|
Il viaggio a Gand... con Gioachino
Quel 19 giugno 1825, quando Il viaggio a Reims, ossia L'albergo del giglio d'oro va in scena a Parigi, al Théâtre-Italien, Gioachino Rossini ha 33 anni e alle spalle quindici di carriera teatrale, nel corso dei quali ha composto 35 opere, compreso Il viaggio, ultima opera italiana. Gliene restano da creare quattro, tutte francesi. Il congedo dalla scena, presumibilmente non premeditato, avverrà il 3 agosto 1829 con Guillaume Tell , che rappresenta l'apogeo della sua orbita. In quel momento Gioachino di anni ne avrà 37. Perché dunque siamo costretti, pressoché senza interruzione, a vedere apparire su libri, riviste, programmi di sala, fascicoli di accompagnamento di CD e DVD, manifesti, ecc. il volto di un Rossini assai maturo, vecchio o addirittura decrepito? È pur vero che talvolta, se si parla di Ernani o Giovanna d'Arco, ci mostrano le sembianze del Verdi dell'epoca di Don Carlos o di Otello!
Il viaggio a Reims, più che una vera opera, è una straripante cantata di circostanza, benché la tenue trama che peraltro si presta egregiamente ai più diversi adattamenti di regia odierni non sia troppo avara di peripezie drammaturgiche. L'eccellente pretesto fu offerto a Rossini, ormai installato comodamente a Parigi, dall' “anacronistica” quanto pomposamente ridondante incoronazione nella Cattedrale di Reims del nuovo re, l'imprudente, ultrareazionario Carlo X (ultimo sovrano Borbone francese, destinato a perdere il trono nel giro di pochi anni) e dalle celebrazioni collegate all'evento. Rossini aveva però il vantaggio di disporre di una folta schiera di astri del canto lirico, a cominciare da Giuditta Pasta, che impersonò la poetessa romana Corinna (suggerita dall'omonimo romanzo di Madame de Staël). La godibilissima quanto raffinata partitura rappresenta infatti uno strenuo cimento per le voci più agguerrite.
 La vicenda vede riuniti in un albergo della località termale di Plombières un gruppo di ospiti di alto lignaggio e di varia provenienza - da Russia, Polonia, Gran Bretagna, Spagna, Germania, Italia e dalla stessa Francia - ansiosi di raggiungere Reims per non mancare di assistere all'incoronazione. Ma l'indisponibilità di mezzi di trasporto, accaparrati per tempo da altri, li costringe a rinunciarvi, accontentandosi di solennizzare sul posto l'evento con un gran banchetto in attesa di prender parte qualche giorno dopo ai festeggiamenti organizzati a Parigi. Il vercellese Luigi Balocchi, direttore di scena dei teatri parigini, sfrutta nel libretto con pochi ma azzeccati tocchi di fantasia la squisita ammucchiata di personaggi blasonati, chi più strambo e chi più capriccioso, sublimandone la vanità e la futilità, con varietà di stati d'animo, accoppiamenti, complicità, rivalità, scontri e così via. Il resto lo faranno il fasto e lo sfarzo nonché il sarcasmo della musica di Rossini, che è più che degna di un'incoronazione. L'opera, la cui ragion d'essere era legata alla circostanza, oltre che al difficilmente ripetibile cartello di grandi voci, e destinata dunque a vivere pochi giorni sulla scena per poi scomparire per sempre, è fortunosamente riemersa a più di un secolo e mezzo di distanza godendo d'allora una diffusione e un successo insperati al momento della sua creazione. Quest'edizione della Vlaamse Opera, data prima ad Anversa e successivamente a Gand (dove sono stato spettatore della rappresentazione di domenica 15 gennaio), è la terza a cui ho assistito in Belgio (dopo quelle di Liegi nel 2000 e di Bruxelles nel 2005). Quasi a voler dare il cambio alla Vlaamse Opera, il Teatro Comunale di Firenze ha inaugurato la propria stagione il 18 gennaio con Il viaggio a Reims.
 L'allestimento di Mariame Clément, che è una coproduzione dell'Opera di Oviedo e dello Stadttheater di Berna, situa l'azione a bordo di uno Jumbo, che per un guasto ai motori al momento di decollare rimane bloccato sulla pista dell'aeroporto per tutta la durata dell'opera. I passeggeri della classe economica, in alto, e le hostess formano il coro - i primi assai bistrattati dalle seconde - mentre ai vari personaggi blasonati è riservata la classe business, a livello del palcoscenico. Quanto all'albergatrice, la ritroviamo nel ruolo del comandante dell'aereo. Un siffatto adattamento “claustrofobico” sembrerebbe condannare in partenza lo svolgimento alla staticità, ma la parigina Mariame scongiura abilmente e sin dalle prime mosse tale rischio movimentando al massimo l'impasse con tutta una serie di ingegnosi espedienti, compreso l'andirivieni alla toilette, all'interno della quale si vedono a un certo punto la Marchesa polacca Melibea e il suo spasimante russo Libenskof (qui non più conte bensì generale) impegnati in un “torrido” amplesso che ingelosisce ferocemente all'esterno lo spagnolo Don Alvaro, innamorato anch'egli della Marchesa (il quale Don Alvaro ha assunto le sembianze di un aitante giovane prete in clergyman - tra il pubblico, guarda caso, si notava un prete autentico in talare d'ordinanza). Se l'aereo resta immobile fino al calare del sipario, il personale di bordo è impegnato di continuo e le hostess si prestano all'occorrenza a un'inconsueta briosa coreografia che dà allo spettacolo un certo gusto di musical . Insomma con Mariame ce n'è per tutti! All'ora del banchetto, dopo la tornata dei vari inni nazionali in sede di brindisi con patriottiche esuberanze e commozioni di varia indole nella classe economica (i russi dispensano generosamente vodka a tutti), la conclusione è riservata a Corinna, che, vestita da Europa, intona il suo Improvviso cui segue l'omaggio collettivo al nuovo re coi più lieti auspici formulati per il suo regno e la dinastia. La scena unica dello spaccato del Jumbo è di Julia Hansen che ha anche ideato gli eleganti costumi, giovatisi l'una e gli altri delle luci di Glen D'Haenens.
Agile e scattante alla guida della prestigiosa Orchestra sinfonica della Vlaamse Opera, Alberto Zedda (che aveva già diretto Il viaggio a Liegi) dà un bell'impulso e infonde una gioiosa vitalità all'esecuzione, coordinando da par suo l'andirivieni di tanti solisti e affiatandoli egregiamente specie in quel singolare concertato a 14 voci che l'impavido Gioachino non ha esitato a escogitare nella seconda parte. Il versatile coro della Vlaamse Opera era affidato alle competenti cure di Yannis Pouspourikas.
Dare il dovuto riconoscimento uno per uno all'impegno dei numerosi interpreti prenderebbe troppo spazio. Basterà dire che il cast nell'insieme è uscito vincente dalla sfida affrontata, ricordando almeno l'impagabile contessa di Folleville di Elena Tsallagova: la sua magistrale scena irta di difficoltà brillantemente affrontate - lo svenimento all'annuncio della perdita del guardaroba, l'aria di rimpianto che scimmiotta quelle delle opere serie dello stesso Rossini seguita dalla cabaletta di giubilo per aver recuperato almeno un cappellino - avrebbe meritato di essere bissata. È giusto enumerare almeno tutti gli altri: Elena Gorshunova (Corinna), Anna Goryachova (Marchesa Melibea), Serena Farnocchia (Madama Cortese), José Manuel Zapata (Cavalier Belfiore), Alexei Kudrya (Conte di Libenskof), Josef Wagner (Lord Sidney), Don Profondo (Carlo Lepore), Cozmin Vasile Sime (Barone di Trombonok), André Schuen (Don Alvaro), Igor Bakan (Don Prudenzio), Gijs van der Linden (Don Luigino), Anneke Luyten (Maddalena), Chia-Fen Wu (Delia), Els Van Daele (Modestina), Maarten Heirman (Zefirino) e Simon Schmidt (Antonio).
Fulvio Stefano Lo Presti
2/2/2012
'
|