| Francesca da Rimini a Salerno:
ci si aspettava di più 
Da alcuni anni il Teatro Verdi di Salerno propone, sotto la direzione artistica di Daniel Oren, un cartellone lirico che, sulla carta, fa invidia ad alcuni dei teatri maggiori che, per effetto dei tagli ai finanziamenti, proprio in questi tempi ricorrono a programmazioni ridotte con pochi titoli e continue “rimodulazioni dell'offerta” (in pratica, tagli di recite e di interi spettacoli, con sostituzione degli artisti più esosi). A dicembre, a Salerno ha avuto luogo una ripresa della Francesca da Rimini di Zandonai, titolo che godette in passato di una certa popolarità, ma negli ultimi decenni è divenuto parecchio raro: questo si deve forse ad una generale disaffezione verso l'opera italiana fin de siècle, Puccini escluso – disaffezione che invero sembra riguardare più gli specialisti del settore che gli appassionati, che continuano a desiderare Cavallerie e Pagliacci – forse ad un generale allontanamento del decadentismo (nel quale il titolo di Zandonai si inscrive) dal gusto odierno; certamente alla difficoltà nel reperire interpreti che riescano a dare un senso vocale all'esecuzione di quest'opera. Da quest'ultimo punto di vista, la coppia ingaggiata a Salerno, Dessì-Armiliato, con Gazale nel ruolo di Gianciotto, pareva quanto di meglio il panorama italiano (e non solo) possa offrire per interpretare Francesca da Rimini . Purtroppo, nella recita del 12 dicembre la coppia è stata scoppiata da problemi di salute di Armiliato, sostituito dal tenore Zvetan Michailov, e ciò non ha favorito l'armonia dell'esecuzione. Credo tuttavia che la sostituzione abbia forse aggravato, ma non sia stata causa di quell'effetto di occasione sprecata che si percepiva osservando il contrasto tra la ricchezza degli strumenti a disposizione e il risultato discreto ma nulla più della rappresentazione nel suo complesso.
 Daniela Dessì, infatti, ha sfoggiato i suoi bei tratti vocali, dal timbro caldo e vibrante che ben si addice al personaggio dantesco alla facilità melodica, anche se il suo vibrato diventa talvolta un po' invadente; tuttavia, nonostante la passionalità marcata, non si può dire che abbia raggiunto i vertici interpretativi che da lei si sono ascoltati in altre occasioni. Il tenore Zvetan Michailov ha un timbro scuro e alcune difficoltà nel fraseggio evidentemente dettate dall'imprevista chiamata a coprire il ruolo, che lo ha costretto a tenere costantemente gli occhi puntati sul direttore o sul suggeritore, appiattendo qualsiasi tentativo di interpretazione in un'esecuzione meramente scolastica e spesso sillabata. Nei duetti passionali la coppia si è perciò presentata con evidenti asimmetrie che hanno reso poco comprensibile come l'amore potesse condurre quei due giovani «ad una morte». A proposito di tenori, timbro azzeccato quello acido e spigoloso di William Joyner per il ruolo del perfido e crudele Malatestino; peccato solo per le carenze nel registro acuto. Al baritono Alberto Gazale non si può viceversa rimproverare nulla dal punto di vista vocale, se non, forse, d'avere una voce troppo bella per la parte di Gianciotto; e lo sforzo evidente di calarsi nel ruolo brutale disegnato da Zandonai ha prodotto un personaggio un po' troppo teatralmente costruito.
L'allestimento, curato dal regista Renzo Giaccheri, riprendeva quello della prima rappresentazione assoluta, e disegnava, nelle scenografie e nei costumi, una gradevole e abbastanza attendibile cornice alle vicende rappresentate. Ciò che turbava era la realizzazione delle scene più affollate, che risentivano chiaramente di approssimazione tanto nello studio dei movimenti quanto nella loro realizzazione. E la pletora dei personaggi minori, se è stata soddisfacente sul fronte maschile (imponente, poi, la prova del coro nel secondo atto), ha lasciato molto a desiderare sul fronte femminile, specie nel primo atto, quando più che mai pareva di vedere un insieme di solisti che cantavano e si muovevano sul palco senza alcuna interrelazione.
Il maestro Daniel Oren, sul podio, ha dato molto peso alla componente sinfonica, valorizzando, occorre riconoscerlo, i due finali in pianissimo (primo e terzo atto) che si sono spenti nella più pura contemplazione elegiaca delle scene d'amore. D'altro lato, come suo solito, ha dispensato con abbondanza sospiri, urla e gemiti agli orchestrali e agli spettatori più vicini alla buca, e non si è fatto problemi a tagliare una porzione dell'ultimo quadro.
 Come può un'opera con una locandina così promettente sortire un risultato così mediocre? forse lo rivela un'informazione data da un orchestrale: dodici giorni per le prove. Non sono un po' pochi per un nuovo allestimento di Francesca da Rimini con la maggior parte degli interpreti debuttanti? è vero che bisogna risparmiare tempo e denaro, ma è bene farlo a scapito della qualità delle rappresentazioni?
Marco Leo
22/1/2011
|