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Le gioie della famiglia

La contessina Mizzi

di Arthur Schnitzler

Scritta ai primi del ‘900, La contessina Mizzi riprende in chiave ironica quelli che sono i temi fondamentali sia del teatro che della narrativa di Arthur Schnitzler: la demistificazione degli ideali borghesi e nobiliari, lo scavo psicologico dei personaggi, mediato anche e soprattutto dalla psicoanalisi freudiana alla quale lo scrittore austriaco, laureato in medicina, si andava avvicinando proprio in quegli anni, e soprattutto la fine analisi dei sentimenti umani, indagati non tanto nelle loro manifestazioni, ma in quel sommerso che il formalismo sociale tende quasi sempre non solo a celare, ma addirittura ad annientare, evidentemente timoroso dei guasti di facciata che l'estrinsecazione autentica di una passione potrebbe creare nel ben lucidato mondo borghese.

La protagonista eponima, una nobile signorina ormai stagionata, vive una tranquilla esistenza nella villa del padre, un conte rimasto vedovo abbastanza presto, occupandosi in apparenza con quelle leziose attività concesse alle ragazze di buona famiglia: dipinge quadri a soggetto floreale, fa musica, conversa amabilmente, lasciando placidamente che gli ultimi scampoli della sua giovinezza si consumino in un ozio dorato e nell'apatia di comode giornate sempre uguali.

Sembra un stupida ochetta, ma non lo è: ed il tranquillo giorno in famiglia, al quale allude il sottotitolo, svelerà in poche ore, e sino in fondo, quale sia il coacervo di sentimenti che la donna ha deciso di chiudere in sé, con estrema coerenza ma anche con assoluta determinazione. Lungi dall'essere una verginella ingenua, Mizzi ha avuto e continua ad avere relazioni con uomini, tra cui un amico del padre, dal quale ha avuto un figlio che proprio quel giorno le verrà presentato, e col maestro di musica, che liquiderà alla fine con una bella mazzetta di soldi, il tutto sotto gli occhi ignari e assolutamente ciechi del padre, tutto preoccupato di nascondere la sua relazione con una donnina di spettacolo per non turbare la verecondia della figlia, e che non si è mai minimamente preoccupato di andare oltre la bella facciata che Mizzi quotidianamente gli ammanisce.

Mizzi, insomma, né più né meno che come tanti personaggi pirandelliani, si è fatta rubare la vita dalla borghesia, dal moralismo farisaico di questa, ma ne è perfettamente cosciente, e ciò le conferisce una patina amara e disincantata che rende quasi burattini i personaggi che la circondano. Li domina dall'alto del suo cinismo, frutto di un pessimismo che non le permette di sperare più nulla dal suo mondo. Sa che quel che è stato non potrà più rinascere, come le foglie secche che ingombrano il palcoscenico, e con le quali si ricopre come in un sudario alla fine della pièce, e che i frutti del suo mondo, come le mele sparse qua e là insieme alle foglie, sono buone solo per giocherellarci a golf.

Non rimane più nulla, perché è tardi per tutto: ed è questo senso di inanità che la regià di Walter Pagliaro, insieme alle scene e ai costumi di Luigi Perego, è riuscito a veicolare con estrema chiarezza, in profonda sinergia con la recitazione di Roberto Bisacco, il conte Arpad, e di Claudio Puglisi, il principe Egon, amico di famiglia ed ex amante di Mizzi. Tutti i personaggi maschili, evidentemente in ossequio al loro ruolo di burattini mossi dal formalismo, hanno infatti offerto una recitazione distaccata, quasi di tipo prebrechtiano, con una gestualità volutamente rigida e conformista e senza notevoli passaggi di registro vocale, in certo senso alludente ad una tipizzazione stereotipa dei personaggi che in Philipp, figlio di Mizzi, interpretato da Giampiero Mannoni, raggiungeva qua e là toni volutamente caricaturali ed autoironici.

Ben altra la caratterizzazione offerta da Micaela Esdra, che ha impersonato Mizzi con grande realismo e compostezza, evidenziandone con estrema maestria il carattere camaleontico e demiurgico, ma anche l'amarezza di fondo, volta a volta rassegnata alla finzione o tesa a rievocare un tempo in cui poteva ancora illudersi di manifestare i propri sentimenti. Di estrema intensità è stato il duetto tra la Esdra e Martina Carpi, nel ruolo di Lolo, l'amante del padre, dove in pochi momenti le due attrici sono riuscite a rendere l'assurdo estremo delle convenzioni borghesi, capaci di ridurre a pupazzi tutti colori che vi si sottomettono: pupazzi semoventi, dai sentimenti ridotti a segatura, in nome di un nulla che si chiama rispettabilità sociale.

Giuliana Cutore

23/2/2010