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EDITORIALE

24/9/2016


Il Vespro della Beata Vergine

al Festival di Vicenza

La serata più attesa del Quarto Festival Vicenza in Lirica 2016 è stata l'esecuzione al Teatro Olimpico del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi. Il Vespro, prima composizione sacra monteverdiana, è tratto dalla liturgia delle ore della chiesa cattolica, rimasta invariato tuttora. Esso comprende stili antichi e moderni anche se non possono essere classificati come “ prima e seconda pratica ”. Lo spartito fu pubblicato nel luglio del 1610 contemporaneamente ad una Messa a sei voci . Ancor oggi non sono chiare le intenzioni precise che mossero Monteverdi alla composizione di un lavoro così monumentale. Il Vespro è stato oggetto di ampio dibattito tra i musicologi, tra i quali alcuni ritengono che sarebbe stato scritto per la ricorrenza dell'annunciazione, altri propendono per altre solennità mariane, oppure per ogni festività dedicata a Maria, poiché era di comune esecuzione. Nel 1610 Monteverdi era impegnato alla corte dei Gonzaga a Mantova ma le fonti storiche non possono confermare ove avvenne la prima esecuzione, se a Mantova o Venezia.

Il Vespro è un lavoro monumentale composto per un grande coro, il quale copre dieci parti vocali in alcuni movimenti e si scompone in cori separati, i quali accompagnano sette differenti solisti. Le parti strumentali sono scritte per violino e cornetto , non sono specificate dall'autore: la composizione del ripieno, le parti di canto piano e antifona, che si inseriscono nei salmi e nel Magnificat finale. Quest'ultimo aspetto prevede che gli esecutori modifichino l'opera secondo l'organico disponibile. L'opera non ha soltanto un valore intimistico, per i suoi momenti di preghiera, ma incorpora nel suo tessuto musica profana in un lavoro chiaramente dedicato ad una funzione religiosa, infatti comprende diverse forme compositive che vanno dalla sonata, al mottetto, all'inno, al salmo, senza peraltro perdere di vista il tema religioso. Esso è perno fondamentale della musica barocca italiana, e forse anche cultura, ed esprime anche una sperimentale composizione monteverdiana, la quale era già iniziata con i madrigali e le opere liriche. Possiamo considerare il Vespro una composizione “unitaria” in cui sono confluite e riunite sapientemente la musicalità liturgica (che s'ispira al gregoriano) e la recitazione dei salmi, producendo una composizione non del tutto religiosa, piuttosto una meditazione musicale.

L'esecuzione vicentina non può non essere valutata che con grande merito e lodevole programmazione. Innanzitutto è da rilevare che un'Associazione Culturale è artefice di una rappresentazione concertistica di grande difficoltà e impegno, poco eseguita anche da istituzioni blasonate. Pertanto, un plauso che va oltre la stima e la consapevolezza che Vicenza in Lirica è in continua crescita, ma soprattutto al coraggio di una programmazione ricercata. Oltre al presidente dell'Associazione, l'artefice principale è stato il concertatore e direttore d'orchestra Francesco Erle, grande esperto del barocco, il quale ha operato un grande lavoro di orchestrazione assieme alla Schola S. Rocco (soli, coro, strumenti antichi) e La Pifarescha (cornetti e tromboni) per un'esecuzione di alto valore filologico e improntata su una ricerca di effetti musicali idonei, oggi, alla proposta monteverdiana. L'ottima acustica del teatro ha contribuito a un resa sonora e calibrata simmetria tonale che ha non solo affascinato, ma è stata elemento d'indiscussa professionalità rapportata alla lettura del direttore.

Assieme all'ottima compagine strumentale, si associa il Coro, il quale ha fornito una grande prova stilistica e interpretativa d'indelebile memoria. Nelle parti solistiche, in evidenza Giulia Bolcato, soprano sempre in ascesa per luminosità espressiva, il giovane controtenore Andrea Gavagnin perfettamente impegnato nella parte eseguita con stile e proprietà d'accenti, e Giovanna Damian altrettanto precisa e puntale. A loro si uniscono, con prova positiva, i tenori Massimo Altieri, Alberto Allegrezza, Enrico Imbazano, e i bassi Fulvio Fonzi e Luigi Marasca.

Pubblico numerosissimo, il teatro era quasi sold-out, che per tutta la durata dell'esecuzione è restato assorto e ammaliato da questo capolavoro, e al termine ha decretato un meritatissimo e prolungato applauso agli esecutori.

Lukas Franceschini

La foto del servizio è di Oliver Jaist.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


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