RECENSIONI
-

_ HOMEPAGE_ | _CHI_SIAMO_ | _LIRICA_ | _PROSA_ | _RECENSIONI_| CONCERTI | BALLETTI_|_LINKS_| CONTATTI

direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Un rude e sanguigno Boris Godunov inaugura la stagione 2010-2011 del Teatro Regio di Torino

Boris Goudunov inaugura la stagione 2010/2011 del Regio di Torino. L'allestimento è coprodotto con il Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia e la Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatro di Bari. L'ultima volta era stato rappresentato nel 1997, nella versione orchestrata da Dmitrij Sostakovic, comprendente i due quadri dell'atto polacco, con l'aggiunta della scena di San Basilio. Questa volta si opta per l' Ur–Boris , vale a dire per la prima edizione del 1869, senza l'atto polacco, ma con la scena della foresta di Kromy, peraltro preposta al quadro del Cremlino, con la morte di Boris, che nell'edizione del 1872 (la prima revisione richiesta dai teatri imperiali) chiudeva l'opera. Le diverse versioni del Boris ci sono ormai tutte note sia attraverso allestimenti teatrali di pregio sia edizioni discografiche importanti. Ci pare che l'originale abbia ormai del tutto sconfitto la versione Rimsky–Korsakov che, là dove fosse ripresa, costituirebbe una sorta di curiosità culturale. Sarebbe interessante discutere se il giudizio negativo, ormai condiviso, sulla versione Rimsky sia del tutto fondato. Non mancano i nostalgici, ma la strada è tracciata: gli autorevoli esempi di Claudio Abbado o di Valery Gergiev sono altrettante pietre miliari. A Rimsky va comunque riconosciuto il merito di avere contribuito alla conoscenza e alla circolazione in Russia e all'estero di questo capolavoro.

È inutile diffondersi sui meriti dell' Ur–Boris, ma giova sempre ribadire che segna un potente spartiacque tra Ottocento e il Novecento. Nasce qui la musica moderna, l'opera del XX secolo con tutta la forza di una contestazione silenziosa, ma radicale al melodramma europeo. Musorgskij fa cantare i suoi personaggi mediante una vocalità nuova e diversa che manda arie, duetti, concertati a carte e quarantotto. Il canto prende forma dalla prosodia russa, dall'innografia della Chiesa Ortodossa, dalla tradizione popolare. Da lì il compositore si inventa un declamato profondamente melodico che nulla deve a Wagner e a Verdi, all'occidente italiano e francese. È un modo innovativo di usare la voce, che la versione originale mette ancora più a nudo, nella scabra durezza di un'intonazione dilavata da ogni compromesso. Tanta materia ha trovato compiuta realizzazione a Torino grazie alla sinergia del direttore e maestro concertatore, Gianandrea Noseda e del regista Andrei Konchalovsky, che cura anche le luci. Quest'ultimo si avvale delle scene di Graziano Gregori che mette al centro del palcoscenico una pedana lignea. Con l'aggiunta di pochi elementi vi individua i diversi luoghi dell'azione. L'ambientazione è rispettosa del tempo della vicenda: i costumi di Carla Teti contribuiscono a rievocare il periodo del regno di Boris. Scene e costumi, però, evitano qualsiasi compiacimento iconografico e concorrono alla sobrietà di una rappresentazione che mette in risalto il lavoro della regia. Konchalovsky svela il dramma del potere, la condanna del tiranno alla solitudine, la crudeltà di un mondo dove la solidarietà non esiste, la doppiezza dei governanti nei confronti del popolo, la tragedia degli ultimi. Il racconto procede con grande speditezza, grazie all'esatta individuazione dei personaggi e al felice apporto delle masse corali del Regio, completate dal Coro di Voci Bianche del Teatro Regio e del Conservatorio ‘G. Verdi' di Torino. Tra i momenti forti dello spettacolo annoveriamo la scena della morte di Boris con il trono che si allontana dallo zar e diventa un oggetto inafferrabile prima di crollare fragorosamente sulle assi della pedana, mandando in frantumi la vita di Boris, tutta e solo sacrificata al raggiungimento del potere. Dal canto suo Gianandrea Noseda, fedele al suo stile, ha diretto un Boris asciutto, scarno, sospinto da tempi veloci, da gesto nervoso che mette in luce la scabra modernità della melodia. Non c'è posto per compiacimenti vocali, non c'è posto per emissioni lussureggianti. C'è spazio solo per il dramma, per un dramma di cui Noseda dà pieno risalto all'impietosa funzione di denuncia. Sempre a suo agio nel repertorio russo ed in quello novecentesco, anche quando il Novecento ha salde radici nel secolo precedente, Noseda sigla una delle sue interpretazioni più riuscite. Questo Boris contribuisce così a rafforzare la convinzione che il maestro milanese sia una delle bacchette di punta tra quelle italiane della sua generazione. Negli anni Noseda si è forgiato una cifra stilistica personale, fatta di un'indubbia competenza tecnica, che si coglie nella sicurezza con cui tiene in pugno l'orchestra, nella capacità di valorizzarne l'eccellenza. Direttore di estrazione e vocazione sinfonica, sa però accostare con intelligenza anche l'opera in un percorso mediato che trova in Mozart, in alcuni titoli verdiani e poi nel repertorio russo il punto di forza. Gli anni della giovinezza, passati al Marinsky, gli consentono una vicinanza a questo mondo che ad altri non è concessa. Ma la formazione occidentale gli evita quello sciovinismo sonoro che purtroppo limita talvolta le prove dei direttori russi.

Il cast era omogeneo e funzionale, privo, se vogliamo di fuoriclasse, ma formato da elementi di buon livello. Orlin Anastassov non è un mattatore. Il suo Boris non può competere né sul piano scenico né su quello vocale con altri mitici interpreti del ruolo. Ma a questo allestimento e a questa direzione un mattatore non serve. Serve piuttosto un interprete fedele che, specie nella scena della morte, impressiona per quel modo antiretorico di incarnare il delirio di Boris. La voce intanto, pur senza essere ammaliante nel timbro e negli armonici, modella con plastica coerenza la vocalità del personaggio. Ian Storey, conosciuto per le sue interpretazioni wagneriane, è un robusto Grigorij, ma l'imponente fisico e l'età evidente lo rendono inadatto a ritrarre un novizio. Vladimir Baykov è un Pimen piuttosto secco e segaligno, mentre Valdimir Matorin ha saputo dare compiuta realizzazione a Varlaam e alla sua selvaggia canzone. Peter Bronder è un Sujskij credibile nella voce e nel gesto, mentre Evgenij Akimov ha messo in risalto la centralità del Folle in Cristo, alias l'Innocente. Ci sono invece parse deboli la Ksenija di Alessandra Marianelli e la nutrice di Elena Sommer. Al loro posto gli altri, che nominiamo tutti per completezza di informazione: lo Scelkalov di Vasilij Ladjuk, l'Ostessa di Nadezda Serdijk, che in questa versione non canta la sua canzone, il Fëdor di Pavel Zubov, il Missail di Luca Casalin, il Mitjucha di Oliviero Giorgiutti, il Mikitic di Joh Paul Huckle, il boiaro di Mathias Stier, il Lavickij di Bruno Pestarino, il Gernikovskij di Riccardo Ferrari, il Chruscov di Alessandro Dimasi.

Allo spettacolo è arriso un vibrante successo da parte di un pubblico convinto e partecipe.

Giancarlo Landini

31/10/2010

 

Le foto del servizio sono di Ramella & Giannese © Teatro Regio di Torino.