RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Dell'elisir mirabile…

Non si beve mai in abbondanza, ma...quando si fa un viaggio perché si pensa – e sulla carta era vero – che ci sono le garanzie per un buon spettacolo e poi la realtà è diversa, più che irritati si rimane delusi... e preoccupati.

È quanto è successo a Valencia per la nuova produzione con regia di Damiano Michieletto e sotto la bacchetta di Omer Meir Wellber. Il direttore italiano è riverito da molti. Io trovo il suo lavoro interessante ma non sempre azzeccato. Un conto, ad esempio, è la sua Scala di seta rossiniana a Pesaro, un altro questo Elisir. Il regista ama il moto perpetuo ... ma non sempre conviene (e soprattutto se chi si muove ritmicamente con lo stesso passo di ballo per situazioni diversissime sono i figuranti mentre il coro resta quasi immobile). Ha una sua particolare ossessione con l'acqua (non solo il ‘Bar Adina' fa pensare a L'Ombrellone) e qui Belcore si doccia alla fine dell'aria di sortita, Nemorino quando non sa cosa fare si mette ad innaffiare ecc. Il problema maggiore non è fare di Dulcamara uno spacciatore e alla fine interrompere la musica con grida di poliziotti spagnoli (già, siccome si fa a Valencia e poi a Madrid...) che cercano (con cani) la droga che ritrovano sul povero Belcore, ma che se l'intreccio ha un senso è perché trascorre in una società rurale – lontanissima delle novità del mare - e preindustriale o sull'orlo dell'era industriale (come ha capito bene Pelly invece). Naturalmente ci sono tante frasi che non hanno più senso con una regia simile. Ma per una volta non era la cosa peggiore.

Oimè, avevo sentito parlare molto bene del giovane maestro Wellber: da quanto ha fatto qui, o le sue capacità non si addicono a Donizetti, la commedia ed il belcanto (che sono facili ma talmente difficili), oppure non si è seduto a riflettere ed ascoltare quanto hanno fatto prima o adesso altri maestri, forse meno giovani e geniali. L'originalità ha questi problemi. Tempi esasperatamente lenti (noiosi) o ad un tratto rapidissimi ma pesanti e chiassosi. Già la breve introduzione, né carne né pesce, metteva in guardia. L'orchestra è brava ma ha seguito – come non può essere altrimenti – quest'idea (o mancanza di idee). Il coro cantava discretamente ma non sempre si capivano più di una o due parole (e si badi che il testo alcuni già lo conosciamo).

Ma, si sa, con quattro bravi e simpatici cantanti le sorti de L'Elisir sono fatte. Indubbiamente era la parte migliore dello spettacolo, ma... Aleksandra Kurzak non sembrava la stessa incantevole ‘Matilde' della Di Shabran al Covent Garden due lontanissimi anni fa... Gli acuti sono rimasti, ma il resto è opaco e acido: il suo miglior momento, per fortuna, era la grande aria finale (accolta molto bene, ma a dire il vero assolutamente anonima). Un'Adina vivace superata però da Giannetta nei concertati (un po'stridula Ilona Mataradze) e molto lontana dall'ideale. Fabio Capitanucci era un Belcore forse il più penalizzato dalla regia. Canta bene (qualche acuto estremo è nasale) con buon colore e buona intenzione, ma risulta generico e banale. L'amatissimo Erwin Schrott non esagerava troppo in questa recita come Dulcamara (sulla prima ho sentito di tutto e di più): la voce è in stato magnifico, bella, calda, ampia, canta bene (quando non decide di parlare qualche frase), ha una personalità magnetica e dice alla grande. Le quattro veline che l'accompagnavano non sembravano superiori al tradizionale moretto ma parlano dei nostri tempi (immagino che saranno più cari quattro figuranti di uno: bravo per l'epoca di crisi). Musicalmente però il più vicino a Donizetti era Ramón Vargas, che anche cercava di fare un personaggio (come si sa, non si tratta di un ‘leone' sul palcoscenico). È vero che l'acuto ha perduto squillo e gli acuti vengono piazzati più di una volta ‘indietro', ma, a parte il fatto che della sua generazione (e la seguente) è l'unico che ancora può cantare con linea, tecnica e stile Nemorino, dopo le ultime sconcertanti prove di alcuni ‘fulmini' (che passano per la scena lirica appunto come tali), qui si ritrovava la classe, il gusto, la purezza del fraseggio e un protagonista che non era un pagliaccio nevrotico o un imbecille stralunato. L'ovazione che salutava la romanza premiava, spero, questo fatto.

Jorge Binaghi

2/4/2011