EDITORIALE
28/10/2026
Parma val bene una Messa. Da Requiem

Appuntamento fisso ormai dal 2021, la Messa da Requiem affianca anche quest'anno, per la XXVI edizione, la triade di opere del Festival Verdi di Parma. Nella splendida cornice del Teatro Regio, venerdì 23 ottobre 2026, la bacchetta di Daniele Rustioni, alla testa della Filarmonica Arturo Toscanini, si destreggia con abilità in una lettura seriosa e concentrata, rigorosa, priva di fronzoli e per questo apparentemente asciutta, ma che di questa asciuttezza fa la sua arma vincente nel restituire il carattere meditativo, più che melodrammatico, della partitura, anzi, meglio, nell'accentuare quello rispetto a questo, ché i due aspetti in parte convivono; ma anche le parti più esteriori, l'incipit del Dies iræ, che torna a più riprese, o il finale del Sanctus, dalla chiusa apertamente teatrale e dall'inizio che, in quei ribattuti di trombe, pare echeggiare l'ancora fresca Aida, sono trattati in modo che la loro esteriorità sia tratto costituente, più che esornativo. A questa impostazione Rustioni resta fedele dall'inizio alla fine, dando all'intera esecuzione un'idea di coerenza. La lunga sezione del Dies iræ, ad esempio, pur variegata al suo interno, dà l'idea di un polittico diversificato che però si abbraccia con un unico sguardo. Una direzione che nulla tralascia e tutto esalta, grazie anche alla cura del dato vocale e strumentale di grande pulizia, merito questo di una Toscanini in gran spolvero. Ne siano esempi l'equilibrio del quartetto di solisti nell'Hostias e il duetto all'ottava di soprano e mezzosoprano dell' Agnus Dei, in cui le due voci appaiono all'orecchio fuse assieme eppure ancora distinguibili.
Ben scelti e molto validi i solisti. Saimir Pirgu è un tenore di tempra solidissima, di voce ampia, squillante, efficacemente portata in maschera. Suoi punti forti sono i poderosi acuti, ben proiettati, e in generale una prestazione che fa leva su forza e drammaticità, anche se forse un po' a scapito delle sfumature interpretative nel campo delle mezze voci, che riescono comunque bene, specialmente in un Ingemisco e in un Hostias molto pregnanti, risolte talora con tecnica falsettistica.
Ekaterina Semenchuk si impone per un mirifico registro grave, da Azucena, e l'intensa espressività del suo strumento, malleabile, corposo e rotondo, le dà modo di tornire il suo testo quasi risemantizzandolo, donandogli così una pregnanza umana che l'austero latino sottrae. Nella sua bocca i passaggi in piano sono idiomatici, le parole, più che orazioni, diventano confessioni di un'anima messa a nudo, e il Lacrimosa tocca vertici espressivi davvero notevoli.
Duttilità e autorevolezza contraddistinguono la prestazione di Roberto Tagliavini, che grazie ad accurato fraseggio e incisività di accenti può rinunciare ad enfasi superflue pur restando eloquente: i suoi ripetuti «Mors», ad esempio, suonano sì cupo, come in partitura, ma esulano dal pleonastico, per quanto effettistico, ricorso alla sibilante per simboleggiare attonito terrore: prevale qui una lettura oggettiva, ferma, non fredda, quanto piuttosto coraggiosa nel sostenere l'impatto di apocalittiche visioni da finis temporis: in questo più affine all'agnosticismo dell'autore, che pure circonda la parola di rarefatti commenti degli archi, e alla direzione di Rustioni.
Eleonora Buratto, dulcis in fundo, stupisce per la grande malleabilità del canto, adatta alla diversa semantica del contenuto. Un timbro lucente, una voce adamantina sia per trasparenza, sia per potenza, le consentono di svettare senza difficoltà in acuti fulgenti sopra i pieni orchestrali, come di ripiegarsi in cesellate, solipsistiche raffinatezze espressive, tenue ma calda lucerna o torrentizia colata lavica di suono. Tutto si riassume in un Libera me di mirabile plasticità, elastico nelle agogiche e splendidamente calibrato nelle dinamiche. Una lettura sempre concorde con la cifra direttoriale di Rustioni, dove i sillabati iniziali «Libera me, Domine, de morte eterna» non arrivano come suppliche terrorizzate, ma, anche qui, come uno sguardo sostenuto – «non renitente», direbbe Leopardi; e in effetti qualcosa della Ginestra qui c'è – sulle realtà estreme della vita. I «Libera me» della conclusione, invece, estenuati, ultimi, definitivi, che allentano la tensione risolvendo su un liberatorio do maggiore, risuonano affini in spirito ai reiterati «Pace» conclusivi di Amneris (che altro non sono se non il Requiem per Radames).
Martino Faggiani guida ancora una volta il Coro del Regio di Parma ad altissime vette espressive, diafani e sommessi pianissimi, come quelli dell'incipit, o ribollenti, vigorosi ripieni, come quelli del Dies iræ. Ma non è lì che la perizia è messa alla prova, quanto nel sapientissimo contrappunto del Sanctus, doppia fuga a doppio coro, che qui viene intesa nell'ottica di un circonfuso profluvio di cherubini, più che di un'analitica separazione di voci: scelta direttoriale attuabile grazie alla grande coesione di questo coro e alla sua impeccabile omogeneità timbrica, che a fine recita gli vale applausi nutriti e prolungati, come a orchestra, direttore e solisti.
Christian Speranza
La foto del servizio è di Roberto Ricci.
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