Teatro Regio di Torino
I Vespri Siciliani secondo Livermore
A Torino I Vespri Siciliani ebbero la prima locale il 5 gennaio 1856 con il titolo Giovanna de Guzman, dieci giorni dopo la prima italiana, a Parma, il 26 dicembre. Tornarono al Regio di Torino nel 1973. Furono scelti per l'inaugurazione del ricostruito teatro, che riaprì i battenti il 10 aprile con l'opera di Verdi affidata alla regia (discussa) di Maria Callas e di Giuseppe Di Stefano e ad un cast con Raina Kabaivanska, Gianni Raimondi, Licinio Montefusco, Bonaldo Giaiotti, sotto la direzione di Fulvio Vernizzi, accorso a risolvere i problemi causati da un'improvvisa sostituzione.
Ora i Vespri siciliani ritornano per il 150mo anniversario dell'Unità d'Italia, in un'edizione che fa delle celebrazioni materia di viva attualità e non retorico ricordo di una data obbligata.
Il motore dell'operazione è la regia di Davide Livermore, che sposta l'azione nella Palermo di oggi. La scena del I Atto rappresenta la piazza antistante il Palazzo di Giustizia, noto a tutti. A destra e a sinistra la facciata dell'edificio ospita due megaschermi sui quali viene trasmesso quanto la televisione sta filmando di quello che avviene sulla piazza. Livermore individua così due temi e li elegge a punti chiave della sua lettura: la corruzione del potere e l'invadenza del quarto potere. Gli Angioini diventano, dunque, coloro che, detenendo la supremazia, occupano le istituzioni e le piegano con ipocrita finzione al perseguimento dei loro interessi. Il quarto potere, i media, in questo caso la televisione, è al servizio della disinformazione che i potenti favoriscono a loro vantaggio. L'esempio più evidente lo offre il V Atto, là dove il Bolero di Elena, ‘Mercè, dilette amiche' e la Melodia di Arrigo, ‘La brezza aleggia intorno', sono sceneggiate come interviste di facciata ad uso della platea televisiva. È un'intuizione geniale, dal momento che recupera alla drammaturgia due passi, che invece erano una mera concessione al divismo dei virtuosi, comprensivo persino di un re sovracuto del tenore. Ora, invece, la vacuità di questi numeri della partitura è riportata ad un significato che va oltre il godimento del melomane. Non è certo questo però l'unico momento forte di uno spettacolo intelligente e coerente , che si avvale delle scene di Santi Centineo, dei costumi di Giusi Giustino, delle luci di Andrea Anfossi, dei video di Marco Fantozzi, delle coreografie (meglio sarebbe dire i movimenti, essendo soppressi i ballabili) di Luisa Baldinetti, Cristina Banchetti e dello stesso Davide Livermore. Il II Atto è formidabile ed agghiacciante. La ridente valle, descritta nel libretto, è il cratere di Capaci con le carcasse delle auto di Falcone e della scorta trucidati dalle bombe della mafia. L'orizzonte è fosco, nero come la pece. Lì Procida canta ‘O tu, Palermo, terra adorata'. Lì arrivano le fidanzate e i fidanzati siciliani, incuranti del macello. Nella più grande indifferenza, gettano allegramente sacchi della spazzatura che piovono sul disastro lasciato dell'esplosione. La festa del III Atto si svolge nell'aula del Parlamento, popolato di starlette che ridono e scherzano, mentre un popolo di nani e ballerine gavazza sugli scranni sacri alla patria. Su questo gruppo di sciagurati, nel momento in cui i congiurati scoperti intonano ‘Ah! Patria adorata', si rovesciano sul pubblico da un megascherno che chiude l'intero fondale le immagini di coloro che hanno fatto grande l'Italia, da Vittorio Emanuele II, a Don Bosco, a Sandro Pertini. Nell'ultimo Atto è in quest'aula che si consumano i Vespri. Gli scranni sono ora occupati dai siciliani che chiedono giustizia, l'emiciclo avanza verso Monforte e lo accusa, mentre sul fondo vengono proiettate le parole della Costituzione Italiana.
 Si potrebbe osservare (ed è stato fatto) che nella lettura politica scelta da Livermore la psicologia dei personaggi e i loro rapporti non sono approfonditi. Non è vero affatto. Al contrario Livermore propone una visione inedita del dramma. Procida ne esce malconcio, dimostrandosi uno spregiudicato cospiratore che, in una concezione cinica della politica, è disposto ad usare ogni mezzo pur di arrivare allo scopo. Elena finisce per dimostrare tutta la sua ambiguità nel non sapere o non potere separare l'amore dalla politica. Arrigo, invece, diventa la vittima di una macchinazione che nella sua nobile purezza finisce per non capire. Semmai si potrà osservare che le ombre che Livermore stende sui personaggi risultano in contraddizione con l'azione promossa contro il tiranno. Ma il problema è nel libretto. E forse non sarebbe un problema se la regia accettasse di leggere quest'opera nell'ottica che era del romanzo storico dell'Ottocento, dove gli autori scandagliavano il nodo inestricabile che si realizza tra privato e pubblico nel farsi della Storia. Ma nel momento in cui i Vespri siciliani diventano una tesi, come nel caso attuale, la strada è impraticabile. In queste trasposizioni andrebbe persino mutato il testo del libretto che in più di un passo è fatalmente incongruente.
 Il problema, se di problema si deve parlare, è che ad una lettura registica comunque originale (con quella del Billy Budd una delle migliori di Livermore) non corrisponde un'esecuzione musicale di pari livello. Gianandrea Noseda, direttore musicale del Teatro Regio, dirige con la puntualità e la precisione che gli conosciamo. Fa funzionare orchestra e palcoscenico con consumata abilità in un rapporto di completo affiatamento con le masse artistiche del teatro torinese. Ma la sua lettura secca, nervosa, tesa ad una narrazione scabra, quasi spigolosa, non ha il palpito di una melodia che, là dove si apre, si fa espressione di un sentimento patriottico che non a caso, nella sua comunicativa, divenne popolare. La prova maiuscola di Noseda è uno sforzo razionale di aderire a Verdi, ma senza quell'immedesimazione totale con la materia che nel nostro dopoguerra è stata di altre bacchette. Pur tuttavia Noseda conosce momenti incandescenti, non nella Sinfonia, impostata su sonorità roboanti, ma nel finale del III e nell'intero IV Atto che ci pare quello a lui più congeniale.

Nel cast domina Gregory Kunde che conferma l'alta professionalità. Nella prima parte della carriera sostenne con successo il ruolo di tenore contraltino in parti di Rossini e di Bellini. Da qualche anno, si è trasformato in baritenore. Si è cimentato con Otello, quello di Rossini, con Poliuto ed ora con l'Arrigo verdiano. Che affronta e risolve senza colpo ferire, compresi gli ostici passaggi dell'Aria del Quarto Atto. Forte della sua precedente esperienza esegue alla perfezione la Melodia del V Atto e ritrova nella voce il falsetto per superare il re sovracuto. Ma a questo Arrigo, così solido, manca lo spolvero di eroici bagliori, manca lo squillo della voce verdiana, manca insomma la proiezione dello stentoreo che deve rilucere di lampi argentei. Il suo canto è invero sordo nel colore come se l'eroe in cimiero e giustacuore si fosse messo la grisaglia per diventare un ordinato contabile. Ildar Abdrazakov è un Procida sicuro, con una voce chiara che a tratti fa persino pensare ad un baritono. Ma nella sortita gli armonici sono limitati e la melodia non si fa avvolgente, così come non ti prende altrove, quando Verdi lo fa uscire allo scoperto con frasi di patriottica ridondanza. Ci si aspettava molto dalla prova di Sondra Radvanovsky, che in Italia si era già fatta conoscere come Elena eccellente nei Vespri Siciliani, messi in scena qualche anno fa a Carlo Felice. Ora gioca in difesa, perchè non in forma. Forse le recite del Ballo in maschera a Chicago e la Tosca della Scala sono un'inopportuna preparazione ai Vespri Siciliani. Infatti dopo la generale aperta, dove è stata l'unica a non cantare in voce, e la prima del 16, la Radvanosky ha abbandonato la produzione. Il giudizio, dunque, va sospeso. Il quartetto dei protagonisti si completa con il Monforte di Franco Vassalo che abbiamo trovato spinto, vociferante, senza peraltro che questo sforzo producesse un qualche risultato vocale e drammatico degno di nota.
Completavano il cast Dario Russo, il sire di Bethune, Riccardo Ferrari, Il Conte Vaudemont, Ninetta, Giovanna Lanza, Danieli, Matthias Stier, Tebaldo, Cristiano Olivieri, Roberto, Seth Mease Carico, Manfredo, Roberto Guen.
Giancarlo Landini
27/3/2011
Le foto del servizio sono di Ramella & Glannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.
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