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Grisù, Giuseppe e Maria

di Gianni Clementi al Teatro Brancati di Catania

Da sinistra: Sandra Caruso, Nicola Pistoia e Paolo Triestino.

Raramente capita di assistere ad un lavoro teatrale dove una genuina comicità riesce ad accompagnarsi ad una sottile ma tagliente critica sociale, pur senza mai scadere nella triviale grossolanità che affligge buona parte del repertorio comico dialettale.

Eppure Grisù, Giuseppe e Maria, commedia in due atti di Gianni Clementi, andata in scena al teatro Brancati di Catania lo scorso 12 gennaio, è riuscita a compiere questo piccolo miracolo teatrale, grazie anche alla sicura professionalità dei due protagonisti, Paolo Triestino e Nicola Pistoia, che senza mai indulgere ai cascami dell'avanspettacolo, hanno recitato con notevole maestria, sorretta da una mimica egregia e da una irresistibile vis comica.

Uno spaccato di vita paesana meridionale, all'ombra funesta di una emigrazione proletaria concretizzantesi nella tragedia di Marcinelle, miniera belga dove, non si sa bene se per esalazioni di grisù o per un incendio persero la vita, la mattina dell'8 agosto 1956, 136 minatori italiani e 95 minatori belgi.

Spazio scenico, simbolo del Meridione italiano, povero ma furbo, già esperto nell'arte di tirare a campare alla meno peggio, con l'aiuto talvolta di una chiesa che strizza spesso e volentieri l'occhio alla reservatio mentis di gesuitica memoria, è la sagrestia di don Ciro, interpretato da Paolo Triestino, parroco a Pozzuoli con manie puriste, che non sa se arrabbiarsi più per le sgrammaticature del suo gregge o per la lussuria spicciola che anima i devoti, magra consolazione alla miseria (come scriveva Zola in Germinale), e che si risolve in carrettate di figli dall'incerto DNA.

Così, tra un sagrestano imbranato e impiccione, impersonato dal bravissimo Nicola Pistoia (vittima sul finire dello spettacolo di un capitombolo dal palcoscenico, risoltosi in un'improvvisazione comica degna della Commedia dell'Arte), e due sorelle dai robusti appetiti sessuali, Rosa e Filomena (Franca Abategiovanni e Franca Caruso), spalleggiate dal farmacista del paese (Diego Gueci), Don Ciro dipana i suoi guai parrocchiali tra espedienti, rimbrotti e lacrime delle donne, sino al momento in cui l'ombra del titolo si concreta nella morte di due operai del paese a Marcinelle, uno dei quali è il marito di Rosa (come sempre, dopo un periodo di ferie del consorte, incinta), cognato di Filomena, e forse, data l'attiva partecipazione anche del farmacista e di almeno un altro occasionale partner, padre del bambino che la vivace fanciulla porta in grembo.

Ed è a questo punto che l'arte di arrangiarsi emerge anche sul fronte pretesco, con una vena ironica che certo occhieggia ad un anticlericalismo che, pur scevro dal furibondo veleno di un Annibale Ruccello, non è certo meno corrosivo nelle sue implicite conseguenze…

Gianni Clementi ha dato vita ad una commedia che, nella sua fresca leggerezza, ripropone comunque con bonomia i vizi e le peculiarità di un'Italietta nella quale forse ancor oggi, tra euro, cellulari e computer, non possiamo non riconoscerci; la regia di Nicola Pistoia ha evidenziato questa serena e scanzonata provincialità, valendosi delle belle scene di Francesco Montanaro e dei realistici costumi di Isabella Rizza.

Uno spettacolo che il numeroso pubblico ha mostrato di gradire moltissimo, tributando più volte numerosi applausi a scena aperta ai due ottimi protagonisti e a tutta la compagnia.

Giuliana Cutore

16/1/2012