|
ESSERE O NON ESSERE
Hamlet non si era più vista al Met dopo l'ormai lontanissima prima nell'Ottocento. Qualcosa che parla dunque in favore dell'attuale gestione Gelb è l'intenzione di allaragare il repertorio in tutte le direzioni e introdurre dei cambiamenti a livello della messinscena senza perciò rinunciare ai grandi nomi nelle produzioni (si può naturalmente discutere se questi grandi nomi lo siano poi davvero, ma nel frattempo qui li troviamo tutti, o quasi). Non bisogna illudersi: questa riesumazione si è fatta -come d'altronde è giusto- pensando ai nomi concreti dei due protagonisti, soprattutto per l' Ofelia che finalmente restò a casa ma che per un attimo aveva monopolizzato il ruolo facendo sperare in una vera e propria rinascita del titolo. Ma la Dessay ha deciso, molto prudentemente (le sarebbe duro ed inutile oggi cercare di riprodurre le miracoloso prodezze di qualche anno fa), starsene a casa. Così si è dovuto ricorrere in extremis a due nomi (uno già previsto per una recita, quello di Marlis Petersen, e l'altro, Jane Archibald, per le due ultime: qui si recensisce proprio l'ultima). Sebbene lo spettacolo non sia della proprietá del Met (si è già visto prima a Ginevra, Londra e Barcellona), il fatto di non venire annunciata per la prossima stagione parla chiaro: forse non la si rivedrà (se mai) prima che trascorrano altri 150 anni. E non si tratterà di un'opera geniale, ma non sono pochi i momenti di qualità musicale e drammatica senza tenere conto dell'apprezzabile senso del "mestiere" dell'autore (certo, se si pretende un nuovo Shakespeare nell'aspetto musicale: di Verdi -e di Boito- non si trovano in abbondanza…). I tagli praticati sul testo originale sono drastici (vedi Polonio, ridotto praticamente al livello di una comparsa). Qui si è poi scelta la fine tragica che Thomas scrisse per Londra e che rispetta il testo di Shakespeare. E questa sicura produzione, piuttosto astratta, con momenti risolti molto bene (altri meno: la pazzia di Ofelia è la scena più precaria) si 'legge' bene e nelle scene del protagonista e in quelle tra questo e sua madre spicca il volo (indubbiamente grazie alle qualità degli interpreti).
Orchestra e coro (preparato come al solito da Donato Palumbo) hanno suonato in modo perfetto e la concertazione di Louis Langrée è quanto di più riuscito abbia io ascoltado dal vivo da questo maestro (nonostante la sua 'naturale' propensione per il 'forte' anche quando il 'forte' è già previsto e non se ne sente il bisogno di un 'ancora più'. Però, per quanto importante, in un'opera francese (e soprattutto quale questa) i cantanti sono il fattore decisivo. Orbene, James Morris ha ancora una bella presenza e parecchio volume (troppo, direi), ma per Claudio, il re usurpatore, questo non basta. E quanto si ascolta non sempre risulta cosa gradita.
David Pittsinger ha invece una voce sana e anche la sua è una figura adeguata; peccato però che se ne serva in modo talmente esagerato da far pensare al cinema muto: non abbiamo bisogno di questo per capire che si tratta di un fantasma.
Toby Spence ci offriva un bel Laerte, anche se ricordavo la voce di questo tenore più flessibile, particolarmente in zona acuta. I comprimari e gli attori nella pantomima dell'atto secondo molto corretti (o di più ancora), e lo stesso si può dire dell' Archibald (molto applaudita da pubblico e colleghi): da vera professionista dava tutte le note (un po'aspre nell'estremo acuto) e, forse piuttosto una soubrette, si faceva sentire nell'enorme sala. Fraseggio e interpretazione erano invece senza particolare rilievo.

Arrivati alla regina Gertrude (o piuttosto la mamma della famiglia Adams come qualcuno impietosamente ha scritto), le cose andavano molto meglio. Jennifer Larmore non ha un timbro baciato dalla natura e la sua emissione non è scevra di difetti (particolarmente per quanto riguarda il registro grave), ma per questo ruolo è proprio questo quanto conviene e l'artista è in grado di affrontare tutti i problemi che le si presentano. Come interprete é bravissima e il suo grande duetto con Hamlet era, dal punto di vista drammatico, il momento più alto della serata. Perchè Simon Keenlyside (uno dei 'grandi' che proprio lo é senza virgolette) aveva in questo momento l'occasione di 'dialogare' con qualcuno. E il baritono inglese, con la voce più incisiva e oscura che mai, sfoggiava una tale varietà di sfumature da fare impallidire la sua stessa ottima prestazione di anni precedenti: adesso è semplicemente degno del personaggio di Shakespeare, non di quello di Thomas. E se la sua interpretrazione è brillante negli assoli (per quanto mi riguarda, piú che nel celebre brindisi o la romanza dell'ultimo atto, era da brivido nella grande scena che chiude l'atto primo -il monologo posteriore all'incontro con lo spettro - e soprattutto nel qui breve monologo 'essere o non essere' che apre l'atto terzo), sale in intensità se deve misurarsi con un altro interprete (naturalmente è capace di scagliarsi letteralmente con furia contro un muro in modo da far temere un altro braccio rotto come gli capitò una volta a Londra con uno dei suoi indimenticabili ruoli: Papageno). Ma se un po' sprecava le sue forme infinite di variare i suoi ‘Ophélie', la possibilità di confrontarsi con una 'regina colpevole' e anche madre, gli strappava degli accenti che risuonavano come veri e propri schiaffi. Personalmente ritengo una fortuna che per motivi di personalità e di registro Keenlyside non sia troppo o molto 'mediatico' (suo malgrado, un po' lo è) perchè così tutti - e gli autori per primo - guadagnano. Nello stesso tempo provo un po' di fastidio quando vedo che il ‘grande pubblico' non sempre reagisce nel modo più adeguato al suo carisma 'naturale', a quella sua passione sincera che si combina con un'arte sopraffina e tende invece a impazzire per alcuni che, con la complicitá di qualche casa importante, si spacciano per 'star' (salvo che poi sono astri filanti…). Insomma….Tra l'altro appunto di questo si medita in quel benedetto ‘essere o non essere'…
Jorge Binaghi
23/4/2010
Le foto del servizio sono di
Ken Howard/ Metropolitan Opera.
|