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Sfar non puoi la cosa fatta
Proprio come dice la Lady nella sua grande scena finale. Se la sarà ricordata (se mai avrà letto il libretto di Piave) la signora Nemirova alla fine della prima di questa nuova produzione; ancora alla terza replica i fischi, le proteste e le risate anche a sipario aperto e durante la recita erano tali da avere quasi indubbiamente il primato nella mia travagliata e ormai lunga esperienza operistica. Vediamo alcune cose che le foto non consentono di ‘vedere'. Le streghe sono davvero un problema per il Macbeth (di Verdi o di Shakespeare che sia), ma qui l'incoerenza era la più totale: ognuna vestita a modo suo (epoca, modo), non si è mai saputo cosa facessero nè volessero dire (premesso che volessero dire qualcosa). Il balletto dell'atto terzo n'era l'esempio estremo e più straziante, altro che Ecate (e poi, Verdi l'aggiungeva per le recite parigine del 1865. Un conto è mantenere ‘La luce langue' al posto di ‘Trionfai!', ben altro insistere su un bel balletto che però spezza l'azione drammatica). L'ultimo atto, assolutamente tradizionale (naturalmente il coro ben dritto e fermo senza muoversi, come capita sempre di più in queste moderne o postmoderne regíe che non sanno cosa farsene e allora mettono qualche ballerino – tanto i soldi si sprecano lo stesso – che si muova al posto dei cantanti). Il secondo, invece, comico (‘ad litteram': i sicari che uccidono Banquo sono dei pagliacci da circo). Il primo, assolutamente igienico: dopo il primo quadro, la Lady legge la lettera fatidica in una bella vasca con tanto di schiuma (ad ogni momento si aspettava sentire una voce che facesse la pubblicità del sapone delle star del cinema). L'igiene viene un po' meno quando il re, nudo, prende il suo posto (un vecchio decrepito che poi va a letto con le guardie – ecco quanto succede durante la marcia). Poi però la coppia iniqua fa la doccia dopo l'uccisione (non nudi: la Lady in vestaglia, Macbeth solo con i pantaloni). La gestualità del coro in molti momenti sembra prendere in giro la musica di Verdi (potrà piacere più o meno, ma è sempre funzionale all'azione ed incisiva) .
Il maestro Gatti se ne andava (per malattia) poco prima della prima… L'onere ricadeva sul giovane spagnolo Garcia-Calvo, scritturato dalla Volksoper e che ha studiato a Vienna. Tutto sommato, e tenuto conto della tensione in sala e che si trattava di una prima assoluta per lui, se l'è cavata bene, ma dovrà approfondire nel cantabile che banalizza (ha diretto molti balletti e si nota) e stare più attento all'equilibrio con il palcoscenico (l'orchestra suonava benissimo e anche il coro si mostrava in ottima forma).

Se veniamo ai cantanti, la voce di Stefan Kockan (Banquo) sarà cavernosa ma non molto intonata nè molto abile quando si tratta di fraseggiare. Dimitri Pittas è un bravo tenore (ha già salvato qualche situazione difficile al Met), ma si tratta di un cantante troppo leggero per il Macduff, anche se per il livello della recita sembrerebbe una riserva eccessiva (ma Németi, di voce meno ‘bella' ma più potente, lo sorpassava chiaramente nelle poche frasi di Malcolm e soprattutto quando cantavano insieme ‘La patria tradita'). Non saprei dire com'è il canto della Ellen, perchè praticamente non l'ho sentita; invece molto bravo il medico di Sramek. Ma il Macbeth è opera fondamentalmente per due assi, soprano e baritono, nei ruoli dei regali assassini. La parte della Lady è ancora più ‘spettacolare' di quella del suo sposo (ma non ha un monologo come ‘Mi s'affaccia un pugnal' o delle frasi come nella scena delle apparizione). Erika Sunnegardh è una bella donna, fa il bagno benissimo e si muove come prescritto dalla regista; i problemi si presentano quando canta (ed ognuno sa che la famosa frase di Verdi era piuttosto una ‘boutade': la Barbieri Nini avrà avuto voce più o meno bella ma il suo repertorio, e la stessa scrittura di questo ruolo, richiedavano una grande cantante). La si ascolta in zona acuta e subito si vorrebbe non averla ascoltata; ma quando non si ascolta (negli altri registri a scapito di sterili tentativi) la situazione diventa insopportabile. Il soprano cantava per la prima volta il ruolo e dovrà tornare per la seconda serie di repliche nel mese di maggio per poi riprendere la parte a Monaco e Glyndebourne. Visto che sfida con disprezzo il pubblico che l'accoglie male dall'inizio alla fine (è vero che il silenzio assoluto sarebbe un giudizio più equilibrato e definitivo), qualcuno (magari un direttore di teatro responsabile – ce ne sono in giro? – o chissà un maestro concertatore e direttore con autorità artistica) dovrebbe consigliarla bene, nel suo interesse ma soprattutto in quello di Verdi.
L'interesse di Verdi, appunto. Pure il protagonista era al suo primo appuntamento e davvero non mancava il colpo. E' stato il solo motivo perchè il sottoscritto non cedesse alla forte tentazione di andarsene alla fine del secondo atto (prima parte). Come ha lavorato Simon Keenlyside, con quale senso superiore della funzione dell'artista, che è quella di servire al meglio le intenzioni dell'autore ! Che peccato che la seconda nuova produzione che Vienna gli propone sia di questo tipo. Il baritono inglese è giustamente ammirato dal pubblico austriaco, che lo premiava con le uniche dimostrazione di entusiasmo della serata, anche a ragione. Esempio di articolazione, di fraseggio, di sfumature, di una voce che in partenza non è ‘verdiana' (cos'è una voce verdiana?), si avvertiva subito la presenza di uno che non è ‘solo' un grande baritono (non saprei se scegliere come prova – tralascio i momenti in cui cantava con altri in questo caso particolare – il monologo, la scena delle apparizioni, il grande recitativo e quell'aria memorabile dell'ultimo atto… Forse sarebbe meglio dire che bel regalo è stato – anche se ‘filologicamente' scorretto – finire l'opera con la sua scena ‘Mal per me', meravigliosa come musica e teatro, e memorabile come interpretazione). Quando uno salva uno spettacolo condannato dall'inizio a essere dimenticato quanto prima, si può dire davvero ‘Ecco un artista!'.
Jorge Binaghi
9/1/2010
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