XXXVII FESTIVAL
DELLA VALLE D'ITRIA 
Aureliano in Palmira
Il XXXVII Festival della Valle d'Itria si è aperto il 15 luglio all'insegna del belcanto. Per l'inaugurazione il Direttore Artistico, Alberto Triola, ha scelto di riproporre Aureliano in Palmira, un'opera che in tempi moderni ha potuto contare solo su tre riprese. La sua composizione risale alla giovinezza del Pesarese. Rossini era già un compositore famoso con alle spalle il trionfo del Tancredi, rappresentato alla Fenice di Venezia, e de La pietra del paragone alla Scala, dove ora si presentava con un'opera seria. Aureliano in Palmira andò in scena il 26 dicembre 1813, per l'apertura della stagione di carnevale. Il titolo scelto, su libretto di Felice Romani, si ricollega al filone dell'antichità e ripropone la figura di un monarca bramoso, ma capace di dominare le proprie passioni e di perdonare a tutti con illuminata clemenza. In realtà al Romani e soprattutto a Rossini non interessano né il dramma del potere né i problemi connessi all'espansionismo romano nel Medio Oriente. Aureliano in Palmira è una storia d'amore, di gelosia e rivalità. È il romanzo dell'indomita Zenobia, amante ricambiata di Arsace, rivale di Aureliano. È la storia di un amore difficile, contrastato dal potere, ma forte pur tra mille peripezie. È una movimentata elegia.
In Aureliano in Palmira, che precede di due anni Elisabetta, regina d'Inghilterra, Rossini cominciò a porsi il problema di sottrarre la sua musica all'arbitrio dei virtuosi e scrivere la coloratura in extenso, vale a dire annotare per intero i passi fioriti. La pratica non segnò la fine di una prassi dove l'interpolazione era una norma. Rossini diede spazio alla sua estetica, ad un melodramma che passava attraverso il connubio tra la declamazione del Recitativo e una melodia lussureggiante, neo barocco. Chi mette l'accento solo sul canto fiorito, dimentica che Rossini è maestro nel declamato: è proprio lui, seguito da Bellini, a realizzare la quadra (oggi in linguaggio giornalistico si dice così) tra la tragédie lyrique e l'opera italiana con un felice connubio tra Recitativo e Canto. La riflessione ci porterebbe lontano, ma non fuori dal seminato. In questa occasione, quella di una recensione e non di un saggio sull'estetica di Rossini, essa può diventare la pietra del paragone per giudicare la riuscita dello spettacolo martinese.
Intanto conviene dire che il direttore, il giovane Giacomo Sagripanti, ha colto a dovere i due aspetti della partitura, dando all'uno e all'altro conveniente spazio, ma facendo propendere la bilancia – è ovvio – per il canto e per oasi liriche che, in taluni momenti, complici anche l'ambientazione pastorale, richiamano alla mente i momenti bucolici della Liberata di Torquato Tasso. Ha trovato duttile strumento nell'Orchestra Internazionale d'Italia e nel Coro Slovacco di Bratislava. Il palcoscenico è dominato da Franco Fagioli, controtenore sudamericano al quale il Festival affida la parte di Arsace, che Rossini scrisse per un celeberrimo castrato, Giovan Battista Velluti. In tempi moderni, se non andiamo errati, è la seconda volta che Aureliano in Palmira ricompare con la corretta assegnazione del ruolo di Arsace ad un falsettista artificiale (ci si passi l'espressione). Alla fine degli anni Novanta si era cimentato Angelo Manzotti. Nelle due precedenti riesumazioni, a Genova e a Lucca, si era optato per una voce femminile. Fagioli porta in dote al personaggio una spiccata coscienza vocale, stilistica ed interpretativa. La sua voce ha raggiunto pieno equilibrio fra i registri, così da non disturbare mai la linea con disarmonie che poi si riflettono sull'interpretazione. Pur tuttavia sa giocare meravigliosamente su colori chiari del registro acuto, quasi sopranile, e le regioni gravi, di un bel colore contraltile. La voce è ben appoggiata e, dunque, libera da quei suoni chiocci che affliggevano i controtenori delle precedenti generazioni. Fraseggia con intenzione, dà senso al recitativo, mentre l'emissione morbida e il suono rotondo lo fanno affascinante nei cantabili. Offre così il primo completo ritratto moderno di questo personaggio. Al contrario la debolezza della declamazione limita la prova del tenore che nella sua parte deve affrontare numerosi recitativi per i quali occorrerebbe ben altro piglio, ben altra incisività di quella che riesce a produrre. Bodgan Mihai è una giovane promessa del panorama rossiniano dei nostri giorni, anche se le belle attitudini devono essere potenziate da un lavoro di approfondimento della tecnica vocale e dello stile rossininano. Zenobia, invece, trova valido sostegno in Maria Aleida. Ha bella voce di soprano lirico, abbastanza omogenea, anche se con qualche velatura nel registro centro acuto. In alto però affronta tessiture ardue e impervie con grande facilità e riesce a reggere una scrittura a tratti funambolica. L'interprete è attenta a dividersi tra trepidazione e coraggio. Efficace il resto del cast con la Publia di Asude Karajavuz, l'Oraspe di Mert Süngü, il Licinio di Masashi Mori e il Gran Sacerdote di Luca Tittoto, che si segnala per il timbro sontuoso.
Rimane lo spettacolo che, come spesso capita, va per conto suo. Il regista, Timoty Nelson, con l'aiuto delle scene di Tiziano Santi, dei costumi di Michelle Cantwell e dei movimenti coreografici di Nikos Lagousakos, trasporta l'azione in tempi moderni. Aureliano è abbigliato alla maniera dei soldati inglesi, forse perché le zone di Palmira furono teatro delle imprese degli eserciti coloniali di sua maestà britannica. Ci sembra però poca cosa. Il tutto viene mescolato con vestigia antiche, ambienti pastorali e una vecchia Zenobia, affidata ad un mimo, Louise Frank, bravo peraltro, ma foriero di confusione.

Il novello Giasone 29 luglio: secondo appuntamento belcantistico, prima ripresa in tempi moderni del Giasone di Francesco Cavalli con le integrazioni di Alessandro Stradella e per questo ribattezzata Il novello Giasone. Il Giasone di Cavalli era andato in scena a Venezia nel 1649, divenendo una delle opere più popolari del XVII sec. Da qui nacque la decisione dell'impresa del Teatro Tordinona di Roma di riprenderlo per la rappresentazione del 24 gennaio 1671. Giuseppe Apolloni e Filippo Acciaiuoli avevano ricevuto l'incarico di integrare il libretto di Giacinto Andrea Cicognini, e Stradella quello di ampliare la musica di Cavalli. I librettisti aggiunsero molto materiale che diede ulteriore respiro ad una curiosa rielaborazione del mito. Giasone è a Colco, per impadronirsi del vello d'oro. Medea è innamorata di lui. Senza svelare la sua identità giace con l'eroe greco distratto così dalla missione che deve compiere. Ma anche Isifile, regina di Lemno, dalla quale ha avuto due gemelli, lo ama e manda Oreste ad indagare che cosa stia facendo alla reggia di Medea. La maga si rivela a Giasone e lo aiuta a rapire il vello. Ma intanto la rivalità tra le due donne s'ingarbuglia oltre ogni dire, mentre i confidenti (Besso e Ercole), i servi (Demo e Elda) con l'aggiunta di Egeo, innamorato di Medea, si ingegnano ad intricare la matassa. Medea cade nel tranello che aveva ordito, e finisce gettata da una rupe, ma viene salvata da Egeo. Giasone torna tra le braccia di Isifile, Medea in quelle di Egeo, tra la generale esultanza. Pur nel rispetto dell'unità aristotelica di tempo siamo nel bel mezzo di quel melodramma seicentesco che, in barba alle regole della tragedia greca, mescola il comico al tragico, in un continuum teatrale di grande forza drammatica. L'opera, che pur durando più di tre ore, si dà con numerosi tagli, mostra intatta la sua vitalità. Le aggiunte di Stradella gettano un ponte verso la produzione settecentesca con una più marcata cesura tra recitar cantando e aria.
L'opera è presentata nell'edizione critica di Nicola Usula e di Marco Beghelli con la consulenza di Lorenzo Bianconi. Lo spettacolo, invece, si allestisce con la consulenza drammaturgica di Vincenzo De Vivo. Dirige Antonio Greco alla testa dell'Oidi-Festival Baroque Ensemble. È una lettura che conferisce all'opera un'impostazione volta a sottolineare l'apertura di Stradella a nuovi esiti. La ridondanza dell'accompagnamento, l'invadenza delle sonorità, la ricchezza delle cadenze e l'attenuazione dei lati più scatenati della comicità sono stati oggetto di vivaci discussioni tra il pubblico e sulle stampa. Ma ci sembra che i rilievi non abbiano tenuto conto della volontà di sottolineare la volontà di Stradella e la scelta di non rappresentare il Giason e di Cavalli, ma una rielaborazione il cui intento innovativo appare evidente.
L'opera si rappresenta al Teatro Verdi e non nell'Atrio del Palazzo Ducale. La piccola sala ben si adatta ad ospitare le sonorità del teatro del Seicento, ma la scena non dispone di quelle macchine che servivano ad ingenerare la meraviglia simulando gli eventi atmosferici e magici che si inseguono nel corso della vicenda. Le scene di Benito Leonori sono molto semplici. La grande carena di una nave è evidente metafora dell'agitarsi delle passioni oltre che implicito richiamo all'impresa degli Argonauti. Una grande vela sventagliata ad arte viene a sostituire i previsti movimenti scenici. La soluzione è essenziale e non ha mancato di sollevare discussioni e riserve. Il problema, semmai, è la regia di Juliette Deschamps che avrebbe potuto raccontare con più chiarezza la vicenda e spingere ad un disegno più complesso dei personaggi.
Il cast è valoroso. Pur in maniera differente i suoi componenti possiedono il requisito primo per far questo tipo di teatro: la ragguardevole dizione che dà respiro al recitar-cantando. Domina Roberta Mameli che veste i panni di Isifile, la vera protagonista dell'opera più ancor di Medea. Ha bella voce di soprano lirico, dal medium denso ed espressivo, assai adatto a rendere i lamenti di una sedotta abbandonata, quelle dolci e dolenti cantilene che erano un po' il marchio di fabbrica di Cavalli e che Stradella sa replicare con originale coerenza. All'occasione, però, affronta e risolve il canto di agilità nei passi agitati. Medea era Aurora Tirotta che ha sostituito l'infortunata Daniela Dessì e ha saputo dare credibilità scenico vocale al personaggio. L'Egeo di Mirko Guadagnini è cresciuto di scena in scena. Luigi De Donato ha risolto con sobrietà Besso, mentre Paolo Lopez ha prestato, secondo l'uso del Seicento, la sua voce maschile a Delfa, la scurrile nutrice. Luca Tittoto si è fatto apprezzare come Oreste sfruttando il pregevole timbro. Gaia Petrone ha brillato in virtù di una interessante voce di mezzosoprano, capace di alternare grave profondo, da contralto, a sonorità sopranili e di sfruttare l'iperbolico chiaroscuro per definire la personalità di Alinda. Completavano il cast del dramma l'Ercole di Masashi Mori, l'ottimo Demo, il servo balbuziente, di Krystian Adam e il Volano di Pavol Kuban. Nel Prologo hanno agito il Sole di Maria Luisa Casali, la Musica di Gabriella Costa, la Poesia di Giuseppina Bridelli, la Pittura di Gaia Perone e l'Architettura di Krystian Adam. Nell'Intermezzo abbiamo ascoltato il Satiro di Pavol Kuban e l'Amore di Giuseppina Bridelli. Allo spettacolo è arriso un successo caldissimo con frequenti e ripetuti applausi a scena aperta.

Daniela Dessì: Premio Belcanto Rodolfo Celletti 2011 Il Festival si è chiuso il 2 agosto con una serata speciale: l'assegnazione del Premio Belcanto Rodolfo Celletti. Istituita lo scorso anno in ricordo del grande vociologo, storico direttore artistico del Festival, l'onorificenza è stata attribuita a Daniela Dessì dal Presidente del Festival Franco Punzi, dopo la prolusione tenuta dall'Autore di questa recensione e dal Direttore Artistico, Alberto Triola.
Nella prima parte della serata, presentata da Didi Leoni, alcuni giovani cantanti dell'Accademia di Alto Perfezionamento ‘Rodolfo Celletti' hanno eseguito pezzi d'insieme dalle opere di Mozart. Abbiamo così ascoltato i soprani Dolores Carlucci e Maria Meerovich, il mezzosoprano Gaia Petrone, il tenore Mert Süngü e il baritono Pavol Kuban. Nella seconda parte, dopo il conferimento del Premio, Daniela Dessì, benché infortunata, ha tenuto un concerto che ha riscosso l'entusiasmo del pubblico, suscitando viva commozione. Daniela Dessì esordì nel 1980. Martina Franca seppe subito offrire importanti occasioni alla giovane cantante. La voce fresca e sorgiva, unita alla splendida figura, la impose immediatamente alla generale attenzione. Seguendo i preziosi consigli di Celletti che l'indirizzò verso il repertorio del belcanto, la Dessì completò la tecnica e raffinò il suo stile, affermandosi nel repertorio antico, dalla Poppea dell' Incoronazione di Poppea a Mozart. Gli anni Novanta videro maturare questa voce che si aprì al repertorio verdiano e poi progressivamente a quello più spinto di Puccini e del Verismo. È in questa fase della carriera che l'eccellente cantante diventò una grande artista. È in questa fase che la voce della Dessì acquistò tinte e colori capaci di andare al cuore delle passioni, con screziature sensuali, ma anche con aerei pianissimi in un gioco dinamico sempre più scaltrito ed efficace. Daniela Dessì insomma si trasformò in soprano assoluto: Desdemona, Leonora, Elvira si alternano a Tosca, a Butterfly, a Minnie, alla Ginevra della Cena delle beffe, interpretata in un memorabile allestimento firmato da Liliana Cavani, fino a Norma, mentre nella prossima stagione si appresta a vestire di panni di Turandot al Carlo Felice di Genova.
Non è un caso che il programma del concerto, arricchito da numerosi bis, si è disteso lungo un arco temporale che dal Rinaldo di Händel è arrivato ad Adriana Lecouvreur, passando per la Contessa delle Nozze di Figaro, Norma e Tosca. La Dessì ha dimostrato che il belcanto non è tanto uno stile dell'antico melodramma italiano, ma è soprattutto il fondamento stesso della nostra scuola di canto: la chiave d'accesso al canto espressivo.
Il maestro Ettore Papadia, che si è esibito anche in alcune affascinanti pagine solistiche, ha accompagnato con grande maestria. Il Festival non avrebbe potuto avere migliore conclusione.
Giancarlo Landini
27/8/2011
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