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Le ragioni della musica
Una nuova produzione di Un ballo in maschera e la ripresa di un'altra di cui si è molto parlato, La Juive, presso la (per ora) interessantissima Opera di Zurigo sono state di valore... grazie all'aspetto musicale. David Pountney è un regista di grido, dirige anche un Festival molto noto e dall'anno prossimo anche la Welsh Operator de escena, ma se dobbiamo giudicare da questi due lavori, e in particolare per il più recente Ballo, non c'è molto da lodare. L'incoerenza era assoluta (e si mettano dentro anche scene, costumi e luci) e faceva trasparire una totale incomprensione della musica di Verdi – anche se in un'intervista rilasciata al Teatro il direttore dichiara il contrario – che in molti momenti (prendiamo i concertati dell'atto primo solo come un esempio) sembrava piuttosto una presa in giro. Un'Ulrica omnipresente non è novità (ma sì che si tratti di una specie di balia, un po'matta e alcoolizzata, di un re un po'stupidino che ha la smania del teatro); la grande mano che all'inizio delle due parti manovra un burattino è certo una metáfora… avete capito? E naturalmente ‘Gustavo' (guai a tornare alle modifiche che Verdi aveva accettato, non certo di buon grado ma che si sappia non ha mai richiesto che Renato diventasse Anckarstroem – per la buona ragione che non si potrebbe cantare, e quindi adesso abbiamo un Renato Anckstroem e un'Ulrica cognome Arvidson bianchissima… un'operazione culturale fondamentale, come si capisce) canta la sua morte in piena salute e in piedi mentre un burattino prende di colpo il suo posto.
 Il titolo di Halévy, spostato alla Francia di Dreyfuss (però si parla sempre del laco, dell'Imperatore, i cardinali hanno un potere curioso per quel momento e quel paese, ma ‘scusi, son debolezze' che direbbe Figaro) e trasformando il balletto della grande sfilata in una curiosa classe di ballo guidata da due nuove personaggi – muti per fortuna – tra Degas e il can can, risulta comunque più consistente.
Nello Santi firmava una magnifica direzione musicale (ammirevole il lavoro di orchestra e coro del Teatro, dove si ritrovava quanto non c'era sul palcoscenico (e si dimenticavano scemenze varie). Aveva dalla sua, e per fortuna, due protagonista di eccezione in Piotr Beczala (voce ideale per Riccardo, dico Gustavo) e Fiorenza Cedolins (Amelia e solo Amelia, che debuttava la parte alla grande): ottenevano un meritato trionfo personale (e anche comune dopo il grande duetto). Meno interessanti, ma senz'altro grandi professionisti, il Renato di Vladimir Stoyanov e il paggio di Sen Guo (soprano leggero molto amato dal pubblico). Yvonne Naef è indubbiamente una cantante intelligente con dei mezzi forse più adatti a Madame Arvidson che alla più nota Ulrica. Il livello dei comprimari era discreto, ma in certi casi l'italiano era decisamente povero.
Molto meglio il francese ascoltato ne La Juive, per quanto mi riguarda il migliore tra i molti lavori che ho sentito dal vivo a Carlo Rizzi. Come cantanti, il migliore (perfetto) in campo era John Osborn in quel terribile (in tanti sensi) ruolo di Léopold. A Neil Shicoff va riconosciuto (e ringraziamo) che, non fosse lui, quest'opera non potrebbe darsi e anche che, a modo suo, regge fino alla fine (anche al prezzo di sopprimere la cabaletta dell'atto quarto e di un'emissione a momenti francamente ‘problematica'). Pure Alfred Muff è un cardinale de Brogni alquanto veterano, ma il registro grave è ancora prezioso e il volume enorme. Eudoxie era nelle competenti corde vocali dell'avvenente Malin Hartelius, oggi forse più vicina a un soprano lirico che a uno leggero, ma capace ancora di agilità e acuti estremi. Sandra Janusaite dimostrava nei panni di Rachel di avere un materiale di prim'ordine, ma purtroppo solo due degli acuti non sono stati gridati. Massimo Cavalletti è un giovane baritono dall'ottima voce, ma il suo canto e la sua interpretazione avevano più di compar Alfio che di un personaggio – anche se cattivissimo – di ‘grand opéra' francese.
Jorge Binaghi
2/5/2011
Per le foto del servizio: Copyright Suzanne Schwiertz.
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