RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Verdi e Massenet

a Vienna

La nuova direzione della Staatsoper porta in teatro nuove figure senza scordare quelle che c'erano già prima, proprio come si deve. Nel Simon Boccanegra, con un'intelligente messinscena di Peter Stein (con più di cinquanta repliche – chi voglia capire capisca) ancora valida se non la migliore tra quelle da lui firmate, si presentava al pubblico Myung-Whun Chung, applauditissimo. Quando il maestro avrà capito meglio l'acustica della sala vedrà che non c'è bisogno di far diventare la straordinaria orchestra un muro. Ciononostante, e malgrado qualche tempo frettoloso, ha una idea precisa delle richieste della partitura di Verdi. Andrzej Dobber è arrivato all'ultimo momento in sostituzione di un Leo Nucci malato e il suo Doge era buono, anche se meno che in altre occasioni e come sempre con un'eccessiva riservatezza nell'espressione. Nei panni di Fiesco Roberto Scandiuzzi giganteggiava per l'interpretazione e il fraseggio (qua e là c'erano segni di fatica, ma la classe e l'eleganza gli hanno concesso di uscire a testa alta). Su quest'aspetto l'unica vera ‘rivale' (si fa per dire) era Fiorenza Cedolins, con in più delle mezze voci sognanti, e un approccio distinto, veementemente sorretto da una voce omogenea e di emissione facile. Francesco Meli ha un timbro meraviglioso, ma l'acuto tende a diventare corto e fisso, e come interprete è semplicemente un tenore che canta bene e non Adorno. Con una voce meno personale e bella, e un canto solo discreto e alquanto sopra le righe, va detto lo stesso del Paolo di Marco Caria. Corretti i comprimari. In entrambe le serate il coro, preparato da Thomas Lang, e come già detto, l'orchestra, erano in ottima forma.

Per Manon la direzione musicale veniva affidata a Jesús López Cobos che ripeteva (in meglio) la sua brava concertazione del titolo di Massenet l'ultima volta che lo si vide a Parigi. Non ha avuto però la stessa fortuna con la compagnia di canto. A parte il Des Grieux di Roberto Alagna, poco c'era di memorabile sul palcoscenico. E va subito detto che il tenore, ideale fino a poco tempo fa per questo repertorio, sembra aver perduto in modo definitivo la possibilità di filare i suoni. Da questo punto di vista aveva il ‘vantaggio'(?) di essere in sintonia totale con la quasi intollerabile regìa di Andrei Serban, che ci portava nell'atmosfera dei cabaret e dei film ‘noir' francesi (se vogliamo essere generosi), in un'altra delle sue sciagurate ‘imprese' nel rivisitare titoli lirici famosi.

Norah Ansellem è sempre valida professionista, ma la sua voce oggi non passa un buon momento, e la perdita di smalto è più che evidente man mano che si ascende nel registro. Come interprete era soprattutto volenterosa; molto più, comunque di quanto non offrissero Dan Paul Dimitrescu (un Conde piuttosto stonato) o Clemens Unterreiner (un Bretigny brutale come il suo francese). Molto applaudito il Lescaut di Tae Joong Yang, baritono giovane e dinamico (un altro personaggio diventato assurdo in questa regìa dove testo e azione andavano su vie diverse), esibiva un buon canto ma assolutamente anonimo. Gli altri se la cavavano discretamente. L'unica pausa – che senso drammatico – arrivava alla fine del primo quadro dell'atto terzo (con due battute di musica dopo il ‘À Saint Sulpice!' di Manon e senza che ci fosse un minimo di balletto che ovviamente disturbava la ‘prospettiva' del regista)

Jorge Binaghi

4/6/2011

Per le foto del servizio © Wiener Staatsoper / Michael Pöhn