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EDITORIALE

22/1/2017


Barcellona

Esemplare Werther

Dopo venticinque anni (si dice presto) tornava il capolavoro di Massenet al Liceu in un allestimento per la regia di Willy Decker, visto per la prima volta parecchio tempo fa a Francoforte. Come accade di solito con gli spettacoli firmati dal regista il livello è notevole per la sobrietà dei mezzi: scene minime ma scorrevoli ed efficaci e costumi – bellissimi – di un Ottocento indefinito, ideati da Wolfgang Gussmann, un gioco stupendo di luci di Hans Toelstede, il tutto ripreso dall'assistente di Decker, Stefan Heinrichs e per l'interpretazione che fa di due esseri tormentati da una società ipocrita e autoritaria. Tranne qualche dettaglio un po' sulle righe, che si potrebbe discutere ma funziona del punto di vista teatrale, tale l'importanza e l'aspetto piuttosto sinistro della coppia Schmidt e Johann, c'è un enorme lavoro su tutti i personaggi, perfino i bambini o i borghesi muti ma cupi che osservano e giudicano tutto e tutti.

Si parli anche dell'ottima impressione della bacchetta vivace e precisa di Alain Altinoglu, di tempi giustissimi, che si avvaleva di un'orchestra che, dopo la recente e bellissima Elettra, sembra finalmente aver raggiunto il livello che si deve chiedere a un grande teatro lirico, ed era ora. Il coro di bambini degli ‘Amics de la Unió de Granollers', istruito da Josep Vila y Jover, suonava molto affiatato, e altrettanto va detto sul lavoro dei comprimari, in particolare di Marc Canturri e Antoni Comas, i suddetti amici del ‘bailli', ruolo che ben si addice ai mezzi vocali e scenici di Stefano Palatchi. Notevole la presenza e il canto della giovanissima Elena Sancho Péreg nei panni dell'adolescente Sophie. Joan Martín-Royo è un bravo baritono, forse un po'troppo giovane e di voce chiara per la parte di ‘Albert'.

Se il protagonista veniva identificato finora con il mitico Alfredo Kraus, si aggiunge adesso al suo il nome di chi è probabilmente il più completo Werther dei nostri giorni, Piotr Beczala. Mi ripeto dunque visto che la sua è stata una prestazione alla pari, se non addirittura migliore, di quella che meno di un anno fa ho recensito da Parigi: fraseggio, timbro, tecnica, senso dello stile, tutto quanto occore e a grande livello, insieme a un'interpretazione sensibile, forse ancora più adatta; molto di più che luminosi acuti e assoli meravigliosi; ogni frase, ogni dettaglio del testo – con un francese davvero da manuale – venivano cesellati in un modo che appunto appartiene solo ai grandi. Col grande vantaggio che qui, come si vede, non era solo lui a rendere giustizia alla partitura. ‘Dulcis in fundo' aveva una Charlotte di altissimo livello – personalmente, la più grande che ho visto su un palcoscenico dai tempi di Régine Crespin nella parte – padrona anch'essa dello stile, le sfumature, la lingua, la linea di canto di una tessitura insidiosa, tra soprano e mezzo, autentico riferimento: Anna Caterina Antonacci, artista e cantante formidabile, finalmente al suo debutto scenico in questo teatro. Magari ritornassero presto, perchè di interpreti come questi due e del maestro Altinoglu abbiamo – qui e altrove – davvero bisogno.

Alla prima Beczala ha dovuto ripetere a furore di popolo, e c'è stato perfino chi, un po' eccitato, ha gridato sei il migliore del mondo “Pourquoi me réveiller?”.

Jorge Binaghi

La foto del servizio è di Antonio Bofill.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


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