RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Al peggio non c'è fine…

Chissà perché, sebbene l'Italia, l'Europa e il mondo intero abbiano prodotto opere teatrali di altissimo livello, classiche, moderne e contemporanee (più o meno da Eschilo a Pirandello e Beckett, passando per signori di nome Tennessee Williams, Jonesco, Molière, Racine e così via), il nostro glorioso Teatro Stabile si è incaponito a propinare al pubblico, anno per anno, uno o più adattamenti teatrali di romanzi.

Si potrebbe obiettare che lo stesso Pirandello ridusse per il teatro alcune sue novelle, ed è certamente vero, ma a parte lo spessore dell'agrigentino, adattò appunto novelle, cioè testi narrativi di breve respiro dove l'azione (il drama, per pensare al greco, dal verbo dráo, che significa agire) prevale di fatto sull'aspetto narrativo in senso stretto (descrittivo o monoleggiante che sia), permettendo un movimento e una consequenzialità reali, e non una finzione di moto affidata ad agitamenti a suon di musica che di fatto non danno drama, ma solo confusione.

Questa brutta abitudine adattatoria dà più o meno lo stesso prodotto di una parmigiana fatta con le zucchine, pur avendo in frigo ottime e freschissime melanzane. Quale chef farebbe mai una stupidaggine del genere?

Eppure, la direzione artistica dello Stabile di Catania, non paga di aver inaugurato la scorsa stagione con una Cavalleria Rusticana travestita da non si sa bene cosa (un ibrido assurdo tra musical, farsa, lap dance e amenità del genere), ha presentato il 2 dicembre un lavoro, naturalmente annunciato come l'evento teatrale dell'anno, dove la vocazione al musical era la stessa, la resa scenica forse peggiore e la coerenza drammaturgica (ma anche narrativa) praticamente inesistente.

Tratta da un romanzo di Simonetta Agnello Hardy (avvocato stabilitosi in Inghilterra, tramutato in romanziere da un ritardo per il quale bisognerebbe costituirsi parte civile contro la compagnia aerea!), La Mennularia narra (a quel che si capiva) le vicende di tale Maria Rosalia Inzerillo, detta appunto La Mennularia: l'epiteto sta per raccoglitrice di mandorle, come viene spiegato in apertura in un decina buona di minuti, equivalente a qualche pagina di romanzo, la cui lettura recitata veniva camuffata da danze tribali di contadini siciliani armati di lunghe pertiche, per sottolineare un'azione drammatica inesistente.

La storia, vecchia di secoli, e trattata con ben altra maestria da narratori di tutti i paesi, narra le vicende ancillari di questa Mennularia, una criata (termine di ampio respiro europeo, ben comprensibile a tutti…) in casa Alfallipe: donna di servizio, prima, poi amministratrice e amante di Orazio, il padrone, la donna diviene una sorta di nume tutelare di questa famiglia gattopardesca, impiantando tutta una serie di marchingegni per continuare a proteggere i suoi inetti padroni (la signora Adriana e due figli) anche dopo la morte di Orazio e la propria.

Storia che sul piano narrativo, con dei flash-backs ben congegnati, potrebbe anche funzionare, ma che sul palcoscenico diventa un disastro; sì, perché la vicenda parte dalla morte della Mennularia, con un medico che appare sulla scena annunciando di aver vegliato la donna sino alla morte (e lasciamo perdere che il finale svelerà che la serva è morta per ingestione di mandorle amare, dunque cianuro e dunque morte quasi istantanea), continua con la reazione dei padroni, e prosegue con una girandola di pettegoli personaggi la cui funzione, che in un romanzo sarebbe forse quella di arricchire e polarizzare il ductus narrativo, sembrava invece quella di un coro greco spezzettato in quattro o cinque microsciami di calabroni ronzanti. Tali personaggi, che di fatto comunicavano al pubblico le gesta pregresse della Mennularia, recitavano al piano superiore del palcoscenico, una sorta di praticabile-balcone, mentre spesso al piano inferiore agivano la Mennularia (viva mentre si parlava della morta) o i padroni o altri tizi, spezzando di fatto l'attenzione dello spettatore, che non seguiva più né gli uni né gli altri.

Un'altra piacevolezza è arrivata a metà del primo atto quando, preceduti da un grammofono che suonava il preludio dell'Aida (e che ha continuato a suonare brani dell'opera per buona parte dello spettacolo), hanno fatto irruzione (chissà perché?) due egizi e delle egiziane poco vestite, che hanno improvvisato una danza o qualcosa del genere, mentre Pippo Pattavina, al primo piano, “cantava” Se quel guerrier io fossi, scendendo poi al piano terra e brancicando allegramente queste procaci egiziane.

Fatto ciò, dopo una serie di macchiette di dubbia funzionalità scenica, tra cui una scenetta all'ufficio postale per cercare lettere (postume?) della Mennularia, il primo atto si è chiuso con un funerale cantato e ballato con tanto di bara e sedie adorne di pendagli rumorosi che sembravano le gocce di cristallo dei lampadari.

Pubblico perplesso, che non capiva se ci sarebbe stato o meno un secondo tempo (e infatti due signori accanto alla sottoscritta sono spariti), poi il sipario torna ad aprirsi sulla rimembranza dell'amore tra Rosalia e Orazio: scena consistente nella lettura (spacciata sempre per monologo) di un cinque-sei pagine di romanzo, mimata qua e là, intercalata da battute della Mennularia, ma culminante in Rosalia che spoglia Orazio, lo mette a letto e di fatto (ma l'abbiamo saputo dopo) gli pratica eutanasia perché ha un tumore.

Bene: tutto ciò potrebbe, con un po' di spirito di adattamento, funzionare se il personaggio di Rosalia avesse una sua coerenza interna, cosa che non è. Sin dall'inizio la donna viene descritta dai personaggi caracollanti per il palcoscenico come poco più che una bestia selvatica, e lei stessa tiene a ribadire per tutto il lavoro il suo ruolo di criata, soggetta ad un fatalismo mentale che da un lato dovrebbe (e sottolineo il condizionale) impedirle di agire attivamente sulla vicenda umana dei suoi padroni, e dall'altro, come una vinta verghiana, farle accettare non solo la sua servitù, ma anche il suo ruolo originario di “prostituta igienica”, messa in casa apposta per il giovane Orazio, che la eleverà a sua amante segreta solo nella tarda maturità.

Ma in effetti questa impostazione del personaggio fa continuamente a pugni con le sue azioni, tralasciandone alcune francamente lambiccate fino all'inverosimile, come quella dei vasi greci copiati e nascosti, degna di un falsario internazionale e non di una povera serva: tanto per dirne una, Rosalia ricatta un capomafia (bah!), il cui figlio l'aveva violentata da ragazzino, mostrandogli un panno con “liquidi organici” sottoposto negli anni '60 al test del DNA o roba del genere, e non si capisce né come, né perché, anche senza contare che tali test sono molto più recenti e comunque non esattamente accessibili ad una criata; fa a pugni con l'eutanasia sul padrone, coi piani per il suo post-mortem, tutti atti di pesante volizione, e soprattutto col suicidio finale (molto artigianale rispetto alle possibilità mostrate in precedenza), suicidio che va (Schopenhauer docet!) interpretato come supremo atto di volontà e non come rassegnazione.

Guia Ielo, nei panni della protagonista eponima, ha di fatto, con la sua grande professionalità, salvato scenicamente il personaggio, ed è stata senz'altro la migliore; teatralmente validi sia Pattavina che Mignemi che Tosto, insieme a tutti gli attori dell compagnia.

La regia di Walter Pagliaro, coadiuvata dalle scene di Giovanni Carluccio, ha contribuito a rendere accettabile il guazzabuglio generale, ma non ha potuto di fatto nascondere le manchevolezze di un copione che non sapeva dove andare e di personaggi cartonati e stereotipi, quando non francamente marionettistici e caricaturali.

Giuliana Cutore

4/12/2011

La foto del servizio è di Antonio Parrinello.