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direttore editoriale Giovanni Pasqualino editeoreedito_


 

 

 


 

EDITORIALE

3/12/2016


Un concerto di musiche iberiche

al Massimo Bellini di Catania

L'espressione latina aurea mediocritas è di solito usata per indicare una vita tranquilla, priva di grossi guai e di ambiziosi progetti di miglioramento. Pare che il primo ad usare tale frase sia stato il poeta Orazio indicando con essa di evitare sia la povertà indecorosa sia l'opulenza che attira l'invidia. Nella consuetudine della lingua italiana, particolarmente riferita alle performances artistiche, essa assume la caratteristica di indicare quella decorosa media che evidenzia una dignitosa prestazione unita ad una equilibrata professionalità senza tuttavia raggiungere alti picchi di maestria ed eccellenza.

Il concerto proposto all'interno della stagione sinfonica 2016/2017 dal Teatro Massimo Bellini venerdì 2 dicembre ci è sembrato rientrare proprio in tale rassicurante e confortante enunciazione, volendo rinunciare forse di proposito a più esaltanti ed entusiasmanti slanci interpretativi. Il programma prevedeva la Suite española op. 47 di Isaac Albéniz, della quale sono state eseguite solo tre sezioni; Siete canciones populares españolas di Manuel de Falla; la Suite n. 2 dal balletto El sombrero de tres picos sempre di de Falla ed il Boléro di Maurice Ravel.

Il maestro Sergio Alapont ha condotto l'orchestra del nostro teatro con particolare baldanza e sicumera, ma non riusciva ad imprimere alle partiture un'impronta carica di individualità e significatività. Il cesello di ogni partitura ci è parso non molto definito e rifinito, le sonorità in qualche occasione debordanti ed eccessive, l'amalgama delle sonorità non sempre uniforme e sinergico. La sua conduzione ci è parsa oscillare fra un accademismo ben strutturato ed un'opposta tendenza alla disinvoltura ritmica tipica della musica folkloristica e popolare, senza riuscire a decidere nettamente e chiaramente per nessuna delle due. Tale indecisione ci è parso si sia riverberata anche sulla compagine orchestrale, creando delle mancanze di equilibrio fonico e dinamico con evidenti disomogeneità coloristiche. Non sappiamo se ciò sia stato dovuto all'esiguo numero di prove realizzate prima dell'esecuzione oppure da una mancata reale empatia fra conduttore e orchestra, certo è che a parer nostro tale incompatibilità c'è stata ed il risultato affiorante rimane quello di un'esecuzione abbastanza corretta ma non esaltante né entusiasmante. In verità l'orchestra del Bellini ci ha donato anche in periodi recenti più brillanti e inebrianti interpretazioni.

Il mezzosoprano Isabel De Paoli, voce solista delle Siete canciones populares españolas di De Falla, ha esibito una voce parecchio interessante, satura di chiaroscuri e ombrature, con una caratura solida e timbrata, tendente alla zona contraltile. Tuttavia la tipicità e particolarità delle musiche eseguite non le ha probabilmente permesso di spiegare a tutto tondo la forza e lo sbalzo timbrico che rimanevano alquanto limitati e compressi. Il non folto pubblico intervenuto allo spettacolo ha tributato calorosi e vigorosi applausi agli artisti, che hanno risposto bissando la parte finale del Bolero. Sarebbe stato forse troppo concedere un vero encore?

Giovanni Pasqualino

La foto del servizio è di Giacomo Orlando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


La

Servizio di Lukas Franceschini

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Servizio di Lukas Franceschini

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Servizio di Giuliana Cutore

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Teatro Bellini di Catania

Sakuntala

Servizio di Giovanni Pasqualino

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Liceu di Barcellona

Simon Keenlyside

Servizio di Jorge Binaghi