|
Da Venezia a Cipro via Amsterdam
Affrontare tremila km per un'opera, per di più in forma di concerto, deve apparire agli occhi dei più come impresa ai limiti della follia. Come appare tale, agli occhi di chi scrive, l'analogo viaggio se intrapreso per una partita di calcio, fosse pure la finale di Champions League. Devo dire che la Caterina Cornaro che ho avuto il privilegio di ascoltare in quel sacro tempio della musica che è il Concertgebouw di Amsterdam, non solo è valsa i tremila km di viaggio, ma ne sarebbe valsi anche il doppio.
Allestita in forma di concerto, in unica data ed in matinée di sabato, con diretta radiofonica su Radio 4 NL, questa Cornaro olandese ha visto, in contrapposizione ad un'edizione tanto in sordina, un cast di tutto rispetto, che avrebbe meritato una soirée e ben più di una ripresa.
Caterina Cornaro è l'ultima opera andata in scena vivente Donizetti, richiesta sulla scia del successo della Linda di Chamounix da Bartolomeo Merelli, all'epoca impresario del teatro di Porta Carinzia. A Vienna, tuttavia, la Cornaro non andò, perché sulla signora asolana aveva già composto Franz Lachner, e due Cornaro in un cartellone non potevano stare (“Povera mia regina di Cipro ” scrive a Giovanni Ricordi nel 1842 “ ci pigliavo amore e credo non veniva male ”). Per Vienna, allora, Donizetti si fece spedire da Napoli un libretto di cui sapeva, e con il consueto fremito creativo, in due mesi, creò Maria di Rohan. Caterina, intanto, venne completata a Parigi e destinata ad altro palcoscenico. L'esordio, al San Carlo di Napoli, il 18 gennaio del 1844, avvenne quando l'autore era impegnato tra Vienna e Parigi e già minato dalla malattia, nell'impossibilità di affrontare un così lungo viaggio per l'allestimento.
Il carteggio che ci resta tra il compositore e diversi interlocutori napoletani che orbitavano attorno alla messa in scena dell'opera ci lascia intendere come l'insuccesso della prima fosse ampiamente previsto. Anzitutto per la protagonista, che doveva essere Anna Bishop (rifiutata categoricamente dal compositore, il quale riferiva come a Vienna avesse “fatto ridere li sassi col suo tamburello”) e venne poi sostituita da altra egualmente, pure se per altri motivi, inadatta al ruolo (Fanny Goldberg, che Donizetti descrive come un mezzo soprano). In secondo luogo per l'assenza dell'autore alle prove e alla messa in scena. In terzo luogo per l'intervento, non certo cosmetico, della censura. Infine, perché il teatro non mandò giù l'assenza del compositore, e certamente non lo agevolò. Quel che ferì di più Donizetti, però, non fu l'insuccesso, che altre volte aveva salutato altre prime nella sua carriera, ma il “tradimento” del pubblico, che tacciò l'opera di plagio, arrivandosi a sostenere, addirittura, che l'opera fosse stata composta da altri.
Ma nemmeno i versi e l'azione piacquero. Il librettista, Giacomo Sacchero (ingaggiato per indisponibilità del designato Cammarano e del quale, a onor del vero, nessun melomane o quasi ha mai sentito parlare. A questo scopo rimandiamo, per colmare la lacuna, all'accuratissimo saggio sul poeta catanese scritto da Giovanni Pasqualino, edito da Bastogi) ebbe invero con Donizetti rapporti quasi inesistenti: la musica della Caterina sgorgò prepotente, come del resto era successo quasi sempre al bergamasco, in seguito a istruzioni sul libretto che voleva del tutto asciutte, precise e con nessun fronzolo. Ingoiato il rospo dell'insuccesso napoletano, Donizetti lavorò alla ripresa di Parma del 1845, per la quale modificò il finale ed ottenne, finalmente, il successo che meritava. Poi l'opera finì nell'oblio, finché nel 1972 non venne riscoperta, proprio in quel teatro San Carlo che l'aveva affondata al suo varo. Si prevede in estate un'edizione in quella Asolo dove la regina di Cipro si ritirò dopo l'abdicazione, sotto la direzione di Zarpellon.
L'edizione del 20 marzo scorso ad Amsterdam si è basata sulla revisione critica predisposta appositamente da Hans Schellevis sulla base della partitura autografa di Donizetti, oggi conservata al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli e non sull'edizione più frequentemente utilizzata di Rubino Profeta. La bravura degli interpreti e la capacità del direttore David Parry di esaltare tutte le anime di questa opera multiforme, non hanno fatto sentire troppo la mancanza della forma scenica.
A ben vedere, infatti, la struttura non è quella “solita” dei drammi romantici: è un dramma in cui l'eroina non muore di crepacuore, né di malattie debilitanti, né si uccide o viene uccisa per amore del suo bello. E' un dramma dove l'eroina, disperata ma intatta nella sua nobile dignità, si riscatta e trascina dietro sé un intero popolo, dove il vero antagonista non va ricercato nella consueta triade lui-lei-l'altro, ma nell'intrigo politico, rappresentato dal basso, che intesse la ragnatela dove tutti e tre i protagonisti finiranno intrappolati, salvo il riscatto finale dell'eroina. Un'opera risorgimentale, molto più di altre che ne recano il vanto come un gallone sulla divisa.
Caterina Cornaro narra la vicenda (vera, pur se opportunamente romanzata, è tratta da La reine di Chypre, il libretto scritto qualche anno prima per l'omologa opera di Halévy) della nobildonna veneziana che viene data in sposa, nella seconda metà del '400, per esclusive ragioni di interesse di Stato a Lusignano, futuro re di Cipro, che la Serenissima ha già in mente di eliminare. Protagonista di questa edizione è stata una magnifica Nelly Miricioiu, che ha aggiunto un'altra eroina al suo vasto repertorio. Il soprano romeno-inglese, che negli anni ha contribuito a far riscoprire capolavori dimenticati del repertorio rossiniano e donizettiano, nonché di altri autori coevi, quali Pacini e Mercadante, ha interpretato con grande efficacia e con le ovunque apprezzate, eccellenti, virtù canore, questa eroina drammaturgicamente complessa e già distante dalle protagoniste dell'opera belcantista: Caterina, a parte la cabaletta del prologo, non ha una scena di bravura solistica. Nondimeno, è protagonista nell'intreccio dei duetti e nella forza del personaggio.
Nell'opera la vicenda storica viene arricchita di una componente umana e sentimentale nobilissima, che eleva tutti e tre i protagonisti ad uno spessore psicologico e drammaturgico ben raro nelle opere anteriori alle inquietudini verdiane. Ancor più della reazione “sociale” della protagonista che, lasciata vedova e con l'erede al trono ancora in grembo, decide di guidare da sé il popolo cipriota contro Venezia, è stupefacente, per l'epoca, lo sviluppo dei due protagonisti maschili. Gerardo, qui interpretato da Dario Schmunck è l'innamorato sacrificato alla ragion di Stato il quale, anziché covare sentimenti di vendetta verso il rivale, si scoprirà di lui amico, dopo avere elaborato il lutto dell'abbandono in chiave spirituale. L'argentino Dario Schmunck, tenore “per caso” (come lui stesso si definisce: è nota la sua passione per l'heavy metal e la sua provenienza dalla musica rock) pare aver trovato in Bellini e Donizetti il suo habitat vocale ideale. E va detto, in suo favore, che sicuramente le “grazie” per votarsi al belcanto non gli difettano, sebbene abbia una voce non grandissima, che resta un po' in ombra accanto alla superlativa protagonista. Ottimi comunque il duetto con la protagonista (Tu l'amor mio tu l'iride) e il “duetto d'amicizia” con il baritono (Su ferisci io son quel desso).
Lusignano, il “buon partito” al quale Caterina è data in sposa per puro calcolo, è ben consapevole di avere una moglie che, al più, nutre nei suoi confronti sentimenti di cortesia e rassegnata affezione, e la rispetta ben oltre le attese per questo. Il maiuscolo interprete di questo antagonista per volere d'altri, è stato uno straordinario Nicola Alaimo, che ha dominato – assieme alla superba protagonista – la scena in modo evidente.
Il demoniaco tessitore di intrighi, Mocenigo, è stato interpretato da Mirco Palazzi che per la prima volta ha affrontato questo ruolo non semplicissimo e destinato ad un basso cantante, con difficoltà ed ostacoli vocali tutt'altro che banali. Un personaggio destinato forse ad un cantante più maturo del giovane basso riminese che, pur eseguendo bene una parte impegnativa, non sempre ha impresso quella forza richiesta al personaggio.
David Parry ha diretto questa edizione, con l'orchestra Radio Kamer Filarmonie infondendo, ad avviso di chi scrive, un tono solenne e opportunamente drammatico, senza indulgenze e tenendo presente sempre il carattere “mutante” dell'opera che, terminato il romantico prologo, prosegue su toni più drammatici e “virili”. Notevole il coro Groot Omroepkoor, diretto, da Martin Merry, che nella Cornaro ha una parte tutt'altro che di contorno e passa, anzi, attraverso i più diversi accenti, dall'euforico Salve o beati al giubilo al cupo Core e pugnale.
Comprimari il baritono Karoly Szemerédy (Andrea Cornaro), il tenore Peter Gijsbertsen, (Strozzi / Un cavaliere) e il mezzosoprano Serena Malfi (Matilde), nessuno dei quali ha sfigurato accanto ai protagonisti.
Chiara Plazzi
28/4/2010
|