RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il potere della musica e la musica del potere: i Berliner Philarmoniker sotto il Nazismo

I Berliner Philarmoniker sono senza ombra di dubbio una delle orchestre più famose al mondo: guidati dai più grandi direttori d'orchestra, che hanno sempre ritenuto un onore dirigerne le impeccabili esecuzioni, rappresentano ancor oggi il fiore all'occhiello della Germania musicale.

Pochi però conoscono gli ambigui retroscena che, a partire dagli anni '30, durante una crisi economica devastante, permisero a tale orchestra di sopravvivere e di guadare le melmose e putride acque del nazismo, sulla barca di un nocchiero che, più di Caronte, evoca immagini di sangue, di morte e di crimini: Joseph Goebbels, onnipotente ministro dell'educazione del popolo e della propaganda, pupillo di uno dei più sanguinari e folli dittatori che la storia ricordi, ovvero Adolf Hitler.

Amante delle arti, e dunque modernamente ben conscio del potere ammaliatore della musica, e in particolare di quella tedesca, Goebbels, tramite una serie di marchingegni burocratici che renderebbero gialli d'invidia molti nostri sconclusionati e insipienti ministri, rilevò i Berliner Philarmoniker sull'orlo del fallimento, li inserì a pieno titolo nei meccanismi propagandistici del Reich, rendendoli gli alfieri della superiorità ariana in Germania e all'estero.

L'operazione richiedeva naturalmente, oltre ad un corposo fiume di denaro, alcuni ritocchi dell'organico dell'orchestra, che annoverava parecchi ebrei, e di conseguenza un certo disimpegno dei musicisti, che in teoria, paghi di poter continuare a far musica e soldi, non avrebbero avuto di che lamentarsi.

Va detto, a onor del vero, che le proteste ci furono, ma non tanto in nome dei diritti umani, ma di quelli della musica: Furtwängler, direttore dei Berliner, si dimise per qualche tempo, ma non in segno di sdegno per la politica razziale del Reich, ma semplicemente perché si tentava di impedirgli di suonare musica di compositori ebrei, e più generale la musica che lui voleva, e di utilizzare ottimi musicisti, che avevano l'unico difetto di essere ebrei. Non dunque una difesa degli ebrei, ma una difesa di musicisti e di persone comunque utili all'arte, come la sua segretaria, ebrea anch'essa: una posizione dunque, e va detto senza infingimenti, che nulla aveva a che vedere con la salvaguardia dei diritti dell'umanità, ma solo di quella artisticamente utile.

Questa ambiguità di fondo, sapida di art pour l'art e di estetismo decadente, venne abilmente sfruttata da Goebbels, che riconquistò Furtwängler (troppo redditizio come direttore per non essere accontentato in linea di massima, anche a prezzo di qualche rischio per il purissimo sangue ariano!), e zittì i Philarmoniker con generose prebende, privilegi ed immunitates varie.

Su questa pagina poco esplorata della Germania nazista si sofferma con estrema accuratezza storica il volume L'orchestra del Reich. I Berliner Philarmoniker e il Nazionalsocialismo di Misha Aster, edito dalla Zecchini Editore, un saggio dove la musica, pur rivestendo un ruolo essenziale, viene però giustamente e doverosamente sacrificata alle esigenze di una ricostruzione puntuale di quella che fu la storia dell'orchestra e dei suoi rapporti di franca connivenza col regime. Una connivenza che costò parecchio dopo la fine del Nazismo, ad opera degli alleati che vollero veder chiaro sull'ideologia e sulle azioni di molti suoi componenti, e che ancor oggi induce a riflettere dolorosamente sulla figura di Herbert von Karajan, iscritto al partito nazista, che la guidò nel dopoguerra, dopo un breve interregno di Celibidache.

Fedelissimo agli avvenimenti nella certosina pazienza di ricerca e consultazione di documenti coevi, tuttora racchiusi nell'archivio dei Philarmoniker, Misha Aster indaga con acribia ma senza faziosità a buon mercato le tortuose vicende dell'orchestra e dei suoi musicisti, evidenziando non solo il difetto più nefasto della cultura tedesca, troppo spesso portata a considerare l'arte come disincarnata e slegata dal contesto umano e sociale, ma anche quella che potrebbe essere definita la perversa genialità di Goebbels, che di fatto utilizzò i Berliner per gettare fumo negli occhi al mondo intero, alimentando un malinteso di fondo, che per troppo tempo impedì al mondo di sentire il puzzo di carne bruciata: una nazione che possiede simili musicisti non può non essere una nazione estremamente civile, rispettosa dei diritti umani ed eminentemente filantropa.

Giuliana Cutore

23/10/2011