RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Lucrezia Agujari La bastardella

di Gaspare Nello Vetro

L'infaticabile storico della musica Gaspare Nello Vetro ripropone in un seconda edizione ampliata, riveduta e accresciuta di rare e preziose immagini d'epoca il volume Lucrezia Agujari. La bastardella. Data alle stampe da qualche mese nella “Collana di Pubblicazioni del Conservatorio di Musica Arrigo Boito di Parma”.

Il libro è interamente dedicato alla ricostruzione puntuale, precisa e particolareggiata della biografia di una delle più grandi cantanti del Settecento, cioè Lucrezia Agujari, soprannominata proprio per le sue oscure ed incerte origini “La bastardella”. Procreata da ignoti genitori o forse figlia naturale dello stesso nobile Leopoldo Agujari, la bambina fu raccolta, accolta da quest'ultimo che non solo la adottò ma la crebbe anche con tanto affetto, tenerezza e dedizione. In seguito la fanciulla manifestò tali pregevoli doti canore che venne affidata alle cure del Maestro di Cappella del Duomo di Ferrara, Brizio Petrucci e poi del canonico Padre Giordano Lambertini.

Il debutto della giovanetta avvenne presumibilmente come cantante professionista a Firenze nel 1764 o forse l'anno dopo a Ferrara, riscuotendo anche consensi e successi a Genova ed in altre città del Nord Italia. Nel 1767 la cantante: «…era approdata ai lidi parmensi nel 1767, nell'epoca del massimo splendore culturale della capitale del piccolo stato. Nel carnevale, con una compagnia di prim'ordine, cantò nell'Ipermestra e nel Tigrane.» Intanto l'artista diventa convivente del celebre musicista Giuseppe Colla, maestro di cembalo di sua Altezza Reale e poco dopo viene assunta al servizio della corte di Ferdinando I: «In seguito alli articoli stipulati nella convenzione fatta, e conclusa con la Lucrezia Agujari siamo venuti in ammettere la med.ma al nostro R. Servigio in qualità di virtuosa di Musica della nostra R. Camera, e Teatri, assegnandole una Pensione annua di Lire sei mila moneta corrente, con godimento dal giorno primo di Gennajo prossimo scorso in avanti e mentre che adempira quanto essa promette, e si obbliga nelli otto articoli della predetta convenzione: ordiniamo per tanto al Mach.se di Felino Intendente generale della nostra R. Casa, di dare gli ordini opportuni per l'adempimento. Dato nel nostro R. Palazzo di Parma li dodici Febbrajo, mille settecento, sessant'otto. Ferdinando».

Nella capitale del ducato, dove ritornava sempre dopo le rappresentazioni nei vari teatri, la Agujari svolgeva anche la mansione di cerimoniere, accogliendo le personalità musicali di passaggio e così nel marzo del 1770 ricevette la visita del Sig. Leopoldo Mozart, Maestro di Cappella al servizio del Sig. Principe Arcivescovo di Salisburgo, accompagnato dal figlio giovanetto (l'ancora quattordicenne Wolfgang). Dopo un pranzo avvenuto a casa della cantante, pare vi sia stata un'esibizione della stessa, come risulta da una lettera del 24 marzo di Leopold alla famiglia: «Ha cantato tre arie per noi. Non potevo credere che riuscisse a cantare il Do sopra acuto: soltanto le orecchie me ne hanno convinto. I passaggi annotati da Wolfgang erano nella sua aria, ed ella li cantò in realtà alquanto più piano che le note più gravi; ma così bene che pareva l'ottavino dell'organo. Insomma fece i trilli e tutto il resto così come li ha annotati Wolfgang e corrispondono nota per nota. Oltre a ciò ha pure una buona voce di contralto che scende fino al Sol…». In calce alla stessa lettera il giovane Wolfgang aggiunse una breve nota: «A Parma abbiamo conosciuto una cantante e l'abbiamo anche sentita benissimo in casa sua; è la celebre Bastardella, che ha una bella voce, un elegante gorgheggio e una incredibile acutezza».

Nel 1782 la oramai famosa artista si trovava a Genova per dei concerti quando fu colta da una infreddatura che trascurata si trasformò in una vera e propria polmonite. Rientrata a Parma inutili si rivelarono i tentativi di cura e così la donna cessò di vivere il 18 maggio del 1783, aveva 36 anni perché nata a Ferrara nel 1747, venendo sepolta nella chiesa del Carmine. Quest'ultima, in vista della celebrazione del primo centenario della morte di Verdi (1913) fu abbattuta per ricavarne un auditorium annesso al Conservatorio ma le ceneri della brava Agujari andarono disperse.

Il pregiato volume del valente studioso Gaspare Nello Vetro ricompone passo passo e con stile fluido ed elegante il profilo della cantante contestualizzandone anche la figura all'interno del suo tempo con affascinanti e accurate ricostruzioni d'ambiente. Molto elegante la veste tipografica con la quale è presentato il testo, corredato anche di una valida e circostanziata bibliografia.

Giovanni Pasqualino

6/1/2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'estetica musicale

dal Settecento al Novecento

in un volume di Carl Dahlhaus

Gli spunti geniali ed i profondi argomenti di riflessione offerti da Carl Dahlhaus sull'arte in generale e sull'opera d'arte musicale in particolare restano, ancor oggi, quanto di più suggestivo, accattivante e stimolante sia stato espresso modernamente da uno studioso dopo T. W. Adorno, Gisèlle Brelet, Suanne K. Langer e Boris De Schlozer negli ultimi cinquant'anni. Il suo pensiero rappresenta la sintesi suprema delle estetiche musicali del passato da un lato e dall'altro il trampolino di lancio per un'estetica musicale moderna e contemporanea che intenda fare i conti non solo con la storia ma anche e soprattutto con la sociologia, la psicologia, l'antropologia, lo strutturalismo e l'ermeneutica.

Nato ad Hannover il 10 giugno del 1928, Carl Dahlhaus si laureò nel 1952 a Göttingen e in seguito fu professore ordinario di Storia della musica alla Technische Universität di Berlino fino alla morte avvenuta il 13 marzo 1989, lasciando un'imponente produzione di studi, articoli, saggi, biografie, analisi di partiture ecc.

La casa editrice Astrolabio di Roma ha pubblicato da qualche mese, il volume L'estetica della Musica nell'agile traduzione di Riccardo Caleddu. Il saggio, stampato per la prima volta a Colonia nel 1967 con il titolo Musikästhetik dal valente musicologo tedesco, offre ancora oggi validi spunti sui quali l'odierna musicologia può e deve misurarsi.

Nella prima parte del suo libro lo studioso tedesco passa in rassegna le teorie di Kant, Hegel Schopenhauer, Herder, Baumgarten, Hanslick, Wagner, Bergson, sulla musica, evidenziandone limiti e contraddizioni, non tralasciando neanche le diatribe fra formalisti e referenzialisti. Affronta anche il problema della poetica della Musica a Programma con le sue implicazioni di carattere psicologico e di fruizione da parte degli ascoltatori, nonché la fondamentale questione della temporalità musicale nel prezioso capitolo Per una fenomenologia della musica.

Nella parte finale del suo lavoro Dahlhaus tende a dare il colpo di grazia a certi luoghi comuni che ancor oggi sembrano sopravvivere in certa critica: «La tenacia con cui un'opera musicale resiste alla transitorietà e sopravvive nella prassi, o come minimo rimane nella memoria, secondo un'opinione diffusa è uno dei criteri decisivi che determinano l'importanza dell'opera. Questa opinione è diventata una communis opinio di cui nessuno dubita, e dubita meno di tutti un pubblico che si sente sicuro e gratificato dalla consapevolezza di essere l'ultima istanza in materia. Più è radicata fermamente la fiducia nell'infallibilità e nella giustizia riparatrice dei posteri, tanto minore sarà la propensione a distinguere le forme di conservazione, anche se sono vistosamente diverse, e ad analizzare le ragioni per cui alcune opere vengono conservate e altre dimenticate, ragioni non sempre presenti nella cosa stessa, nella qualità della musica. Attribuire unicamente all'opera stessa, alla sua struttura e al suo valore espressivo, il fatto che sopravviva per decenni o persino per secoli, è una superstizione moderna».

Un volume stimolante nel quale insomma l'estetica musicale non è più vista come una disciplina normativa, una disciplina che espone come si deve pensare un'opera d'arte musicale ma come si è pensato nel corso dei secoli e soprattutto badare alle interconnessioni ed alle variabili introdotte dalle più moderne interpretazioni storiche: «…Se, da un lato, la coscienza storica è la memoria del processo da cui è derivato l'esistente, dall'altro, ciò che è passato coinvolge maggiormente se ci è estraneo, e non se ci assomiglia. Piuttosto che ricercare le forme originarie della modernità, è più proficuo riflettere sugli approcci e sugli sviluppi interrotti che sono stati accantonati dalla storia che conduce fino a noi. E scoprire in ciò che è dimenticato qualcosa che possa essere utile per il presente, non importa quanto indirettamente, non è la peggiore tra le motivazioni di uno storico».

Giovanni Pasqualino

15/11/2009