| 'Io son conte, duca sono...
Risplende meritatamente il blasone di Ernani 
Ernani, quinto titolo e tappa fondamentale del catalogo verdiano, è oggi abbastanza infrequente nei cartelloni delle stagioni liriche. Valeva dunque la pena di inseguire fino a Sassari venerdì 9 dicembre l'ormai raro melodramma, che il Teatro Verdi ha avuto l'encomiabile audacia di allestire a conclusione di una stagione in cui si sono avvicendati con esito lusinghiero Norma, due atti unici di Nino Rota e L'elisir d'amore (il mio Ernani precedente, che risaliva alla stagione 1972 del Teatro Massimo Bellini di Catania, oltre alla direzione di Gianandrea Gavazzeni, si era giovato di interpreti quali: Carlo Bergonzi, Leyla Gencer, Piero Cappuccilli e Ruggero Raimondi). Lanciato prepotentemente alla ribalta dall'imponente e corale Nabucco (Milano 1842), seguito dal polittico straripante dei Lombardi alla prima Crociata (Milano 1843), Verdi sceglie per l'esordio veneziano del marzo 1844 - accogliendo con entusiasmo il suggerimento del Presidente del Teatro La Fenice Alvise Mocenigo - Hernani ou L'honneur castillan di Victor Hugo, che con il suo romanticismo scarmigliato, pur paludato in esuberanti alessandrini a rima baciata, aveva seminato lo sconvolgimento - la bataille d'Hernani - nel teatro parigino del 1830. Si tratta di un soggetto che sviluppa in un quadro grandioso un dramma di personaggi. Occorre aggiungere che nel melodramma ottocentesco nostrano, attraverso cui si espresse più compiutamente il romanticismo italiano, il “risorgimentale” Ernani acquista un valore oserei dire emblematico. Verdi stesso, quando a un decennio di distanza concepisce Il trovatore, sembra rivisitare con nostalgia, dando loro nuova vita e diverso spessore, le passioni esasperate e travolgenti di una Spagna “favoleggiata” che continuerà a frequentare. Il semiesordiente librettista Francesco Maria Piave, sulla scorta dell'esperienza di Mocenigo e dell'intuito infallibile di Verdi, realizza una “riduzione meravigliosa ma brutale” (come direbbe Luca Ronconi) della vasta fonte hugoliana, trovando l'ispirazione di versi espressivi ed incisivi - il fascino della suggestiva 'rugiada al cespite d'un appassito fiore' o delle sibilline 'cimbe natanti sopra il mar degli anni' (le cimbe sono piccole navi) la vince decisamente sulle astruserie a venire di Boito & C. - versi che sembrano dare le ali alle idee musicali del compositore: le melodie si sviluppano quasi naturalmente da una fantasia che non conosce limiti ma le fa scaturire appropriate al momento giusto, individuando efficacemente i vari profili e dando a ciascuno di essi nel canto la propria fisionomia drammaturgica. Lo scorrere dell'invenzione musicale prevale tuttavia sullo scavo dei personaggi, mentre l'azione mirabilmente “insensata” del melodramma incalza senza soste vivida e persuasiva.
Se non sempre il vino migliore sta nelle botti piccole, da queste se ne spilla non di rado di così prelibato da sfidare il confronto con quello delle botti grandi. La provincia dell'opera abbraccia vastità siberiane e non equivale certo a sminuire un teatro di più che rispettabile tradizione quale il Verdi di Sassari includerlo in tale provincia, poiché gli fanno compagnia i teatri di Catania, Lucca, Bilbao, Bordeaux, Nancy, Liegi, Lussemburgo, Rotterdam, Leeds, Norimberga, per citarne alcuni a me noti.
È sobria di elementi scenografici, con prevalenza di tendaggi, l'evocazione dei diversi ambienti dell'azione proposta da Alessandro Ciammarughi, che ha ideato anche i sontuosi costumi. Su tale impianto il regista Jun Aguni ha distribuito accortamente i movimenti di masse e solisti, ciascuno dei quali incarnava credibilmente se stesso sulla scena. Il fascinoso gioco delle luci di Nevio Cavina, con quel suggestivo graduale smorzarsi di volta in volta, ha disegnato chiaroscuri caravaggeschi e impresso rilievi rubensiani. Nel quarto atto, che fa precipitare le nozze di Ernani ed Elvira nella catastrofe dell' unhappy ending, la terrazza della festa si muta repentinamente nel lugubre e agghiacciante ambiente, disseminato di grandi ceri accesi, dove l'inestinguibile sete di vendetta di Silva scriverà la parola fine.
L'agile direzione di Maurizio Barbacini imprime alla valente orchestra dell'Ente concerti Marialisa de Carolis il giusto slancio e le infonde il bel vigore necessario, traducendo nella vibrazione degli strumenti il respiro inconfondibile della robusta partitura verdiana.
Le sostituzioni dell'ultima ora formano l'imponderabile della vita di teatri piccoli e grandi. Ma i rimpiazzi del tenore e del basso sono risultati assai felici. Quale protagonista, il giovanottone sudcoreano Rudy Park ha infatti messo in evidenza cospicui e pregevoli mezzi vocali con una soddisfacente dizione italiana, riuscendo a temperare all'occorrenza - se ne avvantaggerebbe praticandolo maggiormente - l'impetuoso ruolo del nobile aragonese divenuto bandito. Liete sorprese sono venute dalle prestazioni del resto del cast, compresi i provetti interpreti dei ruoli minori.
 Il soprano statunitense di colore Elisabeth Stevens si è rivelata un'Elvira maliosa, sensuale e appassionata sin dalla lussureggiante aria di sortita con la trascinante cabaletta. Sarà di nuovo Elvira a breve scadenza al Metropolitan di New York. Chi avrebbe riconosciuto in quel dispotico e capriccioso ragazzaccio di Don Carlo - Carlo V divenne imperatore a diciannove anni ma era re di Spagna già dai sedici - impersonato dal baritono Alessandro Luongo l'anziano e stizzoso Siniscalco del donizettiano Gianni di Parigi di poche settimane prima al Festival di Wexford? Ma l'acerbo sovrano di Luongo sfoggia un timbro “imperiale” con un canto ora morbido e suadente ora grintoso, che lo destina idealmente ai ruoli del primo Ottocento, e si fa valere nell'apoteosi del personaggio, l'aria e il concertato del terzo atto. Last but not least Silva, questa sorta di Commendatore verdiano, cioè il basso Enrico Giuseppe Iori, che al canuto duca Don Ruy Gomez de Silva - canuto sì, ma non decrepito! - presta il suo strumento di lusso. E non è soltanto l' 'Infelice e tuo credevi' che ci seduce, poiché nel secondo atto, che sottolinea in più ampia misura il personaggio, fiero, generoso, fedele a tutta prova, innamorato perdente, implacabile nella vendetta, fino al tragico terzetto dell'epilogo Iori è un formidabile Grande di Spagna.
 Non si può dire che il coro in Ernani funga da riempitivo e la valorosa compagine sassarese diretta da Antonio Costa vi si è imposta duttile sin dall'esordio, non deludendo l'aspettativa con l'impeto elettrizzante di 'Si ridesti il leon di Castiglia' nella scena della congiura all'inizio del terzo atto, così come nel dilatare egregiamente l'eloquenza dei due grandiosi concertati (finale 1° e 3°).
Un Ernani da ricordare: grazie Sassari!
Fulvio Stefano Lo Presti
10/1/2012
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