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EDITORIALE

2/5/2016


Madrid

Il signore della porta accanto

In una delle chiamate‘sesiones golfas' (più o meno ‘sessioni canaglie') si presentava al Teatro Real un eccellente e molto serio concerto di canzoni di jazz, pop e musical con un insieme formato da cinque professori sotto la guida del pianoforte di Matthew Regan (autore anche degli arrangamenti) e un vocalista di lusso, il noto baritono inglese Simon Keenlyside. Si trattava di una delle sue prime presentazioni dopo il problema avuto a Vienna più di un anno fa, e tutto sembra sotto controllo benchè per il tipo di canto in questo caso adoperasse, nella seconda parte, il microfono, anche per introdurre i diversi pezzi in una piccola lezione magistrale di ‘breve storia della musica leggera negli Stati Uniti'. Personalmente l'ho ascoltato anche (ma non con un accredito stampa) nel suo primo concerto al Wigmore Hall di Londra per ricordare il giorno della nascita di Schubert e anche allora si trovava in forma.

Si muoveva come sempre con una padronanza assoluta del palcoscenico e il suo proverbiale carisma, creando un'atmosfera di vicinanza senza perdere la sua distinzione, ed ecco spiegato il titolo di questa recensione, che modifica leggermente quello di una delle canzoni più famose che interpretava durante la serata. Adoperava quel fraseggio superiore che è il marchio della casa – forse ha aumentato le mezzevoci e le note di testa, dimostrava di aver preparato il concerto con assoluta serietà, come del resto sempre ha fatto con qualsiasi forma musicale, e i risultati andavano dal buono (il primo Berlin suonava alquanto freddo) all'eccellente: nella prima parte spiccavano particolarmente alcuni Weill – soprattutto ‘Lonely house' da Street Scene, e il grande monologo del protagonista da Carousel di Rodgers, che evidenziavano anche l'interprete fuoriclasse e la capacità di articolare i testi in modo trasparente.

Nella seconda parte lasciava i pezzi di Duke Ellington del programma ai musicisti (memorabili interventi soprattutto del trombone di Gordon Campbell e i fiati di Howard McGill, premiati a giusto titolo con grandi applausi) perchè, diceva con grande modestia, il contesto e la formazione non gli consentivano di cantare adeguatamente la musica afroamericana. Le canzoni venivano rese in modo superbo, e in particolare due Carmichael (‘Stardust' e ‘Skylark'), ‘On the street where you live' da My fair Lady di Loewe, ‘What is this thing called love?' e ‘So in love' di Porter (in quest'ultima, dal celebre musical Kiss me Kate, l'artista ce la metteva tutta con dei centri e gravi stupendi) e ‘The girl next door' (in origine era ‘The boy', scritta da Martin e Blane per Judy Garland in Meet me in St. Louis) e finiva con una memorabile versione di ‘She didn't say yes' da The cat and the fiddle di Kern, e anche dei due bis concessi: la ‘Moritat' di Mackie Messer (Die Dreigröschen Opera di Weill in inglese, come anche i Kalman da La duchessa di Chicago nella prima parte) e ‘Love is the sweetest thing' dell'inglese Ray Noble. Il pubblico, folto ma non straboccante (purtroppo), seguiva la serata con grande attenzione e partecipazione, e un entusiasmo che cresceva man mano che trascorrevano i numeri.

Jorge Binaghi

 
La foto del servizio è di Javier del Real.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


La

Servizio di Giuseppe Montemagno

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Servizio di Lukas Franceschini

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Servizio di Carmelita Celi

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Teatro Filarmonico di Verona

La Sonnambula

Servizio di Lukas Franceschini

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Teatro Regio di Torino

La donna serpente

Servizio di Lukas Franceschini