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direttore editoriale Giovanni Pasqualino editeoreedito_


 

 

 


 

EDITORIALE

2/8/2015


Come ti operizzo un classico

Davanti ai capolavori assoluti della letteratura, il teatro d'opera ha tentato due strade: o una semplificazione che abbattesse alla radice ogni ipotesi di confronto, riducendo il plot al prevedibile versante amoroso, magari corroborato da un ampio ricorso al décor (il caso più eclatante, anche in termini di fortuna esecutiva, è la drammaturgia spicciola cui Gounod ha ricondotto il Faust di Goethe); oppure far rientrare dalla finestra quanto era uscito dalla porta, surrogando in termini simbolici le molte pagine inevitabilmente eliminate (si pensi all'operazione metastorica tentata da Prokof'ev in Guerra e pace, che sacrifica molte situazioni di Tostoj, ma con l'ambizione di mettere in parallelo gli eventi napoleonici del romanzo con l'invasione nazista dell'Unione Sovietica).

Alle prese con un testo gigantesco (in tutti i sensi) come L'idiota, Mieczyslaw Weinberg imboccò, trent'anni fa, una strada intermedia: un po' di personaggi eliminati o accorpati; gli snodi apparentemente centrifughi della vicenda cassati in toto (a cominciare dal côté nichilista); una prima parte ancora ampiamente polifonica per concentrarsi poi sempre più sul Principe Myschkin come protagonista assoluto. A tamponare i “buchi” delle necessarie sforbiciature, e a creare un'alternativa all'io narrante dostoievskiano, provvede qui il ruolo (sulla carta minore) di Lebedjew, trasformato da mercuriale impiccione a onnisciente affabulatore e sulfureo burattinaio. Un occhio esterno, mefistofelico e impietoso – la pietas di Dostoevskij non potrebbe essere più lontana – calibrato sulla quotidianità della voce di baritono: laddove i rovelli sensuali di Rogoschin vengono tradotti da una tenebrosa scrittura per basso, e la disarmante purezza del protagonista è affidata alla tenorilità più trasparente.

Weinberg (1919-1996), ebreo di Varsavia, un ricchissimo catalogo sinfonico e cameristico a fronte di “soli” sette lavori operistici (il titolo di maggior notorietà fuori dell'Europa orientale resta The Passenger), potrà sembrare un autore passatista: quest' Idiota, con il suo linguaggio tradizionale (e che ancor più sarà sembrato tale nel 1985, quando vide la luce), difficilmente incanterebbe in Italia i cultori del teatro musicale contemporaneo. Ma il problema non si pone, L'idiota di Weinberg da noi non è mai approdato: ed è un peccato, perché il suo contrappunto tra linea di canto e orchestra dà vita a una dialettica di fertili spunti espressivi. Ed è geniale il trattamento “sinfonico” dell'epilessia del protagonista, rappresentata da una miscela di fiati e percussioni che evocano – trasfigurata, eppure evidentissima – la sirena di un'ambulanza.

In Germania, invece, sembra attecchire una piccola Weinberg renaissance: nel giro di pochi mesi (ma con differenti produzioni) L'idiota è stato rappresentato sia a Mannheim sia a Oldenburg, e almeno lo spettacolo di Mannheim, in scena da due stagioni, è davvero di alta qualità. Joseph Trafton, dal podio, fa delibare ogni raffinatezza della partitura senza però disperdersi in compiacimenti analitici, né perdendo di vista l'arcata narrativa complessiva. Mentre Regula Gerber – ben coadiuvata dalla scena girevole di Stefan Mayer – appronta una regia stilizzata, felicemente idiomatica nella sua capacità di far “recitare” gli oggetti non meno delle persone.

Juhan Tralla ha il canto diafano e penetrante che si attaglia al Principe Myschkin. Steven Scheschareg è un basso da risentire al più presto anche in altro repertorio. Ludmila Stepneva riconduce Nastassja Filippowna nell'alveo di un soprano lirico spinto d'impronta straussiano-pucciniana, e corrobora l'impressione che Weinberg potrebbe rientrare nel nostro lessico familiare. Fa poi piacere scoprire che un giovane mezzosoprano italiano, Ludovica Bello, ha trovato felice collocazione nella compagnia del Nationaltheater Mannheim, plasmando qui con giusto equilibrio gelosie e reticenze di Aglaja. Tra le parti di fianco (tutte impegnative) spicca Tatjana Rjasanowa, perfetta nel delineare l'isteria indurita e la rabbia verginale di Warwara.

«Non ho espresso nemmeno la decima parte di ciò che volevo dire con questo romanzo, ma non lo rinnego», scrisse Dostoevskij a proposito dell' Idiota. Weinberg, che difficilmente aspirava a esprimere in musica più di un decimo di quel capolavoro, il suo obiettivo l'ha centrato benissimo.

Paolo Patrizi

 

 

 


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