano Poda (che del nuovo allestimento parmense firma regia, scene, costumi, coreografia e luci) di avvolgere tutta la vicenda in scenografie plumbee e luci sommesse, per sottolineare la cappa inamovibile di oscurità che grava sulle crude vicende e sui tormenti interiori dei personaggi. Sennonché la notte e le ombre acquisiscono un peso in contrapposizione al giorno e alla luce, e se questi ultimi spariscono anche la loro assenza perde di significato. Così, nella Forza , dovrebbe risaltare in tutta la sua forza la luce, reale o simbolica, che pervade alcune scene: e se Poda ha saputo far buon uso della luce simbolica (quella che prorompe dalla Croce nel secondo atto, e quella che rischiara il finale di redenzione), ha ignorato affatto l'esistenza della luce reale, che dovrebbe rischiarare, se non altro, tutto il finale III, quando l'incedere del dramma è interrotto dalle scene di genere della domenica sul campo di battaglia. Questo finale, che dovrebbe essere un trionfo di spensieratezza e colori, e splendidamente risaltare per effetto di contrasto, se viene appiattito nel buio e nella staticità, con i cori ridotti a massa immobile al centro della scena, diviene totalmente insensato, e pare dare ragione a quei critici che accusarono la Forza di essere opera frammentaria e discontinua quanto a ispirazione, e a quelli che continuano a sostenere, tra le righe, che si farebbe bene a sforbiciarla un po' come era uso alcuni decenni or sono. A Parma, per fortuna, l'edizione critica (versione 1869) è stata eseguita per intero, alla faccia di chi pretende di capirne di più dei compositori.

La carenza di brillantezza delle scene finali del terzo atto è stata certamente accentuata dal mezzosoprano Mariana Pentcheva, interprete di Preziosilla (ogni commento si riferisce alla recita del 5 febbraio 2011): il ruolo della gitana, protagonista di queste scene, necessita di un'interprete a proprio agio nel registro acuto e dotata di una certa brillantezza; tratti, entrambi, mancati alla Pentcheva, che, se riusciva a trasmettere, nel portamento ed in una certa approssimazione, lo spirito gitano, nel carattere vocale pareva, più che Preziosilla, Azucena. Per fortuna si è trattato dell'unico neo in una compagine per il resto assai ben assortita, a partire dalla Leonora di Dimitra Theodossiou, che ha debuttato il ruolo presentandosi in una nuova veste, meno tigre e più fragile fanciulla. Croce e delizia del soprano greco, e chiave della sua trasformazione caratteriale, è stato il controllo delle regioni più acute: non del tutto sicuro nella voce piena, quando il timbro tende ad inacidirsi e le note a perdere di stabilità; eccezionale nei pianissimi e nella mezza voce, che danno origine ad incantevoli filati che rispecchiano la trasformazione spirituale vissuta dalla giovane. Sul fronte maschile non sono mancate varie soddisfazioni: il tenore Aquiles Machado (Alvaro) parte con qualche problema di nasalizzazione, ma già la forza espressiva della cabaletta che conclude il duetto del primo atto ha rivelato un personaggio compiuto; con le sue inflessioni baritonali, Machado non è magari lucentissimo e stabile negli acuti, ma sa fraseggiare da manuale i chiaroscuri di «O tu che in seno agli angeli», regalando un'atmosfera di profonda commozione. Il baritono Vladimir Stoyanov (Carlo) emerge, fin dalla ballata di “Pereda”, per la nobiltà dello stile e l'esperienza, lasciando tuttavia presagire un certo affaticamento che lo porta a farsi sopraffare dall'orchestra nella cabaletta «Egli è salvo». La classe, tuttavia, non è acqua, cosicché le parti che non richiedono squillo vengono delineate con grande senso musicale, ed i due grandi duetti dei mancati cognati (compreso quello del III atto che tante volte veniva sciaguratamente tagliato) sono risaltati come scontro tra due diverse concezioni della vita e dei rapporti umani.

Altro duetto che illustra come meglio non si potrebbe due diversi approcci alla realtà umana, e due differenti modi di vivere la vita consacrata, è quello tra i due Francescani, Padre Guardiano e Fra Melitone: tanto spirituale e ascetico il primo, quanto simpaticamente umano e pragmatico il secondo. I due bassi che li incarnavano hanno saputo rispecchiare alla perfezione il carattere dei loro personaggi: Roberto Scandiuzzi, autorevolissimo Guardiano; Carlo Lepore, Melitone di vero carattere e di solidi mezzi vocali. I comprimari sono stati dignitosi, a parte il quasi inesistente Trabuco. La direzione di Gianluigi Gelmetti, dopo una sinfonia non brillantissima, ha ben coordinato i solisti, e il coro ha dato una prova mirabile alla fine del II atto, quando gli spettatori hanno potuto assistere ad una impressionante e coinvolgente «Vergine degli Angeli».

Marco Leo

20/2/2011