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EDITORIALE

23/10/2014


La grande musica ritorna a Catania

Era dal 2011 che non avevamo il piacere di assistere ad una cerimonia di premiazione del Bellini d'Oro, il prestigioso riconoscimento patrocinato dalla Società Catanese Amici della Musica, che vedesse la partecipazione del coro e dell'orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania. Infatti, se la memoria non ci inganna, nel 2011 Fiorenza Cedolins fu accompagnata da Elda Laro, nel 2012 il maestro Evelino Pidò diresse l'Orchestra giovanile dell'Istituto Bellini di Catania, e nel 2013 Patrizia Ciofi e Grigory Kunde furono accompagnati dal pianista Giuseppe Cinà. Dunque, se la rinnovata sinergia tra il Teatro Massimo e il direttore del Festival Belliniano Enrico Castiglione è riuscita in meno di un mese a produrre tali frutti, è lecito aspettarsi nuovo lustro e vigore da un Festival che, vittima di assurde divisioni e liti che affliggono Catania più dello scirocco e delle zanzare insieme, soffre da anni di una sorta di anemia perniciosa che lo ha visto svanire a poco a poco, almeno nella sua veste precipuamente autoctona, mentre il Festival Belliniano di Enrico Castiglione, muovendosi tra Taormina e Catania, offriva al pubblico spettacoli di grande prestigio, concorsi canori e concerti sinfonici con protagonisti del calibro di Uto Ughi e Ivo Pogorelich.

Compiuta questa necessaria premessa, e nella speranza che finalmente i festival, sotto vario nome, ragione sociale e tipologie varie, abbiano finito di moltiplicarsi senza costrutto, ma solo per far dispetto a questo e quello con l'unico risultato di disperdere forze, denari ed energie, passiamo senz'altro alla serata di premiazione della ventinovesima edizione, svoltasi il 15 ottobre nella sua degna sede, e cioè il Teatro Massimo di Catania, e finalmente sotto l'egida del Festival Belliniano. Una serata davvero splendida, nella quale la grande musica è ritornata a Catania, e della quale la S.C.A.M. e il suo presidente Giuseppe Montemagno possono davvero andar fieri. Sono stati premiati infatti due artisti di grandissimo livello: il mezzosoprano Daniela Barcellona e il tenore John Osborn, diretti dall'efficace ed accurata bacchetta del maestro Alessandro Vitiello, che ha infuso all'orchestra ritmi serrati e precisi, senza sbavature e compiacimenti inutili.

Dopo i saluti di Giuseppe Montemagno e di Caterina Andò, che hanno condotto con garbo e stringatezza la serata, ha preso la parola il maestro Enrico Castiglione che, glissando con la signorilità che lo distingue sulle vicende che gli hanno impedito per anni di proporre un unico Festival Belliniano, come era stato deciso da un protocollo d'intesa al quale aveva aderito il Massimo di Catania, si è augurato che questa ritrovata armonia gli permetta di offrire alla nostra città gli stessi spettacoli d'eccezione che propone da anni a Taormina, e da quest'anno anche a Siracusa, anticipando che il 3 novembre, anniversario della nascita del Cigno, ci sarà a Catania una maratona belliniana, che si svolgerà dalla mattina alla sera coinvolgendo la città in concerti, incontri culturali ed altro.

Va detto senz'altro che anche quest'anno la giuria del Premio Bellini d'Oro, composta da autorevoli musicologi, giornalisti e critici musicali, ha scelto con grande oculatezza i vincitori, cosa che il folto pubblico intervenuto ha avuto modo di constatare, entusiasmandosi via via fino a sfociare in una vera e propria ovazione finale. Daniela Barcellona, che ha cantato la canzone di Azucena “Stride la vampa” da Il trovatore di Giuseppe Verdi, e l'aria della Principessa di Bouillon “Acerba voluttà, crudele tortura”, dall'Adriana Leucovreur di Francesco Cilea, duettando poi con Osborne nella scena Adalgisa-Pollione “Va', crudele, al dio spietato” da Norma, ha dato prova non solo di una sontuosa voce, ma di un'assoluta perfezione nei passaggi di registro, di egregia capacità di emissione, di notevole agilità negli abbellimenti. In particolare, l'esecuzione di Stride la vampa ha ricordato i fasti, ormai sempre più rari, di cantanti come Fiorenza Cossotto per intensità interpretativa, per i filati, e per le bronzee sonorità che ha saputo infondere alla cupa figura della zingara.

Quanto a John Osborne, che ha interpretato del Cigno catanese “Meco all'altar di Venere” con la cabaletta “Me protegge e me difende”, da Norma, e “A te o cara, amor talora” da I Puritani, ha offerto una prova vocale di suprema raffinatezza, sia per l'eleganza del fraseggio, sia per il perfetto controllo dell'emissione, ma soprattutto per l'agogica straordinaria, che gli ha consentito filati entusiasmanti. Ma, quel che più conta, è riuscito più e più volte a cantare sulla voce, imprimendo alla sua esecuzione una morbidezza timbrica ormai rara in un mondo lirico dove i tenori non sanno far altro che gridare a squarciagola. Dopo lo spettacolo, ai complimenti di chi scrive, ha risposto con semplicità che quando si parla d'amore non si urla e non si grida… Magari fossero di più a capirlo!

L'orchestra e il coro del Massimo si sono dimostrati all'altezza di tali cantanti, eseguendo la Sinfonia da Norma, il coro da Il Trovatore "Vedi le fosche notturne spoglie", il coro dal Nabucco "Va', pensiero, sull'ali dorate" e l'Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana.

Agli scroscianti applausi, Daniela Barcellona e John Osborne hanno risposto gratificando il pubblico con l'Habanera dalla Carmen di Gorge Bizet e "Una furtiva lacrima" da L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti.

Giuliana Cutore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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