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AAA. Romeo cercasi
Con i tre celeberrimi balletti di Cajkovskij, Romeo e Giulietta di Sergej Prokof'ev rappresenta sicuramente uno dei capisaldi del repertorio coreografico di tutti i tempi – complice anche la scelta dell'argomento, ricavato dalla Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, forse la più nota tragedia di William Shakespeare. Non c'è dunque da meravigliarsi se, all'interno dell'essenziale cartellone del Teatro Massimo Bellini di Catania, la ripresa del capolavoro di Prokof'ev ha fatto registrare il primo sold out della stagione: sala gremita e pubblico di ragazzine ululanti sono stati il corollario costante delle rappresentazioni.

Assente dalla scene catanesi da sette anni, il balletto è stato proposto in una nuova coreografia, che aveva debuttato nel maggio del 2009 al Teatro Massimo di Palermo, firmata da Luciano Cannito, direttore del corpo di ballo del capoluogo isolano dal 2005. Tra le più interessanti personalità del panorama coreografico italiano contemporaneo, saldamente ancorato alla danza narrativa ma aperto alla contaminazione con altri linguaggi espressivi, Cannito è partito dall'idea di un Romeo di colore, rappresentante, insieme al gruppo dei suoi amici, di quella diversità che incontra difficoltà ad integrarsi nel contesto urbano, sociale e culturale moderno. L'idea – in sé non particolarmente originale: ci avevano già pensato Jerome Robbins e Leonard Bernstein, firmando un cinquantennio or sono quella folgorante rilettura della tragedia che è West Side Story – è all'origine di una scrittura coreografica intessuta di contrasti, alternando il balletto pantomimico, nelle scene in casa Capuleti, un impianto più saldamente classico, riservato alla protagonista femminile, ed una rutilante, vorticosa fusione di hip-hop e b-boying per rappresentare il clan avverso dei Montecchi.
Una prospettiva interessante, dunque, che ha trovato nella sola Eleonora Abbagnato – première danseuse dell'Opéra di Parigi – un'interprete di straordinaria, intensa partecipazione, sicura nel dominio di una tecnica che le consente di passare con esiti ugualmente convincenti dalla spensieratezza iniziale alla tragedia finale, dalla levità del primo innamoramento allo slancio appassionato del sacrificio. Ma certo le sarà stato arduo ottenere questi risultati al fianco del Romeo di José Perez, fisico aitante, muscolatura scultorea sempre ben in evidenza, che ha mietuto consensi più perché ospite di una nota trasmissione televisiva, presunto vivaio di giovani talenti, che per la sua prova sulla scena. È stato, in assoluto, il Romeo meno danzato mai visto, perché gli si può genericamente riconoscere la dote di valido porteur ma nulla più: e ben altro, inutile dirlo, dovrebbe esprimere il personaggio. Né possedeva le capacità atletiche di Mercuzio (Alessandro Riga) e Benvolio (Gugu), i due spericolati Montecchi in versione breakdance, che gli facevano cornice.Una menzione particolare merita invece la nutrice di Soimita Lupu, finalmente affrancata dalle fattezze di una ruffiana vegliarda, e qui invece immaginata come una sorta di doppio di Giulietta, lirico specchio dei suoi giovanili turbamenti d'amore. Si disimpegnavano efficacemente nei rispettivi ruoli, infine, Zheren Pan (Tebaldo), Gaetano La Mantia (Paride), Salvatore Tocco (Frate Lorenzo), Floriana Zaja ed Ettore Valsellini, genitori di Giulietta. Quanto al Corpo di ballo palermitano, non si può negare che affronti validamente i movimentati quadri d'insieme; ma non azzardatevi ad immaginare sincronismo ed aplomb – a partire dal pas de six iniziale, in cui non due delle sei coppie riescono a combaciare – perché sarebbe chiedere troppo. Sicché riesce meglio quando Cannito immagina scene ispirate alla danza urbana, che meglio assecondano l'istintiva, sorgiva creatività della compagine.
Non manca di suggestioni l'imponente impianto scenico firmato da Italo Grassi, che realisticamente disegna una Verona in bianco e rosso, alternando strisce di marmi e di mattoni, seguendo i contrasti cromatici che la restaurazione scaligera impose all' urbs marmorea. Con pochi, funzionali elementi scenici, peraltro, la scena si schiude per descrivere ora l'alcova di Giulietta – ma quanto poco abbiamo gradito lo spoetizzante realismo con cui i due amanti finiscono a letto, nel finale del primo atto! – ora la cella di Frate Lorenzo, ora l'altera magione dei Capuleti, ora le tombe della famiglia veronese. In gradevole, efficace gioco di sfumature, i costumi di Silvia Aymonino seguono i colori acidi – dal giallo al viola, passando per l'arancione e l'ocra – delle suggestive luci, firmate da Carlo Cerri e riprese da Marco Policastro. La locandina segnalava anche delle video-creazioni di Maurizio Gaibisso, delle quali, tuttavia, non si è vista traccia alcuna.
Ma Romeo e Giulietta è, prima di ogni altra cosa, la partitura che Sergej Prokof'ev compose agli albori della Seconda guerra mondiale, e che conta tra gli ultimi splendori della musica per la danza del Novecento. È vertice essa stessa del catalogo del musicista russo e richiede senso del colore, del ritmo, di quella rutilante paletta orchestrale con cui vengono tratteggiati personaggi ed eventi con appassionato, fervido lirismo: tutti elementi che latitavano nella direzione di Giuseppe La Malfa, bacchetta greve e poco ispirata alla guida dell'Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania. E se Amor vincit omnia e l'emozione, alla fine, ha prevalso sul dettaglio, era forse dovuto al fatto che il dio aveva stretto la benda non solo sugli occhi, ma anche sulle orecchie.
Giuseppe Montemagno
2/5/2010
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