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EDITORIALE

26/8/2016


Festival di Innsbruck

La dialettica fra fantasia e ragione secondo Il Giardino Armonico

La morte della ragione è il titolo di una Pavane anonima scoperta da Giovanni Antonini, leader dell'ensemble di musica antica Il Giardino Armonico, in un manoscritto conservato nella British Library di Londra. Un brano del sedicesimo secolo in grado di dettare percorsi ed evocare inedite suggestioni. Nel tardo Cinquecento i compositori iniziano infatti a infrangere le regole in maniera sempre più consapevole; le severità contrappuntistiche lasciano il posto alle dissonanze, ai gesti teatrali estremi e agli eccessi sonori che domineranno il barocco. Antonini parte da qui per elaborare un programma particolarmente vario e accattivante per l'ascoltatore. L'occasione è quella della quarantesima edizione del Festival di Innsbruck, dedicato appunto alla musica antica, il luogo la Riesensaal dell'Hofburg, residenza estiva della famiglia imperiale austriaca. Un viaggio affascinante nei maggiori centri culturali del rinascimento, dalla Firenze dei Medici alla Roma dei Borgia, dalla Venezia dei Dogi all'Inghilterra dominata da Enrico VIII.

Eterogeneo il panorama degli autori presentati, fra i quali personalità oscure come quella di Giorgio Mainerio (1535-1582), dedito alle scienze occulte e per questo portato a processo dall'Inquisizione. Il “Primo libro de balli”, raccolta di danze legate alla tradizione italiana ed europea, contiene perle come la celebre Schiarazula, marazula e Ungarescha & Saltarello. Avvolto da una fama tenebrosa in quanto omicida della propria moglie, Carlo Gesualdo da Venosa è uno dei musicisti più innovativi del suo tempo. L'incertezza riguardo le date di nascita e morte acuisce il mistero attorno alla sua figura. La Canzone francese del Principe, presente in un manoscritto della British Library, è uno dei due soli pezzi strumentali sopravvissuti nella sua produzione. Un brano che, pur senza recare indicazioni strumentali, deve essere stato concepito per clavicembalo (o per arpa), considerando il particolare virtuosismo che domina la scrittura. Un'opera confezionata con l'intento di stupire e di infrangere la prassi corrente, secondo l'estetica del suo autore. Ancora un'inventiva colma di fantasia si nota poi nel brano La Gamba di Vincenzo Ruffo (1508-1582). Restando in ambito italiano segnaliamo ancora l'esecuzione di opere strumentali di Dario Castello e Giovanni Gabrieli (1540-ca 1611/12), esponenti illustri della scuola veneziana.

Il programma non trascurava poi gli orizzonti nordici. Accanto al più noto Josquin Desprez (1450-1521) ecco il fiammingo Heyne van Ghizeghem, del quale abbiamo ascoltato la canzone De tous biens plaine, successivamente proposta anche nella versione di Alexander Agricola (ca 1446-1506). E ancora le Battaglie, come quella di Samuel Scheidt (1587-1654), genere all'epoca particolarmente in voga. Impossibile ricordare in questa sede tutti i brani eseguiti. Antonini accosta autori oggi quasi dimenticati come Giovan Pietro del Buono, al quale affida addirittura la chiusura del concerto, a nomi più noti come il già citato Gesualdo, costruendo un percorso fecondo di stimoli per l'ascoltatore attento. L'esecuzione del Giardino Armonico è trascinante. Antonini mostra una simbiosi totale con il proprio strumento, il flauto, esaltata anche da una gestualità che va di pari passo con il virtuosismo. Si pensi all'esecuzione di Fantasia & Echo tratta dal Giardino di delizie del flauto di Jacob van Eyck (1590-1657), un tripudio per le sonorità di questo strumento. Tutto scorre in maniera cristallina, il tessuto contrappuntistico risalta con magnifica evidenza, segno di un affiatamento estremo fra il direttore e i suoi musicisti. Il successo è, naturalmente, indiscutibile.

Riccardo Cenci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

una specifica liturgia per questa occasione, non è nella tradizione evangelica e non ne troviamo traccia nella chiesa dei primordi né Paolo di Tarso ne fa cenno nelle sue lettere. Pertanto la liturgia per i defunti appare uno dei tanti esempi di sincretismo con i riti pagani di cui abbonda la storia della chiesa specie nella sua formazione primigenia. Ad Ockeghem dobbiamo il primo Requiem della storia della musica e da allora moltissime composizioni di questo genere sono seguite fra le quali spicca in modo eclatante l'incompiuta e sublime partitura mozartiana.

Per quanto riguarda il Requiem di Brahms, composto fra il 1857 ed il 1868 e dedicato alla memoria della madre, si tratta di un'opera sicuramente originale, poiché, nonostante il suo stile chiesastico non può considerarsi un Requiem nel senso liturgico consueto. In realtà non composta nessuna delle preghiere dei defunti che ricorrono solitamente nell'ufficio funebre cattolico. I testi, aventi per oggetto la morte e che esaltavano le principali concezioni protestanti di tale soggetto furono scelte da Brahms dall'Antico e Nuovo Testamento e nessun brano corrisponde ai testi tradizionali della liturgia romana ed ancor più la lingua scelta non è il latino ma il tedesco. Infine il compositore amburghese non insiste, come nell'ufficio liturgico romano, sul “Giorno dell'ira”. Evoca le trombe del Giudizio finale in modo fuggevole e per nulla terrificante; al contrario esse sono il glorioso segnale di una nuova vita, nella quale la morte sarà vinta e dove i corpi dei giusti risuscitati saranno riuniti a Dio nel cielo.

 

 

 

 

 

 

 


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