Che Fo? Il barbiere…
Ebbene sì, lo sappiamo. Il clima post-risorgimentale ci autorizza a dire che eravamo pochi, giovani e forti – mica tanto… - ma aspettavamo, volevamo Parsifal: non solo perché era il titolo di punta della stagione del Teatro Massimo Bellini di Catania, ma anche perché avrebbe permesso al pubblico catanese di scoprire, finalmente, il capolavoro wagneriano, rappresentato nella sala del Sada l'ultima volta mezzo secolo or sono e per di più – sic! – in lingua italiana. Ma, appunto, eravamo in pochi. E, in tempi di vacche magre, magrissime, sitibonde e illanguidite, la dirigenza del Teatro ha preferito sostituire il testamento spirituale wagneriano con un titolo di più facile ‘digeribilità': Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Forse non a torto, per lo meno per due ragioni. La prima, forse la più importante, riguarda il botteghino: tutte le sette recite sono state prese d'assalto e rappresentate sold out, i ritardatari sono rimasti a bocca asciutta. Ma la causa di tanto interesse è da ricercare nella scelta di riprendere uno storico spettacolo, firmato da Dario Fo per regia, scene, costumi e luci. Personalmente invitato dalla sovrintendente Rita Gari Cinquegrana, il maestro lombardo, Nobel per la letteratura del 1997, ha sovrinteso alle ultime prove dello spettacolo, assicurando il suo prestigioso imprinting allo spettacolo. E, sotto questo profilo, la scommessa è stata coraggiosamente e meritoriamente vinta.
Quali i motivi di interesse della regia di Dario Fo? Allestito per la prima volta ad Amsterdam nel 1987, quindi ripreso innumerevoli volte in mezzo mondo, lo spettacolo – forse per la prima volta – ha pensato di illustrare il capolavoro rossiniano con il supporto delle maschere della Commedia dell'Arte, care all'immaginario di Fo. Del resto, cos'è Figaro se non un Arlecchino al servizio di un padrone come il Conte d'Almaviva? E chi sono Rosina e Bartolo, se non l'ennesima ripetizione di Colombina e Pantalone? Per questo, non appena si alza il sipario, lo sberleffo di Arlecchino si trasmette al pubblico e si moltiplica in una quantità di maschere, un stuolo di zanni pronto ad ‘occupare' la scena con una serie ininterrotta ed imprevedibile di lazzi. Dell'azione sono, diventano commento critico, eco straniata e dissacrante, specchio deformato e deformante, irresistibile iperbole della vis comica che anima la partitura. E se nella musica del Barbiere – in una pagina di grande suggestione, vergata per la ripresa catanese – Fo ha rintracciato ogni sorta di spezie ed aromi, «olive e pomodorini, piccoli pesci fritti, turgidi chicchi d'uva dolce, profumo di rose e di rosmarino, lenzuola e tovaglie, vino secco e risate di giovani fanciulle», tutto questo traduce in un'impaginazione scenica che evoca una città mediterranea, tra i misteri d'imperscrutabili gallerie e i dedali di mille scale senza sbocco, tra l'azzurro e il malva di cieli inondati di luce.
L'immaginazione del regista è, ad un tempo, fervida, divertente e poetica: basterà qui ricordare la seconda serenata del Conte, trasformata in una sognante barcarola; la cavatina di Rosina, che tra un merletto e l'altro gioca a palla con il gomitolo di lana, prima di venir rinchiusa tra le sbarre di una casa-prigione; l'aria della calunnia, che si propaga seguendo il flusso inarrestabile di ombrelli da cui scaturiscono mille impertinenti ombrellini; il finale del primo atto, con l'irriverente lancio per aria di (un fantoccio di) don Bartolo; o ancora il quintetto del secondo atto, quando don Basilio, affetto da «febbre scarlattina», viene addirittura inseguito dalla sua bara e da un nugolo di prefiche, necrofori e turiferari.
Tutte immagini d'effetto, pronte a (in)seguire la musica di Rossini con estro debordante per sottolinearne l'inarrestabile energia cinetica, il perenne movimento. Ma proprio questo costituisce il maggior pregio ed il principale limite dello spettacolo. Presi dal desiderio e dalla curiosità di seguire il ‘racconto' di Fo, parallelo a quello di Rossini, si finisce con il prestare scarsa o minima attenzione alla parte musicale dello spettacolo: è, insomma, uno di quei casi in cui l'azione prende nettamente il sopravvento sulla musica e ne ostacola la fruizione. Ma, forse, tutto ciò è da accettare come regola del gioco: era impossibile immaginare che una personalità come quella di Dario Fo avesse mano leggera nell'accostarsi all'opera; e, d'altra parte, era interessante scoprire proprio quali esiti avrebbe originato l'insolita accoppiata.
 Sorprese di minor pregio riservava l'esecuzione musicale, ove si prescinda dall'attento lavoro di concertazione di Will Humburg, che proprio Il barbiere di Siviglia aveva già diretto a Catania nell'ultima edizione del 2003. Di Rossini, infatti, il direttore tedesco ha un perfetto dominio dei tempi: basti ascoltare la Sinfonia dell'opera, quindi gli ensembles, per comprendere come ne padroneggi compiutamente gli scarti dinamici, la dialettica dei crescendo, l'attenzione ad impasti timbrici di iridescente brillantezza sonora. E non è colpa sua se, talvolta, copre le voci: autentico bemolle dello spettacolo.
Sugli scudi è da porre infatti unicamente il don Basilio di Simone Alaimo: un'interpretazione ormai paradigmatica, già apprezzata infinite volte dalle platee di tutto il mondo, oltre che da quella catanese. Mai sopra le righe, secondo canoni ormai superati, Alaimo tratteggia infatti un curiale insinuante e mellifluo, sottilmente ipocrita, maestro della sintassi vocale rossiniana. E gli starebbe utilmente al fianco Alberto Rinaldi, nei panni di don Bartolo, se non fosse che l'usura vocale spesso non gli consente di valicare la fossa orchestrale, oltre a rendere particolarmente impacciati i sillabati della grande aria e i borborigmi del duettino con cui si apre il secondo atto. Specialista del repertorio barocco, Anna Bonitatibus non sembra vocata al repertorio rossiniano: opportunamente seducente, la sua Rosina non sempre risolve vistose disuguaglianze di registro, né la coloratura appare fluida e luminosa come dovrebbe. Ma è, certo, gradevole presenza, al contrario del Conte d'Almaviva di Mario Zeffiri, vivacemente contestato dal pubblico della prima: timbro avaro di armonici, stile approssimativo, acuti ‘acchiappati' al volo, un'evidente difficoltà a cimentarsi con un ruolo al di sopra delle sue forze ne hanno reso precaria l'interpretazione, a tal punto che la soppressione del rondò finale, “Cessa di più resistere”, è apparsa scelta non solo condivisibile, ma addirittura auspicabile. Con il coro, puntualmente istruito da Tiziana Carlini, si disimpegnavano efficacemente nei ruoli di fianco Giuseppe Esposito, disinvolto Fiorello, Graziella Alessi, pavida Berta, e Alfio Marletta, pimpante Ufficiale. E Figaro? Quasi dimenticavamo. Avevamo ascoltato di recente ed apprezzato Christian Senn come Astolfo nello splendido Orlando furioso diretto da Jean-Christophe Spinosi al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi: ma certo è cosa diversa passare da un ruolo comprimariale a quello di protagonista di una delle più impervie partiture belcantiste. Ottima tecnica, timbro non particolarmente attraente, è un cantante che, con il tempo, si farà: gli siano di buon auspicio gli applausi riscossi al Bellini di Catania, come i divertiti sorrisi del pubblico di Dario Fo.
Giuseppe Montemagno
17/5/2011
Le foto del servizio sono di Giacomo Orlando per il Teatro Massimo Bellini di Catania.
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