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EDITORIALE

21/5/2016


Solo matrimoni come questi sono vantaggiosi?

C'è la Magna Grecia che piange ed irride alla morte, nell'Alcesti di Euripide che Cesare Lievi ha pensato e consegnato all'Inda, al Teatro greco di Siracusa fino al 19 giugno.

La “grande” Grecia del Mezzogiorno d'Italia, sissignore.

Da un canto, colorate e colorite bande funebri, con celebrante e croce in bella vista, e canti e vanniate in odore di canzoniere popolare, e note “tarantolate” su un tessuto musicale (Marcello Panni) istoriato di puntate orchestrali. Dall'altro, il terreo, scaramantico (s)parlare di morte, il dolore scandito da donne (i giovani dell'Accademia d'arte “Giusto Monaco” e un efficace Coro di uomini, diretto da Salvatore Sampieri) che, a metà tra prefiche e mujeres de luto, si percuotono petto e capo in una gestualità di un passato che non passa.

E sulla scena pietrosa (Luigi Perego) sono mille papaveri rossi: qui comincia la guerra di Alcesti che va a morire al posto dello sposo, Admeto e i fiori, che rammentano i garofani di Nelken di Pina Bausch, diventano fiammante tetto dell'Ade. Come può un eroe, quando è arrivata la sua ora, accettare che la moglie muoia al suo posto? E l'impulso d'Alcesti è davvero privo di risvolti di vanità, di ricatti sentimentali? Tragedia assurda, finale allucinante perché positivo e chissà quanto “vero”: al dolente Admeto, Eracle consegnerà una donna velata, forse la sposa che credeva perduta.

In Euripide e nel disegno di Lievi - che alla prepotente distesa di papaveri coniuga un palazzone rosso e nero che è camera di morte, anticamera dell'Ade e schermo su cui scorrono le ultime azioni di Alcesti - la morte è presente due volte. Fisicamente, con funerali e salma di Alcesti, e come metafora, nella muta donna che qui non è velata: è bastata della bianca biacca sul volto di lei, Galatea Ranzi, portata su un piedistallo come una santuzza.

Perennemente in bilico tra euforia satiresca (che meraviglia l'italiano disinvolto ed elegante di Maria Pia Pattoni: “giovinastro”, “crepare”…) e atra rassegnazione, questa Alcesti non nega momenti di catturante lirismo. Dalla voce storica e affabulante di Ludovica Modugno (l'Ancella) alla strepitosa Ranzi: lucidamente invasata di morte, gestica spezzata e “consumata dal male”, tragicamente “vera”, impeccabile piglio di fanciulla saggia che da sempre è sua cifra espressiva e che pure cangia, a seconda del ruolo.

Magnificamente in parte, tutti. Danilo Nigrelli-Admeto “suona” in climax sorprendente e in tutte le chiavi: confusione, disperazione, rabbia, collera e di nuovo stupore. Suo “padre” Ferete, Paolo Graziosi, è teatrante consumato nel farsi “anziano” sinistro ed esilarante, riconoscibile nell'attaccamento alla vita, improbabile nel torvo addio alla nuora di cui si guarda bene dal prendere il posto. Eracle beffardo è Stefano Santospago, dà lezioni di galateo al servo disperato (Sergio Mancinelli) ma, annunciato da tarantella, dà anche segni dello scollamento, tutto euripideo, tra uomini e dei. Ben figuravano Pietro Montandon (Thanatos), Massimo Nicolini (Apollo), i corifei Sergio Basile e Mauro Marino.

L'Ade risparmia la sua preda o, come dice Ferete-Graziosi, “Solo matrimoni come questi sono vantaggiosi”? Interrogato, l'“imputato” Euripide non risponde.

Carmelita Celi

La foto del servizio è di Gianni Carnera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


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