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D'AMOR AL DOLCE IMPERO
… E finalmente la maga rossiniana è arrivata al Met grazie alla Fleming, aplaudita freneticamente non appena calcava il palcoscenico. Grazie a lei, al suo ‘divismo' beninteso e alla sua insistenza, qui hanno visto la loro prima opere ben diverse, quali Rodelinda, Il Pirata o Susannah. Fleming ripete adesso con il belcanto, ma con una protagonista incarnata a più di quindic'anni di distanza a Pesaro (l'incisione permette i raffronti pertinenti per chi vuole fare quest'esercizio) e che non ha molto in comune - piuttosto niente - con ‘Imogene'. L' artista presenta sempre un'ottima salute vocale (spiacenti per quanti l'odiano e in particolare in questo repertorio), il suo italiano è notevolmente migliorato e la tecnica è più salda forse oggi che non ieri. Se le agilità non sono sempre un modello di precisione o risultano ‘semplici' (o semplificate), se i registri centrali e gravi si nutrono soprattutto d'intelligenza e con qualche differenza di peso e di colore rispetto alla bellezza del magnifico acuto (una sola nota male emessa in fine di serata è molto meno di quanto siamo soliti ascoltare nelle ‘specialiste'del genere - la Fleming non lo è, che sollievo), l'interpretazione presa nell'insieme è davvero straordinaria e con un timbro di una seduzione veramente adatto a una fatucchiera orientale (come è stato il caso della sua notevole ‘Alcina'). Dato che lo spettacolo di Mary Zimmerman ne faceva il centro, il risultato era eccellente con momenti ancora più notevoli (bellissimi i costumi di Richard Hudson, un po' meno le scene). La regista ha purtroppo una storia di disamore con il pubblico (dovuta alle sue precedenti Lucia e Sonnambula - create per la Dessay - che non ho visto) e neppure questa volta mancavano parecchi ‘bu' quando si presentava alla fine sulla ribalta. Si può dire però che lo spettacolo, con punte ‘kitsch' e deliberatamente ‘naïf', riusciva a suscitare sempre interesse, i personaggi venivano delineati molto bene, e con il ricordo della tradizione del musical (cinematografico o teatrale che si voglia) manovrava abilmente per evitare il tedio o la monotonia di qualche passaggio un po' lungo (l'opera di Rossini sa di ‘sperimentazione', geniale sempre, ma l'insieme non è il Rossini più perfetto). Soprattutto convinceva l'opposizione fondamentale tra il mondo del piacere/amore e quello della guerra (con il dubbio aggiunto se quest'ultimo è davvero superiore: la lezione di canto letterale che è la grande aria di Armida del secondo atto, ‘D'amor al dolce impero' n'è una prova più che doviziosa). La lotta finale tra ‘Vendetta' e ‘Amore' (due ballerini/interpreti presenti sin dall'inizio) veramente azzeccata. In questo senso, il grande balletto del secondo atto con coreografia di Graciela Daniele è stato un vero ‘tour de force' molto applaudito.
Gli orchestrali del Met sono noti per la loro qualità (non bisogna parlare dei momenti solisti di violino e cello per riconoscerla, ma che fiati, che piccolo!) e il coro preparato da Donato Palumbo è pure degno di ogni lode. Il lavoro di Riccardo Frizza veniva così agevolato ed è un fatto che è la prima volta che il giovane maestro mi convince appieno (vero anche che forse erano più interessanti i momenti ‘epici' rispetto ai ‘lirici').
I comprimari cantavano discretamente, eccezione fatta dell'ottimo diavolo ‘Astarotte' (notevole Keith Miller) nell'atto secondo. Dei sei tenori (!) richiesti dal Pesarese (si vede che né luii né il San Carlo avevano all'epoca i problemi d'oggi), cinque devono essere prime spade in questo repertorio. Sugli scudi più di tutti John Osborn, l'ultimo arrivato in sostituzione di un collega, un Goffredo che dominava non solo la scena iniziale con la sua difficile aria ma anche il resto dell'atto tra la schiera maschile. Purtroppo dopo non ne resta traccia, e lo stesso discorso vale per il Gernando di José Manuel Zapata, più a suo agio delle ultime volte che avevo avuto occasione di sentirlo in Europa, anche se l'acuto è sempre un po' corto e il passaggio tra centro e acuto non è scevro di tensione e rigidità. Barry Banks e Kobie van Resburg (Ubaldo e Carlo rispettivamente, nell'ultim'atto), il primo con una voce più bella, il secondo con la sua intensità d'accento abituale, assolutamente sovrani nella scena e duetto iniziali per lanciarsi poi nel celebre e pericolosissimo terzetto con ‘Rinaldo', un protagonista senz'aria propria e vera. Lawrence Brownlee lo interpretava molto bene, con una tecnica di alta scuola e un vero senso dello stile (e in piú, adesso, con una bella figura), ma alla sua voce mancava più d'una volta incisività nel canto e un'audacia maggiore nel fraseggio, ma oggi non saranno in molti a superarlo (mi si permetta un ricordo emozionato di gratitudine a Rockwell Blake più di vent'anni fa a Aix-en-Provence). Per finire, una ‘curiosità' che la dice lunga su il perchè del prestigio sempre più incontrastato del Met tra i teatri lirici: in quest'occasione ai titoli, in tedesco ed inglese sempre, si aggiungeva (non so se per sempre, perchè non c'erano in Hamlet) lo spagnolo. Della realtà bisogna prendere atto e accoglierla, non rifiutarla cocciutamente. Imparassero altri, e non solo nei teatri…
Jorge Binaghi
23/4/2010
Le foto del servizio sono di
Ken Howard/ Metropolitan Opera.
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