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EDITORIALE

24/6/2016


  Bychcov dirige “Così fan tutte” a S. Cecilia

L'inquietudine del desiderio scuote l'Eden del classicismo razionale

Il carattere apparentemente frivolo del Così fan tutte mozartiano ha attratto, come è noto, gli strali di Beethoven, mentre la sua presunta vacuità drammaturgica non incontrava il favore di Wagner, il quale stigmatizzava soprattutto il libretto ritenuto inadeguato. Due autori inattaccabili per integrità del pensiero, assolutamente fermi nelle proprie convinzioni. Eppure un uomo di teatro come Richard Strauss notava in maniera significativa come lo stile adottato da Mozart in quest'opera, a metà fra l'umoristico e il patetico, fra il parodistico e il sentimentale, si ritrovasse in parte proprio nei Maestri cantori di Norimberga dello stesso Wagner. L'incomprensione attorno al Così fan tutte, che la rende la meno apprezzata nell'ambito della trilogia dapontiana, merita una riflessione, incoraggiata dalla bella esecuzione ascoltata a S. Cecilia come evento conclusivo stagionale. Peculiare è infatti il carattere dell'ultimo Mozart. In Così fan tutte sembra eludere la complessa caratterizzazione umana dei lavori precedenti per mettere in scena personaggi stereotipati, eredi della commedia dell'arte. Un turbinio di maschere che nasconde significati ben precisi. L'inquietudine trasmessa dal desiderio serpeggia all'interno della partitura. Il mondo razionale viene scompaginato dalle istanze più incontrollabili della natura umana. La tentazione fa il suo ingresso nel giardino immutabile del classicismo. Il Dio Mozart, dall'alto della sua infinita bontà, non pronuncia giudizi di tipo morale, non mostra riserve di carattere etico, come faceva invece Beethoven. Come un benevolo creatore si limita a svelare il palcoscenico delle nostre più segrete pulsioni, per poi ricomporre il tutto in un equilibrio tanto precario quanto fittizio. Il recupero di forme passatiste e l'adozione di una scrittura a volte astratta rientrano nel gioco della rappresentazione. Mozart, come un supremo burattinaio, necessita di tutto questo per muovere i fili delle sue marionette. Una dimensione superiore e quasi metafisica che giustifica il conclusivo e apparentemente inspiegabile ripiegamento della Clemenza di Tito (ma questa è un'altra storia).

L'esecuzione ascoltata a S. Cecilia rende pienamente giustizia a tale capolavoro. Semyon Bychkov dirige in maniera pressoché perfetta, con sonorità vaporose e sapienza coloristica, spargendo qua e là inflessioni di una malinconia tipicamente russa. Il suo è un Mozart perfettamente calibrato negli equilibri strumentali, comunque vitale e assolutamente affascinante. Lo aiuta l'Orchestra dell'Accademia, in forma smagliante. Chi temeva un'esecuzione di fine stagione, ovverosia poco attenta e rilassata, è stato clamorosamente smentito. Straordinario il lavoro con i cantanti. Bychkov li accompagna e li segue in maniera egregia, svelandone le caratteristiche migliori. Si pensi all'aria di Ferrando “un'aura amorosa”, forse il momento più alto della serata, con la voce di Paolo Fanale che sembra fondersi con le atmosfere sfumate create dall'orchestra, seguendone le inflessioni e i sospiri con coinvolgente emotività. Accanto a lui il Guglielmo altrettanto valido di Markus Werba. Pietro Spagnoli non ha voce particolarmente accattivante ma, grazie anche a una dizione perfetta e a notevoli doti attoriali, delinea un Don Alfonso arguto e cinico come si conviene. Corinne Winters ha il colore scuro che si addice ai tormenti di Fiordiligi, mentre Angela Brower sfoggia un timbro luminoso perfettamente aderente alle frivolezze di Dorabella. Buona infine la Despina di Sabina Puértolas.

L'esecuzione in forma di concerto non ha fatto rimpiangere la mancanza dei costumi e delle scene. I protagonisti avevano infatti tutti il physique du rôle adeguato, mostrando inoltre notevoli doti espressive e gestuali. Grande successo di pubblico in un auditorium purtroppo non pieno come l'occasione avrebbe meritato.

Riccardo Cenci

La foto del servizio è di Musacchio & Ianniello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


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