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Barocco? No grazie! 
Davanti all'ingresso, accanto all'orrido carretto siciliano – che fa tanto Cavalleria rusticana e miseria d'altri tempi – o direttamente sulla piazza, crocchi di intenditori, estimatori entusiasti e puristi delusi discutono animatamente del concerto appena concluso. Ferve il dibattito, animato, con toni anche accesi, dopo l'esibizione dell'artista più attesa dell'intero cartellone sinfonico del Teatro Massimo Bellini di Catania: Viktoria Mullova. Teatro semi-buio – e, finalmente, semi-pieno – con tanto di fari puntati su di lei, la cinquantunenne violinista russa ha infatti infiammato l'uditorio con l'esecuzione della metà esatta delle celeberrime Sonate e Partite per violino solo di Johann Sebastian Bach, e più precisamente la Prima Sonata in sol minore, BWV 1001, la Terza Partita in mi maggiore, BWV 1006, e, in conclusione, la Seconda Partita in re minore, BWV 1004: programma di grande rigore, centrato su alcune pagine capitali del repertorio barocco per violino. Ed è bastato ascoltare la Prima Sonata per rendersi conto dell'approccio per lo meno singolare della Mullova, che suona un prezioso Stradivari ‘Jules Falk' del 1723.
Le ragioni del contendere sono presto spiegate. Fraseggio mobilissimo, inquieto, frastagliato, perfino sfuggente, una paletta dinamica che sarebbe riduttivo definire vivace, tanto è lo scarto che imprime ai temi – su tutti i soggetti della Fuga – e, infine, una tecnica scopertamente virtuosistica, con un gioco dell'arco spesso sul ponticello: tutto concorre ad allontanare l'esecuzione della Mullova da un approccio filologico, ma anche, allo stesso tempo, dal caldo pathos romantico che molti interpreti cavano da queste pagine. Più oltre, ad esempio nella Gavotte en Rondeau della Terza Partita, le intenzioni si fanno più scoperte. Il tema della danza, infatti, deve essere ripetuto – la gavotta essendo in forma di rondò, per l'appunto – ma ogni volta leggermente diverso, grazie al procedimento della variazione. E qui la Mullova non fa ricorso ad interventi sull'ornamentazione, come sarebbe stato lecito attendersi secondo la prassi esecutiva barocca, ma a scarti dinamici vibranti, intensissimi, ad un'arte della sprezzatura dirompente, vitalissima e drammaticamente contrastata: novecentesca, in una parola.
Lontane da Bach, queste interpretazioni perfettamente si inseriscono all'interno di una carriera che, partita dai capolavori del repertorio romantico e tardo-romantico ( la Mullova si è imposta all'attenzione internazionale eseguendo i Concerti di Brahms, quindi di Paganini, Mendelssohn, Cajkovskij, Sibelius e Vieuxtemps), ha raggiunto traguardi di notevolissimo rilievo affrontando il Novecento storico di Stravinskij e Prokof'ev, Ravel e Poulenc, Bartók e Šostakovic. Ma l'artista russa ha poi deciso di volgere l'attenzione verso altri lidi: con il marito, il pianista jazz Julian Joseph, ha infatti firmato un album, Through the Looking Glass, in cui interpreta standards di Duke Ellington e Miles Davis, fino ai Beatles, Youssou N'Dour e Alanis Morissette. Può, tutto questo, conciliarsi con l'esecuzione di Bach? Sicuramente sì. Per la semplice ragione che, al di là delle questioni filologiche, il razionalismo rigorosamente geometrico del Kantor di Eisenach può tranquillamente prescindere da questioni di prassi esecutiva, punto di partenza di tutte le sperimentazioni e di tutte le costruzioni dei secoli a venire. Non è la prima, la Mullova , a rileggere Bach attraverso la lente della contemporaneità: gli esempi sarebbero molti e in molti casi musicalmente assai convincenti. È, in qualche modo, un ritorno alle origini capace di schiudere prospettive inedite, perché tutto in Bach ha principio e compimento. E, per meglio dimostrarlo, è bastata la monumentale Ciaccona con cui si chiude la Seconda Partita: sintesi di un inarrivabile virtuosismo, banco di prova di una tecnica asciutta e smagliante - irresistibilmente prossima all'inebriante slancio melodico di tanto minimalismo a noi più vicino. Forse per questo il “London Guardian” ha sostenuto che «ascoltare la Mullova suonare Bach è una delle più grandi esperienze che si possano fare»: un'esperienza imperdibile.
Giuseppe Montemagno
26/2/2011
La foto del servizio è di Giacomo Orlando per il teatro Massimo Bellini di Catania.
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