RECENSIONI
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direttore responsabile _ Giovanni Pasqualino_


 

 

 

 


 

Genova va a Nozze con Mozart

È la Spagna indorata di Sole, la Siviglia un po' mitica e sognata lo sfondo delle nozze di Figaro che inaugurano la stagione 2026/27 del Carlo Felice di Genova. Nell'allestimento di Emilio Sagi, qui ripreso da Matteo Anselmi, si resta a bocca aperta nell'ammirare la profusione di particolari e precisione di una regia pedissequa, didascalica, che con minime libertà restituisce ambienti e fragranze della folle journée di Mozart, Beaumarchais e Da Ponte. Nel pensiero di Sagi, tale concezione iperrealista rende l'attualità dell'opera meglio di altre attualizzazioni più dirette, perché «ciò che è ben fatto è universale, e nel momento in cui è universale, è attuale»: che sembra un'eco, sempre per stare in Spagna, del Miguel de Unamuno di «L'unico modo di essere attuali è essere eterni». E in effetti, certe usanze che come lo ius primæ noctis stonerebbero non poco in una ricostruzione moderna, se calate nel giusto contesto, ovvero nel contesto in cui sono nate, e per cui sono pensate, possono parlare attraverso i secoli di prevaricazioni e soprusi purtroppo ancor oggi più che attuali…

Ecco allora rivivere, grazie ai costumi di Renata Schussheim, assistita da Mariana Seropian, e alle scene di Daniel Bianco, i colori e i folklori della Spagna settecentesca, con sete, pizzi e parrucche per i nobili, farsetti, grembiali e cuffiette per i borghesi, con oggetti di scena quali sedie, sporte e ceste disposti ad arte, tali da richiamare squarci pittorici alla Goya in forma di tableaux vivants. L'uniforme da ufficiale di Cherubino è d'obbligo, come il bastone da passeggio di Don Bartolo gran medico e particolari che rendono unico ciascun personaggio; ma si notano anche particolari di altra finezza, come la caratterizzazione minuta grazie ad atti e atteggiamenti e il mutare dei costumi nei vari momenti della giornata, per sottolineare il tempo che passa: il Conte prima in veste da camera e poi in abito da giorno, stessa cosa per la Contessa; in questo, il calibrato gioco di luci Eduardo Bravo concorre allo stesso fine, dalla camera della Contessa lambita dal Sole che entra dai finestroni al mattino, alla Luna che man mano s'innalza nel cielo, di tra la verzura che decora il giardino del quarto atto – la scena più ricca e più riuscita dell'opera –, mentre si snodano gli ultimi equivoci velati da una sera ricreata ad arte – della quale si riesce quasi a percepire il tepore primaverile –, precursori del notturno inganno falstaffian-verdiano dove anche lì un voglioso libertino viene gabbato.

Oltre che dai costumi e dalle scene, la couleur locale viene evocata anche delle nacchere che ritmano il fandango del terzo atto, felice intuizione che, pur non prevista in partitura, rende ancor più viva questa pagina, piacevolmente animata da un nutrito gruppo di danzatori coreografati da Nuria Castejón e Cristina Arias. E questo ci porta a parlare del côté musicale, a partire da orchestra e direttore. Alla testa dell'Orchestra del Carlo Felice, Jordi Bernàcer offre una lettura nell'insieme consapevole e unitaria del lungo e complesso capolavoro mozartiano, complesso soprattutto per la varietà di situazioni in cui i personaggi – e di conseguenza la musica – vengono a trovarsi, ma sulla quale pesa un insieme di luci e ombre. Tra i pro , si rileva un'intelligente duttilità di bacchetta nel cucire addosso ai vari momenti il vestito del giusto colore orchestrale. I tempi staccati si adagiano nel solco della tradizione, e in questo sono rassicuranti, ma momentanee elasticità ne svariano la prevedibilità, portando a felici intuizioni dai risvolti addirittura psicologici. È il caso ad esempio di Non so più cosa son, dove i rallentati e le inflessioni impresse ritraggono efficacemente gli ardori adolescenziali di Cherubino. Tra i contro, vi sono alcuni aspetti di concertazione. Il più evidente è il bilanciamento dei piani sonori. Nel primo duetto tra Figaro e Susanna esso pende a favore dell'orchestra, e le voci faticano ad imporsi; la Canzonetta sull'aria in questo è al limite, ma nel Chitarrino di Figaro e nella Vendetta di Bartolo ecco ripresentarsi, come in Porgi amor della Contessa e in altri punti; ma spesso si ha l'impressione che tale difetto sia da imputarsi anche 1) alle scene d'interno, d'un riposante pastello ma d'una sobrietà un po' spoglia, sovente private del superfluo e ridotte all'essenziale, per quanto molto ben curate – il letto di Figaro ancora in costruzione, ad esempio, che rende ragione dei calcoli iniziali, la camera della duchessa col letto e poco più –, e quindi con notevoli vuoti, dove la voce, sul vasto palcoscenico del Carlo Felice, si disperde più facilmente perché non può rifrangersi e riflettersi sulle scenografie; e 2), in parte al golfo mistico molto rialzato, che evidenza ancor più il suono dell'orchestra. Altro aspetto è l'élan vital, che viene talvolta poco marcato in un'opera spesso così frizzante: il concertato del secondo atto assimila voci e strumenti, e in spirito riesce controllatissimo e prudente, data la difficoltà di tenere tutto coeso; fin troppo, però, e il pezzo pare non decollare mai ; il trascinamento conclusivo è demandato alla manciata di ultime battute strumentali, ma ovviamente queste da sole non bastano.

Nota di merito per il maestro al fortepiano Sirio Restani, che lungo tutta la recita sfoggia qualità di continuista provetto, sapendo improvvisare con inventiva in certi frangenti addirittura onomatopeica, come nel caso della lunga scala cromatica discendente mentre Cherubino… discende, o meglio precipita, giù dal balcone della Contessa!

Spettacolo nulla meno che sontuoso, si diceva, che riflette del pari un cast molto ben scelto. Mattatore della recita di domenica 18 ottobre 2026, di cui si riferisce, è Vito Priante, che sfodera ancora una volta il suo «multiforme ingegno» nel calarsi in un Figaro di qualità. L'ho lasciato quale oscuro e tormentato Macbeth a Busseto e come dolente Lusignano a Bergamo; lo ritrovo come arguto, brioso e sapido Figaro a Genova, nel pieno possesso delle sue risorse artistiche, col suo bel timbro brunito e la sua fibra vocale robusta, col suo canto dalle belle arcate melodiche legate e dai recitativi spiccatamente comunicativi in grazia d'un'ottima dizione e di una carnosa, calzante tornitura di sillaba. Il suo Farfallone amoroso riesce a meraviglia, ma è in Aprite un po' quegli occhi che arriva la parte migliore, dove volume, ironia e stizza si fondono in un'interpretazione magistrale, con una voce ancora prestante benché si sia quasi a fine recita. Interessante che per indurre ad aprire gli occhi, a guardare meglio, l'illuminazione in sala si alzi quasi a luce piena.

Degna di lui è la fresca, suadente Susanna di Daniela Cappiello, dal timbro lucente e cristallino, capace di disegnare un carattere allegro, festoso ma profondamente consapevole delle insidie dell'ambiente: la si ammira così nel suo adattarsi ai diversi stati d'animo del personaggio, dando loro vita in maniera realistica, come nella complicità creata con la Contessa; e nondimeno la si ammira per il nitore della sua linea di canto, partecipe e sempre ben bilanciata nei vari duetti, e che dà il suo meglio in Deh vieni, non tardar, dove la melodiosità del suo strumento si prodiga in bellissimi acuti in piano, in delicati e sostenuti filati e in un inaspettato registro grave ben a fuoco.

Uno zendado trasparente protegge la camera della Contessa come a voler proteggere lei, l'elemento riflessivo e forse più umano dell'opera. A interpretarla è chiamata Carmela Remigio. A confronto con Daniela Cappiello, la sua è una voce più scura, più calda, più complessa, che si fa leggere a più livelli; una voce setosa, di perla vitrea, che, tolte alcune fugaci oscillazioni iniziali, si dispiega morbida, luminosa d'una luce ambrata di paralume, a riflesso d'un personaggio che nell'opera sente l'incipiente sfiorire degli anni. Nelle due grandi arie, specialmente in Dove sono i bei momenti, si fa ammirare la sua lettura filigranata, crepuscolare, soffusamente malinconica, pur aurata dalla nobiltà un po' frusta del suo rango; ma il duettino con Susanna, aggraziato e flessuoso, un incanto di finezza e sottintesi, qui ottimamente infiorettato e interpretato da entrambe, la fa tornare la complice bricconcella degli anni addietro. Le doti di attrice emergono spontanee, comunicative sia nel porsi sulla scena, sia nello scavare la parola, caratteristica che contribuisce sempre, nel suo caso, a dare quel tocco di profondità psicologica in più al suo operato.

Roberto De Candia presta voce e corpo al Conte di Almaviva, e non c'è occasione migliore di questa per gustare la sua arte scenica e soprattutto la sua voce espressiva, vigorosa, dal registro centrale caldo e solido. Esci ormai garzon malnato, con cui si apre il finale secondo, è un trascinante specimen di canto forbito, espressività e verve, ma è solo il preludio a Vedrò, mentr'io sospiro, in cui le sicure e tronfie puntate all'acuto son degno contraltare di un dispiego di colori e d'intenzioni perspicue, conseguite a mezzo di una parola bulinata e porta ad arte, ben sul fiato.

Cherubino si fregia del bel timbro caldo, della voce spessa e rotonda e delle nuance fumée di José Maria Lo Monaco, che danno vita a interpretazioni convincenti degli stati d'animo del suo personaggio: il già menzionato Non so più cosa son esce straordinariamente cesellato e variegato, come pure il Voi che sapete , di morbido velluto flautato; e su tutto, una credibile azione teatrale, energica, giocosa, che la/lo porta a provarci addirittura con una corista contadina!

La Marcellina di Sonia Ganassi si distingue soprattutto per l'istintiva simpatia della sua mimica teatrale, derivatale dalla lunga frequentazione del palcoscenico ; talune opacità e instabilità della voce qua e là vengono riscattate da una buona prova del Capro e la capretta, dove la voce si fa ferma e limpida. Molto apprezzato il cimento di Enrico Iviglia: non solo il suo mellifluo Don Basilio, coi suoi sorrisetti e le sue risatine perfide, sa comunicare tutta la malignità, il viscidume e la doppiezza del personaggio, ma la timbrica chiara, estremamente sonora e penetrante della voce gli permette interventi netti, precisi e riconoscibili. L'ho perduta, me meschina è il biglietto da visita dell'incantevole Barbarina di Chiara Maria Fiorani, di voce fresca e sorgiva, cui viene affidato questo brano singolare, tanto breve quanto rivelatore dell'immedesimazione, da parte di Mozart, dell'angoscia di una possibile punizione: un brano per il quale ricorre alla rarissima tonalità di fa minore di brani ben più tragici. Macchiettistico quanto basta, infine, ma senza esagerare, l'Antonio di Stefano Marchisio, ben cantato e ben recitato.

Il cast si completa ancora della Prima Contadina di Eva Troise, della Seconda Contadina di Elena Fioretti e del Coro del Carlo Felice, ben compattato e istruito da Giulio Magnanini.

La recita si conclude con abbondanti applausi per tutti, e la stagione si apre nel segno del successo. Avanti così!

Christian Speranza

24/10/2026

Le foto del servizio sono di Silvia Aresca.