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EDITORIALE

16/1/2019


Parigi

Quel bicchier d'acqua fresca...

Champs-Elysées presentava anche, in forma di concerto, una recita di Arabella di Richard Strauss con tutta la compagnia e le compagini di una recente ripresa a Monaco di Baviera, con il cui Teatro ci sono da sempre ottimi rapporti di scambio. Non si tratta certo del titolo più popolare di Strauss, e sono tutti concordi nel considerarlo una sorella minore del Rosenkavalier, ultimo frutto della collaborazione con Hugo von Hofmannsthal e anche da tutti giudicato il meno perfetto, insieme alla Aegyptische Helena. Eppure, ogni volta che la si vede, c'è tanto di bello, di unico, di tenerezza, perdono, tolleranza come messaggio – simbolo ultimo, il bicchier d'acqua che la protagonista porge al futuro marito in segno di riconciliazione – che qualche languore, qualche reiterazione di effetti anche conosciuti non bastano a mio modesto parere a considerarlo titolo minore.

Naturalmente, come tutto Strauss, non è lo stesso se la qualità dell'esecuzione non è almeno buona (e di cattive ne ho vista qualcuna). I miei due grandi ricordi finora erano legati alla Fleming a Zurigo e a Parigi. Per fortuna dovrò aggiungere adesso Anja Harteros in uno dei ruoli che l'hanno resa giustamente famosa in uno ‘spettacolo' praticamente perfetto, nell'insieme il migliore che ho visto.

Ho detto spettacolo. Certo non c'erano nè scene nè vestiti, ma tutti si muovevano straordinariamente (si vedeva che venivano da repliche teatrali recenti) e non c'era bisogno d'altro.

La protagonista è fondamentale e la Harteros ha dato tutto con una sicurezza vocale, una precisione nel gesto e nello sguardo che destavano l'ammirazione e gli applausi scroscianti, in particolare dopo il monologo dell'atto primo e dopo la grande scena finale: quali acuti, quali messe di voce, quale omogeneità e quale linea di canto senza trascurare l'accento e i movimenti. Ma con lei sola non sarebbe stato abbastanza. Uno dei personaggi maschili più completi di Strauss è Mandryka, e Michael Volle che altrove non è così perfetto qui ha dimostrato – a dispetto di qualche piccolo cedimento – di essere cresciuto in una parte che gli è sempre andata a meraviglia. La sorellina Zdenka, responsabile degli equivoci, è uno di quei regali di Strauss ai soprani liricoleggeri: molto brava Hanna-Elisabeth Müller anche se a lei mancano quei filati eterei che sono parte direi indispensabile in questi ruoli. I genitori erano due cantanti veterani e ancora bravissimi, Doris Soffel e Kurt Rydl, attori stupendi. Daniel Behle veniva a capo (scontando un acuto nell'atto terzo) delle difficoltà che Strauss si compiaceva malignamente di ammucchiare sugli odiati tenori. Sofia Fomina era una simpatica e inappuntabile Fiakermilli, un ruolo breve ma difficilissimo con quei sovracuti e quelle agilità, forse un ricordo della straordinaria Zerbinetta nell' Ariadne auf Naxos. I comprimari tutti bene, eccezione fatta del debole Elemer di Dean Power. In compenso, magnifica l'indovina di Heike Grötzinger e buoni gli altri due spasimanti, Callum Thorpe (Lamoral) e Sean Michael Plumb (Dominik). Il coro (istruito da Sören Eckhoff, con un intervento piuttosto breve) e l'orchestra dell'Opera di Stato di Baviera erano al loro solito ottimo livello, ma la vera sorpresa veniva dal giovane maestro Constantin Trinks, che dimostrava di conoscere la partitura (lo si vedeva cantare – in silenzio per fortuna – tante frasi) e di crederci profondamente, e questo, che sempre conta, si notava eccome . Alla fine successo travolgente e meritato.

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Vincent Pontet per la Bayerische Staatsoper.

 

 

 

 


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