RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


Non posso vivere né senza di te né con te

Alessandra Cacialli

Molti anni fa, la scuola storica francese fondata da Jacques Le Goff propose di interpretare la storia umana secondo un nuovo criterio, che andava a completare e per certi versi a contrapporsi al classico concetto della evenemenzialità, concetto per il quale le vicende umane andavano studiate solo dal punto di vista delle vicende, in una linearità più o meno consequenziale che andasse di pari passo con lo sviluppo culturale, sociale ed economico. In tale ottica, la storia veniva vista come una teoria di fatti che non si portavano nulla dietro, o meglio, che travolgevano ipso facto ad ogni nuovo sussulto tutti i detriti del passato. La scuola degli Annales reputò invece che il processo non fosse così automatico, e propose di studiare la storia anche dal punto di vista delle mentalità: in breve, la storia delle mentalità ha tempi lunghissimi ed assolutamente sfasati rispetto agli avvenimenti, e da sola spiega il motivo per cui ad un'enorme crescita economica, o a profondi rivolgimenti quali le rivoluzioni, non si accompagni un adeguato progresso, o un adeguato rivolgimento nella mentalità degli uomini, e il conseguente permanere di sacche irrisolte di pregiudizi, o modi assolutamente antiquati di vedere se stessi e gli altri, che coesistono indisturbati con un'epoca di cellulari, computer, e donne a pieno titolo inserite nel sociale.

Ed è proprio la donna che ancor oggi, nonostante la storia evenemenziale ne abbia ormai affermato la piena parità col mondo maschile, in un excursus che trovò i suoi albori nell'inserimento delle donne nelle fabbriche, col conseguente affrancamento economico dall'uomo, deve fare i conti non tanto e non solo con una mentalità di tipo maschilista-patriarcale ben insinuata e celata nello sbandieramento delle pari opportunità, ma soprattutto con se stessa, con la propria visione di sé, e cioè con la tentazione inconscia (e forse ancora mediata da una mentalità di tipo ottocentesco) di vedersi solo nel rapporto d'amore con l'uomo, in definitiva ultima meta per la piena realizzazione di sé.

In tal senso, una valenza particolare hanno assunto, sia in funzione storico-sociale, ma anche come spunto di riflessione sulla figura femminile del nostro secolo, i due atti unici andati in scena domenica 14 aprile al Centro Zo di Catania, per la rassegna teatrale Percezioni: si trattava di Inaugurazione, di Pier Maria Rosso di San Secondo, e de La Voce Umana di Jean Cocteau, rispettivamente diretti da Romano Bernardi e Guido Turrisi. E parliamo di una valenza particolare perché hanno proposto due monologhi femminili di grande intensità che, pur facendo riferimento a due contesti culturali assolutamente diversi, tracciavano due ritratti complementari di donne che, al di fuori del rapporto amoroso, borghese-familiare l'una, più specificamente erotico l'altra, non riuscivano a trovare una loro autonomia, o addirittura un fine reale da dare alla vita.

Inaugurazione trattava di una donna altoborghese, probabilmente meridionale se non addirittura siciliana (ma non è importante, dato che la connotazione geografica è assolutamente irrilevante ai fini della dinamica psichica) che, riuscita finalmente a liberarsi di un marito ingombrante, sin troppo incline al dispotismo mentale, scrittore di successo che sfrutta le passioni umane con le quali viene a contatto per ricavarne dei romanzi, marito fedifrago che l'ha fatta ricoverare in manicomio, si reca a visitare il busto marmoreo del consorte nel giorno appunto dell'inaugurazione, per sfogare il suo risentimento e urlare la sua ritrovata libertà; purtroppo, il monologo della donna rivela quanto le manchi il marito, e che le manca proprio perché era lui che le “riempiva la vita”. Il che significa che quella vedova, per quanto sia stata vilipesa e maltrattata dal coniuge, ne avverte la mancanza come perdita di completezza, come perdita di status, come può avvertirla una vittima che senza il carnefice non è più nulla.

Romano Bernardi ha impostato la sua regia rispettando questo climax di sentimenti contradditori: su una scena dominata da un bianco monumento Alessandra Cacialli è entrata pian piano, con gesti lenti e misurati, con pause accorte, usando la sua mimica magistrale in funzione di un uso della voce piano, tranquillo, quasi colloquiale, senza un accento fuori posto, senza cedere a facili patetismi. La gestualità si faceva voce e con la voce si compenetrava, trovando accenti spauriti, a tratti forse ingannevolmente trionfanti, ma in una superiore compostezza dove si avvertiva l'inesorabilità di un destino femminile al quale non c'è più rimedio.

Debora Bernardi

Specularmente, La Voce umana, che agisce nel contesto disinvolto della Parigi degli anni '30, traccia un ritratto abbastanza complementare di donna che vive nell'attesa di una telefonata dell'amante, che si dà un tono, inventando cene con le amiche e passatempi vari, ma che alla fine, nel momento in cui il rapporto finisce, urla la sua disperazione amorosa, perché anche lei, senza l'uomo, o perlomeno senza quel che le resta di un uomo, e cioè una voce al telefono, non è più nulla.

Qui, diretta da Guido Turrisi, Debora Bernardi ha confermato le sue doti di attrice eminentemente tragica, che trova nell'espressione del disagio femminile il suo terreno di elezione. Su un letto disfatto, sparso di indumenti sui quali troneggiava un telefono, ha usato il suo ottimo controllo della voce per dar vita ad un personaggio dapprima dilaniato tra finzione e amore, poi sempre più impaurito, sempre più disperato, con una gestualità crescente, rapida e torrenziale, che la mimica rendeva sempre più plastica e ossessiva. Abilissima nello spezzare la voce senza mai perderne il controllo, ha reso palpabile l'angoscia della donna, evidenziando al tempo stesso l'assenza dell'uomo, ridotto ad una non esistenza che riesce ad esprimersi solo nello squillo gelido del telefono.

Da sinistra: Guido Turrisi, Romano Bernardi, Debora Bernardi e Alessandra Cacialli.

E certo non è un caso che in entrambi i lavori l'uomo fosse assolutamente assente: perché è con l'uomo come essenza (e dunque con ciò che rappresenta nell'universo mentale femminile) che le protagoniste sono costrette a confrontarsi. Si confrontano con quel qualcosa senza il quale si sentono nulla, senza il quale pensano di perdere l'aggancio con la vita, con il loro fine nel mondo, con la loro completezza. E non si poteva sfuggire alla sensazione che tutto ciò accada ancora oggi, e che rimanga nella psiche femminile (ma anche in quella maschile) qualcosa che continua a nutrire tale equivoco…

Giuliana Cutore

20/4/2013

 

Le foto del servizio sono di Enrico Sigillo.