RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Inaugurata la rassegna teatrale "Percezioni"

Mirra

di Vittorio Alfieri per la regia di Guido Turrisi

Domenica 28 novembre ha preso il via al Centro Zo di Catania la rassegna teatrale “Percezioni”, che prevede quattro titoli in cartellone, frutto di una proficua collaborazione fra “Gli Stravaganti”, compagnia teatrale che partecipa con Mirra di Vittorio Alfieri e Ferdinando di Annibale Rucello, e l'associazione teatrale “Buio in Sala”, che allestirà La Locandiera di Carlo Goldoni e Yerma di Federico Garcia Lorca.

Devoto al teatro classico che ogni anno ripropone in suggestive rielaborazioni, capaci di far emergere tutta la modernità e la profondità di scavo psicologico dei personaggi nati dalla penna di Euripide, Racine, Machiavelli, Alfieri, Guido Turrisi ha offerto anche questa volta una pregnante rivisitazione della Mirra di Alfieri, riuscendo con un'ottima operazione di contaminatio a riverberare tutti gli echi intertestuali dei quali la sciagurata figlia innamorata del proprio padre si è arricchita nel corso dei secoli.

Figlia di Ciniro, re di Cipro, isola sacra ad Afrodite, dea che nell'Ippolito afferma con orgoglio di essere chiamata Cipride da chi la onora, Mirra, nell'originale leggenda siriana, alla quale allude già Esiodo, viene spinta dalla collera di Afrodite, offesa dalla ubrys della madre della ragazza, Cecri, a desiderare l'unione carnale col padre. Con la complicità della nutrice riesce nel suo intento: scoperto l'inganno, Mirra invocherà la pietà degli dei, che la trasformeranno in un albero della mirra, albero dal quale nascerà Adone, il bellissimo giovane del quale si innamorerà la stessa Afrodite.

Il mito, variamente ripreso dal poeta Paniassi, da Igino e dallo Pseudo-Apollodoro, troverà la sua adeguata cornice letteraria nelle Metamorfosi di Ovidio, passando poi nella letteratura italiana con il XXX canto dell' Inferno dantesco e con Vittorio Alfieri, che alla figura di Mirra dedicherà una tragedia, il cui finale però (Mirra che si uccide dinanzi al padre) non è stato utilizzato da Turrisi, che ha preferito ripristinare quello originale del mito, che prevede appunto la trasformazione della giovane in albero.

Questa, e la modernizzazione dell'endecasillabo di Alfieri in una prosa più immediatamente fruibile allo spettatore, costituiscono le intrusioni del regista Turrisi nell'opera originale. Intrusioni a nostro modo di vedere ben giustificate entrambe, e proprio per motivi drammaturgici: se da un lato, infatti, la contaminatio del finale ristabilisce il mito nella sua integrità simbolica, dall'altro l'uso di una lingua più sciolta, ma non per questo moderna, pone rimedio a quello che per certi versi è il neo principale del teatro di Alfieri, e cioè di essere idealmente destinato più alla lettura che alla recitazione.

L'opera ne ha certamente acquistato in coesione drammatica, ma nello stesso tempo la sapiente regia, che ha costretto gli attori alla compostezza e ieraticità della gestualità tragica antica, ha evitato, insieme alla recitazione ben scandita e impostata, i facili cedimenti naturalistici che spesso purtroppo affliggono questo genere di operazioni.

La scenografia, essenziale ma pregnante nella sua allusività, con i tripodi che rimandavano al sacrificio e il panneggio traslucido che ammiccava all'epifania di Venere, ha trovato il suo punto di forza più suggestivo nel finale, quando la metamorfosi di Mirra si è compiuta dinanzi agli occhi degli spettatori come una fantasmagorica infiorescenza-dissolvenza, sottolineata dai dolenti accenti del Requiem di Mozart.

Una rivelazione è stata la protagonista, Francesca Ferro, la cui ottima dizione e il perfetto uso della voce, uniti ad una composta gestualità tragica, hanno ben reso la tormentosa evoluzione e l'aspro dissidio interiore di Mirra.

Vigoroso come sempre Antonio Caruso nei panni di Ciniro re di Cipro che, insieme alla brava Francesca Agate (Cecri) e a Giuseppe Bisicchia (Pereo), ha dato prova di grande sensibilità drammatica in tutti i momenti cruciali della tragedia.

Un plauso particolare va ad Alessandra Palladino, ancora una volta interprete (come per Fedra l'anno scorso) della nutrice: la sua recitazione, solo in apparenza dimessa e colloquiale, ma sempre perfettamente controllata, si è imposta come uno dei punti di forza della rappresentazione, di volta in volta dolorosa, affettuosa, terrorizzata o complice, come si conviene alla trofos greca, il cui ruolo per l'esplicitazione dei conflitti della protagonista è fondamentale.

Si è già detto delle scene di Piero Lo Monaco, e delle luci, delle musiche ben scelte e degli effetti speciali, rispettivamente curati da Aldo Ciulla, Luigi Galatioto e dalla Vaccalluzzo Eventi.

Rimane da parlare dei costumi, affidati a Rita Mazzarino per gli abiti femminili e a Rosy Bellomia per quelli maschili. Duole dirlo, e in una rappresentazione che avrebbe potuto dirsi perfetta, ma gli abiti maschili, assurdamente simili a vesti rinascimentali (per Ciniro) e alla divisa di un ussaro (per Pereo), su calzoni moderni e scarpe altrettanto, stridevano disperatamente con i morbidi abiti della Mazzarino, greci per taglio e fedeli sin nei monili e nei calzari, e spezzavano continuamente la mimesis, impedendo di apprezzare sino in fondo le indubbie doti artistiche di Caruso e di Bisicchia.

Giuliana Cutore

1/12/2010