RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Epifania della menzogna

Ferdinando

di Annibale Ruccello nella regia di Guido Turrisi

Alessandra Cacialli

Ferdinando è unanimemente considerato dalla critica il capolavoro di Annibale Ruccello, attore e drammaturgo campano morto prematuramente a poco più di trent'anni, nel 1986, in uno spaventoso incidente d'auto sulla Roma-Napoli. La commedia fu scritta espressamente per la grande attrice Isa Danieli, che l'ha ripresa nel 2006, in occasione del ventennale della morte di Ruccello; al nome della Danieli Ferdinando è indissolubilmente legato, e Guido Turrisi ha dovuto contattare gli eredi testamentari di Ruccello per poter portare in scena il lavoro con una protagonista diversa. La famiglia De Nonno ha concesso l'autorizzazione solo dopo aver visionato gli appunti di regia e aver avuto precise garanzie su come sarebbe stato allestito lo spettacolo.

Riveste dunque una grandissima importanza questo nuovo allestimento, andato in scena il 27 febbraio al Centro Zo di Catania, in quanto per la prima volta il personaggio di Donna Clotilde ha visto sulla scena un'altra attrice, e soprattutto perché, strappata al vernacolo napoletano e tradotta integralmente in italiano, la commedia è stata senz'altro più immediatamente fruibile anche al pubblico siciliano, che a dire il vero, nell'edizione per lo Stabile del 2006, aveva avuto qualche problema a non perdere battute nella foga della recitazione partenopea.

Sotto un intento apparentemente comico, Ferdinando cela un'amarezza corrosiva e tagliente contro un Sud immobile e stagnante, quasi gattopardesco, rannicchiato e costipato nella rimembranza di un passato vagheggiato come un'epoca d'oro, il cui simbolo è appunto la monarchia borbonica, amata e rimpianta da nobilotti decaduti, pidocchiosi e arroganti, la cui vita ormai, dopo l'Unità d'Italia, si è ridotta ad una nevrastenica passività, il cui unico scopo è l'odio contro i Savoia e il trascorrere le giornate tra rimpianti, lamentele e offese reciproche.

Simbolo di questa nobiltà è Donna Clotilde, una baronessa borbonica che, quasi in miseria, si è rifugiata nella più sfrenata ipocondria: trascorre infatti la vita a letto, masticando cioccolatini e caramelle, e tiranneggiando Gesualda, una cugina povera, serva, confidente e aguzzina ad un tempo. La vita delle due donne, monotonamente scandita da insulti, medicine e cattiverie assortite, viene per così dire “rallegrata” dalla quotidiana visita di don Catello, un untuoso pretonzolo, parente presunto della baronessa per via di amori ancillari del nonno di lei, e dotato di robusti e variegati appetiti sessuali che donna Clotilde intuisce benissimo, ma tollera di buon grado, in quanto la soddisfazione di tali appetiti rende un po' meno acida la cugina Gesualda. Su questo universo chiuso e concentrazionario, polveroso e buio come una sagrestia di campagna, irrompe all'improvviso Ferdinando, sedicente nipote della baronessa, la cui efebica avvenenza farà esplodere la femminilità delle due donne e renderà addirittura famelico don Catello.

Il vespaio che scaturisce da questa contagiosa follia amorosa darà la stura ad un gioco delle parti, o meglio ad un gioco al massacro ai limiti del surreale, dominato dalla prorompente sensualità di Ferdinando, che condurrà la partita fino all'epilogo finale, quando la sua truffaldina identità sarà finalmente svelata.

Come si vede, un lavoro intenso, che va giocato su una recitazione ambigua ma sempre perfettamente controllata, e dove il minimo errore rischia di turbare un equilibrio tra grottesco, tragico e demistificatorio estremamente precario, il cui alterarsi genererebbe una caduta nel triviale che snaturerebbe la commedia riducendola a farsa.

Da sinistra: Massimo Giustolisi e Antonio Caruso.

Guido Turrisi ha ben compreso tali difficoltà, e ha guidato gli attori con attenzione certosina, curando sin nei minimi gesti la recitazione, il cui fine è stato sempre il grottesco e mai il puramente comico; del resto, la satira tagliente del testo possiede già una vis comica intrinseca sufficiente, e caricarla sarebbe stato un errore madornale. Le scene di Piero Lo Monaco, scarne ma eleganti e funzionali, hanno contribuito a puntare tutta l'attenzione sugli attori che, scelti in maniera anche somaticamente adeguata e aderente allo spirito della commedia, sono riusciti a dare davvero il meglio di se stessi, con una coesione scenica e drammatica degna dei più grandi palcoscenici.

Chi, come noi, si era abituato all'estrema dolcezza della recitazione di Alessandra Cacialli, non poteva non nutrire qualche perplessità sulla resa scenica di donna Clotilde, data la sottile velenosità viperina della baronessa, e la necessità di dar vita contemporaneamente a due figure di donna complementari, malata ipocondriaca nel primo atto, preda di un focoso amore senile nel secondo. Eppure la Cacialli è riuscita a rendere tutte le sfaccettature della baronessa, piegando la sua recitazione dolce e tranquilla alle esigenze di una perfidia velenosa e strisciante, e facendo anzi della sua bonomia di fondo un elemento prezioso della gestualità e della voce, di modo che le frecciate di donna Clotilde giungevano ogni volta più cruente e inaspettate sia su Gesualda che su don Catello, slargandosi poi in una tiepida e soffice sensualità, densa di nostalgia inespressa, all'apparire sulla scena di Ferdinando.

E proprio Ferdinando ha trovato in Massimo Giustolisi un interprete perfetto: la sensualità ambigua del personaggio è stata resa con un'irruenza giovanile e panica vigilata da una recitazione controllata e attenta, sempre in equilibrio tra efebo e giovane amante. Tratto magistrale, Giustolisi è sempre riuscito a lasciar intravedere, dietro la maschera carnale di Ferdinando, il calcolo sottile che vi si annidava, il suo essere padrone di tutti fingendo ingenuità, in un gioco di specchi sul personaggio affidato a impercettibili mutamenti mimici e gestuali e a rapidi passaggi di registro nella recitazione, tanto che si aveva la sensazione di veder balenare un artiglio che subito tornava a celarsi in un guanto di velluto.

Il don Catello di Antonio Caruso ha esplorato tutta la tavolozza dei vizi ecclesiastici: ipocrita, untuoso, falsamente umile, e poi voglioso e lascivo, ha offerto un'interpretazione quanto mai realistica e pregnante, sotto la quale si intravedeva qua e là il divertirsi di Caruso a prendere in giro il suo stesso personaggio, piegandolo sotto la sferza di donna Clotilde o sotto gli strali amorosi di Ferdinando.

Debora Bernardi

Debora Bernardi ha interpretato Gesualda senza indulgere sui suoi aspetti farseschi, ma riuscendo a scatenare dall'interno la malignità tutta interiore della cugina povera: nei duetti con donna Clotilde è riuscita volta a volta a mostrarsi carnefice e complice, senza piegarsi mai al ruolo di vittima. Giocando su una mimica perfetta ha incarnato la sensualità ferina distanziandola da quella tutta carnale della baronessa, e nel secondo atto ha dosato momento per momento la recitazione in un climax di complicità con donna Clotilde, al cui culmine la serva-complice è scomparsa, lasciando il posto ad una donna lucidissima e controllata, padrona della scena anche coi suoi silenzi, con una gestualità divenuta improvvisamente ieratica e statuaria, che altrettanto subitaneamente si è ritramutata in quella della serva-padrona, rassegnata e velenosa, nelle poche fulminee battute che chiudono il lavoro.

Giuliana Cutore

2/3/2011