Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga inaugura la stagione 2010-2011 del Teatro Stabile di Catania, per la regia di Gianpiero Borgia

David Coco e Caterina Misasi.
Chissà perché, è dei tempi di Ken Russel e della sua famigerata Butterfly, che i registi teatrali si sono convinti che regia e testo siano da equiparare alle rette parallele di Euclide, e che sia assolutamente necessario non solo che non si incontrino, ma anzi che sia l'una che l'altra vadano per i fatti propri.
Non si vuole qui dire che non sia possibile una regia non oleografica, che si distacchi dall'epoca storica e dal milieu dell'azione drammatica quel tanto che basta ad esaltare l'eventuale modernità del testo, ma semplicemente che non ha senso, tanto per fare un esempio, vestire Pollione da gerarca nazista e Norma da crocerossina per esaltare la bellezza del capolavoro belliniano, che del resto non ha bisogno di registi, ma di cantanti adeguati.
Allo stesso modo, non ha senso alcuno imbastire una regia che vorrebbe essere “un'indagine sulla scena del crimine”, perché è da più di cento anni che si sa che ad ammazzare Turiddu è stato Compare Alfio; i RIS, gli NCIS non si sono mai occupati, né si occuperanno, di duelli rusticani a suon di coltello, né il buon Verga sapeva nulla di cellulari, impronte digitali, intercettazioni telefoniche e così via.
Gianpiero Borgia ha impostato uno spettacolo quanto mai sconnesso, dove l'orgia del gratuito e dell'incongruente ha superato (e ce ne vuole) le arditezze metaforiche dei poeti barocchi. Che la scena dove si agitavano scompostamente una seduttiva Lola, vestita da ballerina da tabarin, una Santuzza in fuseaux (o pinocchietti?) e scarpe tipo Hogan, una Nunzia in cappottone e sigaretta, fosse il quartiere catanese di Librino, lo sapeva solo lui, e infatti ha reputato necessario scriverlo sulle note di regia. Sì, perché il grattacielo sulla destra sembrava americano, la caserma dei carabinieri non significava niente, e Pippuzzo che passeggiava per la scena con un carrello del supermercato dotato di amplificatori non forniva alcuna indicazione logistica specifica.
Quanto a Turiddu e ad Alfio, tutto erano meno che i personaggi creati da Verga: due bulletti di periferia, dalle movenze sgangherate, che si davano (come tutti gli altri) assurdamente del voi e mimavano una danza erotica, con Lola votata allo scambismo come una fettina di prosciutto nel mezzo, al suono di un'assordante musica anni '80 con sottofondo di Intermezzo dalla Cavalleria di Mascagni, attorniati dallo zio Brasi che vagava per il palcoscenico e da una comare Camilla che ancheggiava ubriaca.

Da sinistra: Leonardo Marino, Giovanni Guardiano, Claudia Potenza e David Coco.
Tutto ciò avrebbe dovuto rappresentare la processione di Pasqua… e ne è venuto fuori un baccanale che sembrava più la pubblicità dell'Aperol che una festività sacra in quel di Vizzini. E il drammatico dialogo Santuzza-Turiddu? Quel voi continuo da parte di una ragazzina più simile a Sailor Moon che a una popolana dell'entroterra faceva quasi ridere, insieme alle sue dolenti frasi “sono scomunicata”, “i miei fratelli mi ammazzano” e espressioni varie di vergogna e disonore smentite poi dal suo audace abbraccio, nella scena seguente, a compare Alfio; tutte frasi che rimandavano ad un contesto che la regia si curava di prendere accuratamente a cazzotti.
Quanto agli attori, difficile dirne bene, e non si sa se perché soffocati e costipati dalle idee del regista, dato che sia David Coco (Turiddu) che Giovanni Guardiano (Alfio) sono riusciti qua e là ad evidenziare una buona professionalità, come anche Nellina Laganà (Nunzia) e Leonardo Marino (zio Brasi), che hanno tentato di dare un po' di coerenza al guazzabuglio generale.
Di Santuzza (Caterina Misasi) si può dire invece che la dizione non sia il suo forte, così come si può tranquillamente affermare che le uniche doti evidenziate da Claudia Potenza (Lola) siano state una buona capacità coreutica e un discreto senso del ritmo.
Un debutto assolutamente deludente, questo dello Stabile di Catania, al quale il cortese pubblicato ha riservato comunque applausi in sala, ma vigorosi mugugni appena fuori dal teatro.
Giuliana Cutore
1/12/2010
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