RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Semiramide

ritorna a Palermo dopo 150 anni di assenza

Il melodramma tragico in due atti Semiramide libretto di Gaetano Rossi, musica di Gioacchino Rossini, ispirato alla tragedia Semiramis di Voltaire, ebbe la sua prima rappresentazione al Teatro La Fenice di Venezia il 3 febbraio del 1823 suscitando all'inizio un moderato entusiasmo che però crebbe fino a diventare acclamato e incontrastato successo prima a Napoli, poi a Vienna e poi in tutta Europa. Con tale opera Rossini non solo si confermò come capace compositore italiano, ma diventò una figura di rilevanza e levatura internazionale. Per dovere di cronaca sottolineato che l'opera ritorna nella città di Palermo dopo circa centocinquanta anni di assenza, dato che l'ultima rappresentazione di essa ebbe luogo al Real Teatro Carolino, diventato poi Real Teatro Vincenzo Bellini, nella stagione 1878/1879.

L'edizione della Semiramide presentata al Teatro Massimo di Palermo nell'allestimento curato dall'Opéra de Rouen-Normandie dall'11 al 18 marzo 2026 (chi scrive ha assistito alla recita del 15) ci sembra abbia eviscerato ed esaltato in maniera significativa i più profondi e riposti aspetti psicologici e psicoanalitici dell'intricata e complessa vicenda d'amore, potere, vendetta e morte, nella quale si possono ravvisare intrecciati tratti amletici ed edipici potenziati e tonificati dall'inquietante apparizione della vendicativa Ombra di Nino, quasi vampiresco revenant che riporta alla memoria l'agghiacciante e raggelante apparizione della statua del Commendatore del mozartiano Don Giovanni.

La regia di Pierre-Emmanuel Rousseau, che ammiccava, in modo più o meno esplicito, al film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, ha saputo creare un intelligente e armonico equilibrio fra musica, azione drammaturgica, canto, gestualità dei personaggi e loro interagire nello spazio scenico. Suggestivi i costumi dello stesso Rousseau che, seppur esibiti in fogge moderne e contemporanee, non solo non disturbavano l'aura del melodramma ma anzi ne rafforzavano e celebravano la vigoria emotiva e la conturbante sensualità. Un particolare plauso andrebbe anche conferito alle azioni mimiche realizzate da Carlo D'Abramo che hanno impresso una marcia in più alla dinamicità drammaturgica e alla scenografia globale dello spettacolo.

Vasilisa Berzhanskaya (Semiramide) si è rivelato un soprano drammatico dalla voce piena, densa e corposa, tendente alla tipologia del soprano Falcon, cioè con ombrature mezzosopranili e con una zona media netta, pulita, rotonda e incisiva. Impeccabile e apprezzabile è stata la sua esecuzione della cavatina Bel raggio lusinghier. Il mezzosoprano Chiara Amarù (Arsace), la parte in realtà era stata scritta da Rossini per contralto en travesti, già dalla sua cavatina Eccomi alfin in Babilonia Ah, quel giorno ognor rammento, mostrava di essere in possesso di un'ottima tecnica fonatoria e di significative doti espressive, anche se si capiva che era poco a suo agio nelle colorature e talvolta in qualche portamento. Particolarmente efficace e di toccante espressività era la sua interpretazione, assieme a quella della Berzhanskaya, nel duettino Arsace-Semiramide Serbami ognor sì fido. Il basso Mirco Palazzi (Assur) ha esibito fin dal duettino del primo atto Bella imago degli dei una vocalità ben salda, soda, bronzea e timbrata, confermando tali pregevoli qualità anche nel duettino del secondo atto Se la vita ancor t'è cara. Il tenore Maxim Mironov (Ireneo) con la cavatina Ah dov'è, dov'è il cimento svelava il suo scattante e lucente squillo tenorile che dovrebbe però evitare certe asprezze negli acuti. Adeguati ai loro ruoli il mezzosoprano Francesca Cucuzza (Azema), il basso Adriano Gramigni (Oroe/L'ombra di Nino) il tenore Samuele Di Leo (Mitrane). Di particolare charme espressivo ed estremamente trascinante ci è parso il terzetto finale con protagonisti Arsace, Assur e Semiramide L'usato ardir.

A dirigere l'orchestra del teatro Massimo con buon equilibrio e adeguato senso delle proporzioni è stato Christopher Franklin, che già fin dalla celebre Sinfonia introduttiva, ricca di temi ed elementi melodici che riaffioreranno man mano nel corso della partitura, ha saputo realizzare una robusta e ben bilanciata sinergia fra golfo mistico e palcoscenico, mentre il coro dello stesso teatro è stato preparato con cura e diligenza da Salvatore Punturo. Calorosi e prolungati gli applausi del numeroso pubblico intervenuto allo spettacolo.

Giovanni Pasqualino

16/3/2026

La foto del servizio è di Rosellina Garbo.

 

 

 

 

 

 

Ricordo di Domenico De Meo

Da sinistra: Flaminia Belfiore, Antonio Fiumefreddo e Domenico De Meo.

Nato a Catania il 22 febbraio del 1928 nella casa al primo piano di Via Ventimiglia n. 280, Domenico De Meo si diplomò brillantemente in pianoforte presso il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e successivamente si perfezionò sotto la guida del M° Paolo Denza, esibendosi per illustri istituzioni musicali, operando anche per circa un decennio in qualità di maestro sostituto presso il Teatro Massimo Bellini di Catania. Fu altresì impegnato nell'insegnamento come titolare della cattedra di teoria del ritmo ed estetica musicale all'ISEF di Catania e docente di pianoforte nel corso ad indirizzo musicale istituito dal Ministero della Pubblica Istruzione presso la Scuola Media Statale “G. Leopardi” di Catania, ricoprendo altresì l'incarico di direttore artistico della stagione artistica ivi programmata.

All'attività artistico-didattica presto affiancò anche quella di critico musicale e musicologo, collaborando con articoli e brevi saggi al quotidiano “La Sicilia” ed al mensile “Musica e Dossier”, realizzando anche molti programmi di sala per il Teatro Massimo Bellini di Catania e altre istituzioni nazionali ed estere.

Tra le edizioni filologiche belliniane da lui curate, vasta risonanza internazionale ha avuto il lavoro di ricostruzione, revisione e trascrizione della partitura e del libretto della seconda versione dell'opera Adelson e Salvini in scena al Teatro Massimo Bellini di Catania in prima mondiale assoluta il 23 settembre 1992, in occasione del IV Festival Belliniano. L'esecuzione venne registrata dalla Casa discografica Nuova Era.

Moltissime le sue partecipazioni e interventi in congressi musicologici, fra cui il convegno belliniano di Siena del 2000 e la conferenza belliniana organizzata a Stoccolma dall'Assessorato Regionale alla Cultura nel dicembre 2001. Nello stesso anno riceve il premio “Kaliggi d'Oro” ed il premio “Luigi Capuana” di Acireale patrocinato dal Giornale dell'Etna. Ha redatto anche le note illustrative per la prima esecuzione assoluta degli abbozzi dell'Ernani (opera incompiuta di Vincenzo Bellini), incisi nell'aprile 2003 dalla casa discografica Bongiovanni di Bologna. Nel medesimo CD curato dal target felsineo si trovano anche la Sinfonia dell'incompiuto melodramma ed il terzetto “Ombre pacifiche”.

Nel 2008 ricevette l'ambito premio internazionale Bellini d'Oro assieme a Cecilia Bartoli e Maria Malibran (alla memoria) e nello stesso anno è stato anche insignito della Medaglia al valore del Teatro Bellini di Catania assegnatagli dal Sovrintendente dello stesso, Avvocato Antonio Fiumefreddo. De Meo per l'occasione venne premiato assieme al prefetto di Catania dott. Giovanni Finazzo. Negli ultimi suoi anni di vita ha continuato la sua instancabile attività di filologo belliniano. Si è spento serenamente sulle amate partiture belliniane il 15 ottobre. Con lui il mondo della musicologia perde un personaggio di indubbia rilevanza culturale, mentre chi scrive perde anche un amico fidato, onesto, schietto e corretto!

Giovanni Pasqualino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Perrotta

Recita un'antica sentenza: «Padre Modesto non diventò mai Priore», intendendo con ciò che timidezza e riservatezza, se eccessive e paralizzanti bloccano e impediscono ogni realizzazione pratica ed ogni azione umana. Forse nessuna sentenza è mai stata più pertinente e adatta alla vita e all'opera di colui che fu certo uno dei musicisti più sfortunati della nostra terra e che risponde al nome di Giuseppe Perrotta. Nato a Catania, in via Garibaldi, il 19 marzo del 1843 dall'avvocato Emanuele Perrotta e da Giuseppa Musumeci, il giovane futuro compositore si dedicava alla musica per diletto (la sua formazione fu da autodidatta) e anche per passione, ma per non deludere le aspettative paterne, come tanti figli ubbidienti di quell'epoca, si dedicò agli studi giuridici, laureandosi in legge presso l'Università etnea nel 1862. Nello stesso anno convolerà a nozze con Antonina Ardizzoni Carbonaro, che gli darà due figli. Il suo carattere schivo ed il suo stato di giovane padre di famiglia gli impediranno di viaggiare, a differenza degli amici artisti e letterati suoi conterranei Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Mario Rapisardi, Francesco Paolo Frontini e soprattutto di promuovere, caldeggiare e divulgare le sue composizioni. Si recò solo una volta a Milano nel 1879, su sollecitazione di Verga e Capuana, ma nonostante le calorose accoglienze ricevute dal mondo musicale ambrosiano ritornò subito nella sua città. In seguito Perrotta rimase vedovo, cosa che presumibilmente gli provocò uno stato di profonda tristezza e depressione. Pertanto si ritirò gli ultimi anni della vita nel suo villino di Cibali con i figli e la madre, abbandonando la composizione musicale e morendo suicida nel 1910. Il musicista catanese diede vita a tre opere liriche: Bianca di Lara su libretto di Stefano Interdonato; Il trionfo dell'amore su testo originale dell'omonima fiaba in versi di Giuseppe Giacosa; Il conte Yanno su libretto di Ugo Fleres. Nessuna di queste partiture fu mai rappresentata e certamente anche in questo caso il carattere ostico, poco comunicativo ed austero del musicista avrà avuto il suo peso, assieme certo alla non eccezionale valenza artistica delle opere. Il suo grande e solerte amico Giovanni Verga lo incaricò, certo per aiutarlo e incoraggiarlo, un preludio per piccola orchestra da anteporre al dramma «Cavalleria Rusticana» che andava in scena a Milano, ma la partitura, giudicata di difficile comprensione, venne scartata. Tuttavia l'anno seguente venne riproposta all'arena Pacini di Catania, esattamente il 29 luglio del 1886, ottenendo un buon successo di pubblico e di critica, così come riporta ed evidenzia il Corriere di Catania dell'epoca. Il musicista fu anche autore di musiche da camera, pianistica e vocale.

Il periodico di cultura siciliana «Agorà» ha voluto commemorare alla fine di questo 2010 il centenario della morte del compositore etneo offrendo ai suoi lettori in allegato alla rivista n. 35 un volume biografico ed un CD di sue musiche al prezzo davvero popolare di Euro 7,50. Il libro scritto con estrema cura e perizia da Elio Miccichè si rivela quanto mai esaustivo riguardo non solo la vita e le opere del Perrotta ma anche del milieu artistico e culturale col quale interagì. Il testo si avvale anche di una illuminante prefazione di Roberto Carnevale, il quale coglie acutamente nelle creazioni del «Solitario di Cibali» ascendenze ed arditezze armoniche tipicamente wagneriane. Un ricco apparato epistolare, fotografico ed iconografico, nonché una veste tipografica elegante, rendono la pubblicazione degna di stare nella biblioteca di ogni storico della musica ed appassionato di storia patria.

Il CD contiene 6 Romanze per voce e pianoforte: «Aura», «Gentile», «Idol mio», «Abbandonata», «O fior della pensosa sera» «Cuor morto», «La luna dal rotondo volto», eseguite egregiamente dal soprano Stefania Pistone, accompagnata al pianoforte dalla brava Alessandro Toscano. I pezzi per pianoforte solo: «Ouverture per Cavalleria Rusticana», «Preludio dallo Stabat Mater di Pergolesi», «Preludio in mi bemolle maggiore da Otium», e «Barcarola n. 3 senza parole» sono eseguite con garbo e buon gusto da Mario Spinnicchia.

Giovanni Pasqualino

13/2/2011