RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Il museo dell'amore

Sesto melodramma del catalogo belliniano, andato in scena per la prima volta al teatro La Fenice di Venezia l'11 marzo 1830, I Capuleti e i Montecchi rappresenta la maturazione piena della creatività del compositore siciliano, prima dell'acme artistica che verrà in seguito raggiunta con i capolavori come Sonnambula, Norma e I Puritani. Essa chiude e corona la prima fase creativa della sua produzione ma nello stesso tempo anticipa i folgoranti successivi vertici artistici che ne assicureranno imperitura grandezza presso i posteri. Come ebbe ad notare in modo intelligente il musicologo statunitense Philip Gossett, “Ne I Capuleti e i Montecchi Bellini, raggiunge un notevole equilibrio fra lo stile declamatorio sperimentato nella Straniera e quello stile della melodia ornata, penetrante, delicato e flessibile, che avrebbe poi fatto suo.” Bisogna notare che la realizzazione dell'opera era stata fin dalle sue origini tormentata e travagliata in quanto Bellini aveva adattato ad essa parecchi brani della precedente sfortunata Zaira, mentre il librettista Romani aveva di fatto anch'egli ristrutturato il libretto Romeo e Giulietta scritto per il Vaccai nel 1825, modificando, ritoccando e tagliando versi in favore di una maggiore agilità e snellezza per rendere più concentrata, densa ed efficace la resa drammaturgica. A ciò va aggiunto come la partitura sia stata fra quelle del compositore catanese fra le più manipolate e manomesse da cantanti e direttori d'orchestra di ogni epoca storica. La prima seria alterazione venne posta in atto da Maria Malibran, all'epoca interprete del personaggio di Romeo, che nel 1832 pensò bene di sostituire il finale dell'opera di Bellini con la scena finale della precedente opera di Nicola Vaccai Romeo e Giulietta, più adatta alla sua voce e al suo temperamento. Altro abuso riguardò la parte di Romeo che, scritta originariamente da Bellini per la voce di mezzo-soprano e da rappresentarsi en travesti, venne, ad opera di inopportune iniziative di direttori d'orchestra, sostituita spesso con quella di tenore, stravolgendo così l'equilibrio fonico fra le voci voluto dal compositore.

L'edizione prodotta e presentata dal Teatro Massimo di Palermo, nel rispetto della partitura originale concepita da Bellini, ha inaugurato la stagione di opere e balletti 2023/2024. Il regista e coreografo Idan Cohen ha voluto collocare la storia dei due innamorati in un museo tassidermico, disegnato con estro e fantasiosa creatività dallo scenografo Riccardo Massironi, che non ha certamente disturbato l'ascolto della musica. Cohen ha voluto quasi fissare la storia d' amore e morte degli amanti veronesi in uno spazio dove il tempo viene sospeso e cristallizzato, per diventare quasi emblema universale della condizione umana dove istanze emotive e affettive confliggono sempre e comunque con le istanze formali e sociali. Semplici i costumi di Edoardo Russo (camici bianchi e tute nere) che tendevano a sottolineare l'aspetto emotivo del dramma e venivano abilmente di volta in volta messi in risalto e sfumati dalle luci di Bambi. I movimenti coreografici del balletto (preparato e addestrato con sicura professionalità da Jean-Sébastien Colau) si annodavano in modo del tutto sincronico ai ritmi espressi dalla musica, riuscendo a creare una compiuta sinergia sinestetica.

Il soprano Marina Monzò ha eviscerato in pieno il personaggio di Giulietta, riuscendo ad esplicarne i tratti di dolce tenerezza e accorata mestizia sia da un punto di vista scenico che vocale. L'interpretazione delle arie Oh quante volte, oh quante del primo atto e Morte nol temo il sai.. del secondo hanno rimarcato morbidezza e flessibilità unite alla limpida chiarezza e trasparente lucentezza della sua voce. Il mezzosoprano Maria Kataeva ha esibito una magnifica timbratura e brunitura distinguendosi nella dolcissima aria del secondo atto Deh! tu bell'anima, interpretata con grande trasporto emotivo. La brava cantante, a nostro avviso, dovrebbe prestare un'attenzione particolare alla zona medio-bassa del suo organo fonatorio che talvolta tende a perdere densità e vigore. Il tenore Ioan Hotea (Tebaldo) ha sfoggiato un brillante squillo tenorile, ben tornito e con gli acuti coperti, oltre a una dizione chiara e pulita. Corretti e adeguati ai loro ruoli vocali i bassi Marco Spotti (Capellio) e Gabriele Sagona (Lorenzo). Da segnalare il concertato finale del primo atto nel quale cantanti e coro sono riusciti a coordinarsi in modo davvero ammirevole. Merito quest'ultimo anche del bravissimo Omer Meir Wellber cha ha condotto l'orchestra e il coro del teatro panormita in modo eccellente, riuscendo a cogliere tutte le peculiarità foniche, espressive e agogiche della splendida partitura belliniana. Vanno evidenziate anche le ottime prestazioni del corno francese nella cavatina di Giulietta e del violoncello all'inizio del secondo atto. Attenta e precisa la prestazione del coro, preparato dal maestro Salvatore Punturo.

Giovanni Pasqualino

28/11/2023

La foto del servizio è di Rosellina Garbo.