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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 

 

LUGLIO NELLA FORESTA NERA CON ROSSINI E VACCAI:

LA GAZZA LADRA , IL SIGNOR BRUSCHINO E LA SPOSA DI MESSINA

 

LA GAZZA LADRA (Kurhaus 16 luglio)

A Bad Wildbad, ridente e accogliente cittadina termale incastonata nella Foresta Nera (verdissima in questo mese di luglio), si svolge ogni estate un festival rossiniano, che da una ventina di anni a questa parte ripropone le opere del Pesarese, specialmente quelle meno o rarissimamente eseguite (proprio qui ha avuto luogo nel 1997 la prima ripresa moderna di Edoardo e Cristina [1819]). Non soltanto Wildbad non ha dimenticato, ma ci tiene a ricordarlo, che Rossini fu suo gradito ospite nel 1856 per un soggiorno di cura da cui trasse giovamento per la sua salute.

Il ricco e vario menù del festival di quest'anno - che ha messo in evidenza ben quattro giovani siciliani, che più che verdi speranze sono già rosee certezze: il mezzo-soprano Marianna Pizzolato, il baritono Ugo Guagliardo e il basso Maurizio Lo Piccolo, palermitani, e il direttore Antonino Fogliani, messinese - comprendeva, tra gli altri titoli, La Gazza ladra, imponente melodramma la cui notorietà è più che altro legata alla celeberrima ouverture.

La Gazza ladra, ventunesima opera di Rossini, va in scena al Teatro alla Scala di Milano il 31 maggio 1817. Gioachino, che ha già creato Tancredi, L'Italiana in Algeri, Il Barbiere di Siviglia, Otello e La Cenerentola , ha a quella data venticinque anni. Gliene restano altri dodici di "galera" per comporre i rimanenti diciotto titoli del suo catalogo e mettere così la parola fine a una stupefacente carriera teatrale con Guillaume Tell , tenuto a battesimo all'Opéra di Parigi il 3 agosto 1829. Morendo a 76 anni il 13 novembre 1868, sarà sopravvissuto a quella sfolgorante e irripetibile avventura percorsa con la geniale frenesia con cui ha vissuto la sua bella gioventù. Oggi non sarebbe impensabile immaginare il venticinquenne Rossini con un orecchino al lobo dell'orecchio sinistro e jeans vistosamente strappati ai ginocchi. Perché dunque, ogni volta che l'immagine di Rossini è associata ai titoli del suo teatro, è il volto di un Rossini anziano (se non decrepito) che ci viene pressoché puntualmente proposto? Non ultima occasione la copertina del pregevole Rossini. L'uomo, la musica di Giovanni Carli Ballola, pubblicato da Bompiani nella primavera di quest'anno.

La Gazza ladra appartiene al genere semiserio che fu in voga nella prima metà dell'Ottocento, genere che mette in scena in chiave sentimentale-larmoyante i casi di ordinary people in situazioni da pièce à sauvetage. I più significativi esempi di tale genere furono, oltre alla Gazza ladra, Il Furioso all'isola di San Domingo e Linda di Chamounix di Donizetti e La Prigione di Edimburgo di Federico Ricci. Nel caso della Gazza ladra tuttavia sarebbe forse più pertinente parlare di genere semitragico, poiché l'azione che si svolge sotto i nostri occhi sfiora pericolosamente la tragedia. Un tragico avvenimento, registrato negli annali giudiziari, ne ha del resto ispirato la fonte letteraria francese, cioè La Pie Voleuse , dramma di Louis Charles Caigniez e Badouin d'Aubigny (1815), che, a sua volta, ha fornito la materia al ben congegnato libretto di Giovanni Gherardini.

Ninetta, la protagonista, ama riamata Giannetto, figlio del fittavolo Fabrizio, nella cui casa presta servizio, ma è purtroppo oggetto delle voglie del sinistro Podestà del villaggio. Davanti alla casa di Fabrizio ha fatto il suo nido una gazza, che, attirata dal luccichio di posate e monete, se ne appropria nascondendo poi tale bottino. In seguito alla scomparsa di una posata d'argento, Ninetta viene accusata del furto e arrestata e a nulla serve che prendano le sue difese Giannetto, Fabrizio, Pippo, un contadinello alle dipendenze del fittavolo, e infine Lucia, moglie di Fabrizio, che era in un primo tempo poco bendisposta verso l'innamorata del figlio. Al processo compare il padre di Ninetta, che era ricercato come soldato disertore, chiedendo di essere condannato soltanto lui e implorando i giudici di assolvere la figlia, ma il tribunale, inflessibile, emette una sentenza di morte per Ninetta, infliggendo al padre la prigione. Prima del processo, il "generoso" Podestà aveva inutilmente offerto a Ninetta l'impunità in cambio del suo amore. Provvidenzialmente Pippo scopre in extremis i misfatti della gazza e il nascondiglio della refurtiva, riuscendo a far liberare l'innocente Ninetta, mentre giunge la grazia del monarca per il disertore. Nell'esultanza generale si preparano le nozze di Giannetto e Ninetta e resta scornato il Podestà. (Il fatto realmente accaduto in Francia si concluse invece con l'impiccagione della servetta, la cui innocenza venne scoperta troppo tardi).

Bisogna convenire con Piero Mioli che La Gazza ladra è un «grande affresco, un ricco polittico e una vasta summa di teatralità melodrammatica». La complessità di questo lavoro rossiniano "diverso" non ne rende agevole la realizzazione esecutiva. Rossini si misura qui coi sentimenti di personaggi in carne ed ossa, mettendo i primi mattoni del melodramma romantico - altri ne aggiungerà un pò più avanti con La Donna del lago (1819) - e padroneggia abilmente la caratterizzazione dei numerosi personaggi, tenendo le fila dei loro confronti e scontri nei vari momenti della vicenda, limitando il numero e l'importanza delle pagine solistiche rispetto agli ensembles decisamente ragguardevoli. All'invenzione melodica, che calza come un guanto alle esigenze drammaturgiche, si accompagna una strumentazione smagliante e duttile che sottolinea egregiamente il dipanarsi dell'azione.

Della scenografia di Anton Lukas basterà dire che è adeguata alle ridotte dimensioni del palcoscenico della sala del Kurhaus: dalla scena delimitata, da un lato, dall'esterno della fattoria con tavola, sedie e credenza-colombario delle posate e, dall'altro, dall'albero della gazza circondato da balle di fieno, si passa, mediante l'uso di pannelli, al carcere in cui viene rinchiusa Ninetta, alla sala del tribunale e allo spiazzo della mancata esecuzione. I costumi di Claudia Möbius mescolano varie epoche, come a voler sottolineare la lettura della regista Anke Rauthmann, secondo cui le vicissitudini della gente di oggi non differiscono di molto per l'essenziale da quelle delle generazioni che l'hanno preceduta. Anche per gli opera goers più ferrati le idee delle regie attuali non sono sempre chiaramente leggibili e, nel migliore dei casi, sussiste, perché no, un vago alone di mistero. Ma, pur essendo in Germania, non ci hanno proposto... stravaganze catalane!

Nella didascalia di immagini che a scena aperta accompagnano l'ouverture (divenuta ormai prassi inevitabile) c'è un chiaro riferimento a un conflitto bellico (la seconda guerra mondiale), ai bombardamenti aerei e alla violenza alle donne, vittime di stupri da parte di soldati, in un melodramma in cui la protagonista subisce un altro tipo di violenza pur scampando all'ultima ora alla catastrofe. La gazza titolare non è qui un uccello ma una giovane donna, già vittima di uno stupro, diventata una marginale cleptomane, sorta di inquietante parallelo negativo di Ninetta.

Ryuichiro Sonoda ha diretto con diligente applicazione i Virtuosi Brunensis e il Classica Kammerchor Brno. Non è Zedda, che respira con Rossini, ma l'imponente affresco rossiniano è stato proposto con buona approssimazione e l'orchestra ceca ha saputo sottolineare con eleganza e sensibile partecipazione i vari momenti e i vari climi dell'intimorente partitura. Bene si è disimpegnato il coro nei numerosi interventi.

Sette sono i personaggi principali, affidati a tre voci femminili e quattro maschili. La Ninetta del soprano Sandra Pastrana disegna con vibrante veridicità e voce cattivante e aggraziata le vicissitudini della servetta. Accanto a lei, si sono imposti i due mezzosoprani: Luisa Islam-Ali-Zade, persuasivo e suadente Pippo (un Pippo di lusso), e Elsa Giannoulidou, Lucia espressiva e pregnante. Decisamente modesto il tenore Stefan Cifolelli (Giannetto), mentre si sono fatti valere, ciascuno per proprio conto, il baritono Ugo Guagliardo, intenso e dolente Fernando (padre di Ninetta), il baritono Giulio Mastrototaro, cordiale e fervido Fabrizio e il basso Maurizio Lo Piccolo, bel tenebroso che mette nel suo grave insinuante l'afrore delle voglie perverse del Podestà. E Gioachino lui, quante cose non ha messe in quest'opera!

 

IL SIGNOR BRUSCHINO (Kurhaus 17 luglio)

 Il Signor Bruschino ossia Il Figlio per azzardo è l'ultima delle cinque farse veneziane rappresentate tra il 1810 e il 1813 al Teatro San Moisè (facendo seguito a La Cambiale di matrimonio, L'Inganno felice, La Scala di seta e L'Occasione fa il ladro ). Il modesto teatro veneziano con limitate risorse e spese ridotte all'osso cercava di attirare un pubblico meno sofisticato di quello della Fenice e di lanciare giovani talenti. Rossini aveva allora il vento in poppa, ma Il Bruschino, che è decisamente la più sofisticata di quelle cinque farse (si chiamano farse perché in un solo atto e senza coro), naufragò alla prima il 27 gennaio 1813 e per il resto dell'Ottocento quasi scomparve dalle scene. Diametralmente all'opposto le sue fortune teatrali dal Novecento in poi.

L'agile libretto di Giuseppe Foppa, attinto a una fonte francese, sfrutta abilmente un gioco di finzioni ed equivoci affinché Sofia riesca a sposarsi con l'amato Florville anziché convolare con il poco esemplare Bruschino, destinatole dal tutore Gaudenzio, che di Bruschino padre è buon amico mentre ce l'ha a morte con il padre di Florville. Florville, con un colpo di audacia, si spaccia per Bruschino figlio e Gaudenzio, che non ha mai visto il candidato da lui scelto, lo prende per tale. Quando Bruschino padre scopre l'inganno e apprende che il simulato figlio è Florville, si diverte a giocare un bel tiro a Gaudenzio, fingendosi padre del rampollo posticcio giusto il tempo della conclusione del contratto nuziale. Posto di fronte al fatto compiuto, Gaudenzio si rassegna di buon grado alla situazione (come si addice all' happy ending di una farsa).

La regia di Jochen Schönleber (direttore artistico del Festival) e Annette Hornbacher ambienta l'azione nello stabilimento Bagni Gioachino di una spiaggia adriatica, epoca presumibile gli anni Sessanta. Sulla scena unica, concepita da Anton Lukas si allineano cabine, doccia, tavolini, sedie a sdraio e ombrelloni. I costumi da spiaggia di Claudia Möbius coprono con buona fantasia anziché limitarsi a scoprire.

La sera in cui ho assistito a questo Signor Bruschino Antonino Fogliani e i Virtuosi Brunensis nonché tre solisti (Wakako Ono, Adami e Ariostini) erano reduci dall'impegnativa prova generale della Sposa di Messina di Vaccai, che si era svolta nel pomeriggio. E così il versatile Fogliani ha ripreso le redini della non meno versatile orchestra ceca per far partire un Bruschino scorrevole e brioso, frizzante quanto basta, anche se la leggiadra e maliziosa ouverture avrebbe richiesto un pò più di mordente.

Buona complessivamente la prestazione degli interpreti, convincenti anche come attori della commediola rossiniana. Primeggiavano il soprano, che era la spumeggiante Stefania Bonfadelli, una Sofia non invano attesa al varco di 'Ah! donate il caro sposo', e il baritono Ugo Guagliardo, che si è tagliato la sua bella fetta impersonando un Gaudenzio elegante, vivace e giovane (che se, come vuole la tradizione, avesse aspirato alla mano della pupilla, avrebbe potuto far concorrenza al tenore in lizza). Ha impersonato autorevolmente il protagonista il basso-baritono Bruno Praticò, prestandogli opportunamente la sua agile corpulenza e una serie di gags garbate e irresistibili. Afflitto anzi ossessionato dal caldo - come vuole il libretto - Bruschino-Praticò non trova di meglio a un certo punto che rifugiarsi in uno spazioso frigorifero. Hanno ben figurato tra gli altri il tenore Filippo Adami (Florville), il mezzosoprano Wakako Ono (Marianna) e il baritono Armando Ariostini (Filiberto).

 

LA SPOSA DI MESSINA (Kurhaus 18 luglio)

Nicola Vaccai (1790-1848), altro compositore marchigiano, stimato da Rossini, è oggi, a dispetto del non indegno lascito musicale, nient'altro che un... noto dimenticato. Si tratta proprio di colui, la cui scena della tomba in Giulietta e Romeo (1825), fu da Maria Malibran preferita a quella dei Capuleti e Montecchi belliniani e da lei (e in seguito da altre) sostituita in quest'ultima opera (la scena conclusiva di Vaccai si può ascoltare oggi in CD sia nell'edizione completa di Giulietta e Romeo che in appendice a una recente incisione dei Capuleti e Montecchi ).

La ricorrenza del 250° anniversario della nascita di Friedrich Schiller (1759-1805) è stata l'insperata occasione della riapparizione, sia pure in forma di concerto, della Sposa di Messina , quindicesima e penultima opera del musicista di Tolentino. Male accolta alla Fenice di Venezia il 2 marzo 1839 per un concorso di circostanze sfavorevoli, non era stata mai più ripresa. Si deve soprattutto all'appassionato patrocinio del musicologo neozelandese Jeremy Commons, che ha presentato l'opera di Vaccai, se, per festeggiare il compleanno di Schiller, è stata eseguita La Sposa di Messina nella revisione di Florian Bauer.

Nicola Vaccai (collezione Lo Presti, Bruxelles)

Tra le tragedie schilleriane, che formano un solido pilastro del teatro moderno, La Sposa di Messina o I Fratelli nemici (1803) è considerata una delle meno riuscite. Con essa il drammaturgo e poeta tedesco si volle cimentare a imitare la tragedia greca, guardando in particolare all' Edipo Re di Sofocle. Ma in Schiller non è il Fato a determinare i destini degli umani bensì il gioco della loro libera volontà.

In una Sicilia medievale e remota (con l'ambientazione non meno vaga e approssimativa di altre opere "siciliane": Tancredi, Bianca e Fernando, Il Pirata, Il Giuramento, Corrado d'Altamura), la città di Messina è dilaniata dalle cruente lotte di potere tra due fratelli, figli del defunto signore della città. Inutilmente la madre (Isabella) tenta più volte di rappacificarli. Tale rivalità è inoltre resa ancor più feroce dall'amare entrambi Beatrice, che ignorano essere la loro sorella misteriosamente scomparsa alla nascita. L'equivoco viene purtroppo chiarito soltanto dopo l'uccisione del fratello minore (Emanuele) da parte del maggiore (Cesare). Quando quest'ultimo scopre la verità, si toglie la vita.

1839, dunque - additeranno i più - l'anno di Oberto conte di San Bonifacio, promettente debutto verdiano. Ma perché non ricordare piuttosto, senza l'assillo di voler anticipare il futuro, che in quell'anno vanno in scena (con grande successo) Il Bravo di Mercadante nonché La Marescialla d'Ancre di Nini, più rilevanti, oserei dire, dell' Oberto ?

Nel 1839 Vaccai, già pupillo di Paisiello, ha acquisito una vasta esperienza, non limitata alla penisola, e si è imposto come compositore non solo teatrale. Dirige da alcuni anni il Conservatorio di Milano, nel cui ambito si è scontrato con l'altro più anziano ex pupillo di Paisiello, Carlo Coccia (i "fratelli" nemici?).

Il libretto di Jacopo Cabianca è accettabile in mancanza di meglio, ma Cabianca non è Cammarano, che ne avrebbe scritto probabilmente uno assai più degno della buona musica di Vaccai, perché di buona musica quest'opera non scarseggia affatto. Ma basta ciò a metterla in grado di reggere la scena? La ripresa di Wildbad ha avuto il valore di una prova d'appello doverosa. Il critico e lo spettatore non devono però avere troppa fretta, tanto più che nel frattempo La Sposa di Messina è stata registrata in CD.

L'invenzione melodica, maliosa sin dalle prime battute del preludio, si conferma col procedere dell'azione, secondata da una strumentazione raffinata e incisiva, a dimostrazione che Vaccai è in grado di sostenere il confronto con gli altri compositori. Accanto ai numerosi e suggestivi cori (si rimproverò talvolta a Vaccai di scriverne troppi), si fanno valere tra le altre pagine un sontuoso e vibrante Finale primo e la soave romanza del tenore, anche questa nel primo atto, concepita su misura per Napoleone Moriani, uno dei tenori di riferimento. La tensione si allenta tuttavia nel secondo atto e nel bel finale ultimo la tragedia si stempera nell'elegia.

Antonino Fogliani, messinese come La Sposa, ha difeso con vigore e passione la concittadina, convinto dei suoi meriti, e con vigile mano ha guidato l'Orchestra dei Virtuosi Brunensis e il Classica Kammerchor Brno, coro e orchestra disimpegnatisi con onore nel mettere in luce le qualità di un'opera emersa da un silenzio di 170 anni. Tra gli interpreti, il soprano Jessica Pratt (già distintasi l'anno scorso a Wildbad nell' Otello rossiniano) si è dimostrata un'Isabella di alto profilo col suo canto espressivo e adorno. Il mezzosoprano Wakako Ono ha impersonato un'aggraziata Beatrice mentre il basso Maurizio Lo Piccolo ha nobilitato il ruolo di Diego, consigliere di Isabella. Veniamo ai due fratelli: il baritono Armando Ariostini era Cesare, con il mestiere e lo stile acquisiti, svantaggiati però da una voce ormai usurata. Gli ha fatto da contraltare il giovane tenore Filippo Adami (Emanuele) ancora un pò brado ma efficace. Il coro, invitato a nozze in quest'opera, non ne ha fatto certo le classiche nozze coi fichi secchi!

Quanto al pubblico tedesco, tra cui si notavano numerosi stranieri, ha sconfessato col suo entusiasmo il pollice verso degli spettatori della Fenice del 1839.

Fulvio Stefano Lo Presti

7/8/2009