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EDITORIALE

19/4/2014


Una folgorazione sulla via dello spettacolo

Paolo Macedonio

Sipario e il Bildungsroman agrigentino è servito.

Del resto, se alla RSC (si badi, la “r” sta per Reduced e non per Royal ma sempre di “Shakespeare Company” si tratta) bastavano 97 minuti per mettere in scena l'opera omnia del Bardo, ne bastano 75 a Paolo Macedonio – attore, doppiatore, sceneggiatore nonché jolly joker del Càvusu di pirandelliana memoria – per il suo romanzo di formazione e per sgranarlo, devoto e irriverente, come un rosario, un “mistero” dopo l'altro.

Tonante e inatteso come “Un fulmine a ciel sereno” – l'argutissimo, sapiente, talentoso one man show di Macedonio proposto da Marco Vinci per “Comics”, la rassegna voluta dall'Associazione “Ecco Godot” in collaborazione con il Teatro Stabile di Catania che apre per questo la Sala Musco – ma se ad elementi della natura bisogna ricorrere, perché non chiamarlo allora, in osservanza alla geografia di provenienza dell'artista, un'autentica macalube. Vulcanello freddo, dicono i geologi: già, freddo come terra in rivolta, però, freddo come quella garbata, petulante, saputa nonnina girgentana che, di spalle attaccata alla cornetta del telefono, apre lo spettacolo in mellifluo dondolìo che neanche la terribile mamma di Norman Bates di Psycho.

Una nonna credibilissima, riconosciuta e riconoscibile in quelle “t” aspirate che la provincia di Macedonio per certi versi condivide con la vicina Caltanissetta, la vocina appena ciaccata da arzilla ottuagenaria, ecografa infallibile dell'intero clan familiare. Il suo niputeddu prima di tutti, Paolo, sissignore, per cui lei nutre un'affezione “criminale” che la spingerebbe a fare particolarità di cui altri, invidiosi, l'accusano.

Non poteva esservi incipit più surreale, inquietante, grottesco prima che il nipote elogiato, scusato, incriminato - Macedonio, classe 1973 – mostri alla platea il suo vero volto, singolare, difficile, come in odore d'un Caravaggio un po' inalberato.

Voce proteiforme, agilità fisica da film di cappa e spada, Paolo-Paolo (quello vero e quello del “Fulmine”) comincia così a tratteggiare il suo piccolo grande albero genealogico.

E gli piace partire dalle zie (Tota, Fina) la cui caratterizzazione è esilarante e raccapricciante a un tempo: siciliane dotate di nei generosi, irsutine anziché no, modello siculo-antropologico Pietro Germi.

Ma è il padre, è Macedonio senjor, medico ed “esportatore mondiale di ansia”, a fulminarti con effetti assai più irreversibili del fulmine vero che aveva colpito, a suo tempo, una delle sgangheratissime zie.

La tirata del papà che “russa senza ritorno” sul cuscino, in attesa che il figlio nottambulo infili finalmente la chiave nella toppa , è fenomenale e tanto tanto “domestica” ma mai abbastanza indolore da sembrare déjà vu (più che visto, sentito) come pure il teorema secondo cui “chi non studia non si sa divertire”, supremo esempio di saggezza paterna. La stessa che lo condurrà poi in bagno a ricomporsi, pantaloni a vita alta e pettinato come Toto Cutugno.

Perciò dal Rachmaninov paterno Paolo preferisce trasferirsi nel Vivaldi della nonna, al piano sopra, che, con sorprendente mimesi vocale, Macedonio porta ancora una volta alla ribalta.

Ma il russo e il “prete rosso” sono solo le prime voci di un'enciclopedia musicale che del romanzo di formazione sono più che colonna sonora: dalla “Blue Radio Agrigento Uno” che copre il difficile triangolo Canicattì-Licata-Nara alla mitica, immortale, universale Satisfaction dei Rolling Stones che traccia il pericoloso crinale tra l'ultima classe di Liceo classico e il primo anno di università. Primo si fa per dire: tre anni e tre materie e un manuale di studio tragicamente sottolineato fino a pagina 15, il che porta papà Macedonio (medico pragmatico in significativa e salvifica opposizione con la mamma, sciroccata filosofa) a calcolare il prezzo infame di ogni singola pagina di quel libro infame visto che il poveretto aveva già sborsato 7 milioni.

Più che un fulmine, una folgorazione sulla via dello spettacolo.

In verità il ragazzo vuol fare l'attore e non ha torto: la sua cavalcata nelle caratterizzazioni ne è prova e ne sono prova le sintesi forsennate ed esattissime di “scene madri” di cult movie, in testa (e in occhio) il Marty Feldman di Frankenstein Jr, basta uno scialle nero sul capo e sulla gobba e Macedonio “è” Igor.

Poi, giacché ognuno ha il Pippobaudo che si merita, per i cittadini della Valle dei Templi il deus ex machina si chiama Michele Guardì, onnipresente e onnipotente come Zeus comanda.

Ritmi comici da plauso, scrittura scenica asciutta e appropriata, istrionismo debordante sempre intelligente e mai gigione ma tra tutti, un pregio: aver dato una dignità comica al vernacolo d'Agrigento finora e fin troppo soggetto a clonazioni palermitane in ossequio a Renzino Barbera e dintorni (Iannuzzo docet).

Nossignore, largo ai giovani. Nonna Macedonio farà strada.

Carmelita Celi

 

 

 

 

 

 


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